Il contagio: mie impressioni

Questo doveva essere un post per Facebook; avrebbe dovuto avere l’obiettivo di condividere coi miei amici le impressioni su questo film.

Poi ho iniziato a pensarci sù e ho realizzato che forse si prestava di più ad essere su un blog.

Ebbene, volevo raccontarvi di questo film che ho visto ieri al cinema Showville di Bari: “Il contagio”, uscito giusto da un paio di giorni.

Sulla carta non era il mio genere: un racconto di criminali, affaristi e palazzinari della Roma contemporanea. Nulla di particolarmente coinvolgente, di emotivamente interessante.

E invece… Invece quello è solo “l’involucro” del film, che invece si è rivelato ben altro.

Una storia ambientata nella periferia romana, al quartiere Laurentino per la precisione. Il film comincia con la presentazione di tutti i personaggi, tutti inquilini di una palazzina popolare enorme e fatiscente. Be’, già questa prima parte, così bella e corale, mi ha molto piacevolmente sorpresa; la scena più incisiva è l’inquadratura finale della facciata, una sorta di riassunto di tutta l’umanità appena presentata al pubblico.

Non riesco a trovarne un fotogramma su Internet, avrei voluto mostrarvi l’effetto. Vi toccherà andare al cinema 😉

Però quell’inquadratura mi ha subito portato alla mente qualcosa; non sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa fino a pochi minuti fa, quando finalmente ho capito: Hieronymus Bosch e uno dei suoi quadri. Potrei citarne tanti, però diciamo “I sette peccati capitali”. Anche Bosch maestro di opere corali, di raffigurazioni collettive e potenti.

Intensissime, poi, tutte le vite e le storie del film. Inutile raccontarle tutte perché altrimenti non avrebbe più senso andare al cinema; ma voglio soltanto dirvi di Vincenzo Salemme: alla prova del film drammatico lui è stra-promosso. Dimenticate il napoletano caciarone e immaginate uno scrittore sensibile e innamorato, che conferisce al film un tocco di grazia, di classe e leggiadria senza il qualche la pellicola non sarebbe stata la stessa. Una prova attoriale introspettiva e inaspettata; vi consiglio di non perderla.

Ottimo anche Maurizio Tesei, attore che non conoscevo (mea culpa) che interpreta straordinariamente il personaggio più “contagiato” (da qui il titolo) del film, quello su cui si incentrerà tutta la seconda parte.

Un cenno anche alla mia adorata Anna Foglietta, a mio parere una delle più grandi attrici italiane in circolazione.

Credo che il cinema nostrano, contrariamente a quanto spesso leggo, sia ancora assolutamente in grado di proporre ottimi prodotti. Frequentate le sale, ne vale la pena.

Ritorno alle radici: “Favole lucane” di Manlio Triggiani

Da quando ho imparato a leggere, fino ad oggi, non ho mai smesso di interessarmi a favole e fiabe. Se da bambina ne coglievo essenzialmente gli aspetti di sogno e di meraviglia, crescendo ho iniziato a cercare di percepire gli aspetti antropologici di questi racconti (complici anche certi studi universitari).

Per questo motivo, quando ho appreso della pubblicazione delle “Fiabe lucane” di Manlio Triggiani, ho pensato che probabilmente l’importanza di preservare certa tradizione culturale è molto più sentita di quello che pensassi.

“Favole lucane” è una raccolta di 60 racconti della tradizione meridionale (e lucana in particolare, appunto) che Manlio Triggiani ha minuziosamente raccolto e selezionato. Il volume è stato pubblicato per i tipi di Progedit, casa editrice barese che da vent’anni dedica molte energie alla Basilicata e ai suoi autori.

Il filone dei racconti orali in Europa è amplissimo; in Italia, in Germania, in Francia. La Basilicata, però, sembra fosse la culla di questa tradizione. Infatti è proprio dalla Basilicata che Giambattista Basile, per il suo “Cunto de li Cunti” attinge la maggior parte del materiale. A partire da Basile, poi, certe fiabe e certe favole (vedi “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco”), hanno avuto una eco enorme in Europa, anche grazie alla rielaborazione di autori successivi, fino a diventare patrimonio letterario comune a livello mondiale.

Le favole sono componimenti brevi e hanno per protagonisti animali antropomorfizzati; nascono con intento morale e allegorico. Si diffondono in origine tra la povera gente: vi si descrivono le credenze e le paure dei più umili, con un linguaggio semplice.

Nel nostro mondo contemporaneo, soprattutto in certi contesti, si sta del tutto perdendo l’abitudine all’ascolto e alla lettura di questi testi. Ecco perché sono stata piacevolmente sorpresa dalla pubblicazione di “Favole lucane”, che ci ricongiunge al passato, alle nostre radici. Tramandare alle nuove generazioni questi racconti è un bisogno che la nostra società ancora ha, nonostante una quotidianità completamente diversa rispetto alle storie che queste favole evocano.

Devo dire che, in questo libro, l’intento evocativo è fortemente stimolato anche dalle illustrazioni; opera della barese Clara De Cristo, le immagini -a mio avviso- hanno un che di autentico, di genuino. Non c’è un software di grafica dietro la loro realizzazione, ci sono una mano, una matita e dei pastelli.

Il mio parere è che, con la bulimia di immagini a cui siamo sottoposti nella nostra epoca, illustrazioni come queste appaiono insolite. Ma, riflettendoci, calzano a pennello in questo contesto. Favole della tradizione con disegni realizzati a mano. Sì, il connubio mi è piaciuto molto.

Nel mio piccolo mi complimento con Manlio Triggiani, Clara De Cristo e Progedit per questo importante lavoro di squadra.

Scopro ogni giorno piccoli tasselli di una ricchissima produzione editoriale locale, che chiedo a tutti -ove possibile- di valorizzare.

 

Un pugliese a New York: Angelo Tangorra

Torno sul blog dopo qualche settimana di assenza e lo faccio con un post che non è, per una volta, il resoconto di una visita; si tratta invece di una riflessione fatta in seguito, questo sì, ad un incontro a Santeramo in Colle.

Ho partecipato, giorni fa, alla presentazione a Santeramo del libro di Christine Farese Sperken “La pittura dell’800 in Puglia”; in realtà vi assistevo per la seconda volta, dato che ero presente anche in Libreria Laterza a Bari e ne parlavo qui (http://studiolobarese.it/la-pittura-dellottocento-in-puglia/).

I pittori santermani hanno contribuito in maniera piuttosto consistente al filone, per cui immaginavo che una presentazione a Santeramo potesse offrire dei guizzi nuovi e delle informazioni aggiuntive. In realtà così non è stato ma uno spunto interessante mi è comunque giunto.

Si è parlato, in sede introduttiva all’evento, di una personalità di artista a tutto tondo che -ahimè- non conoscevo. Si tratta di Angelo Tangorra, altro illustre santermano, che praticò l’arte della pittura, della scultura e persino della letteratura. Incredibile che un intellettuale di questa mole sia finito nell’oblio per decenni; non pubblicazioni, non menzioni pubbliche per lui. Solo negli ultimi mesi qualcuno a Santeramo si sta occupando di riportare alla memoria di tutti questo personaggio. Ringrazio molto sentitamente quel “qualcuno” perché chissà quanti altri anni io avrei trascorso prima di fare la conoscenza di Angelo Tangorra 🙂

Riassumo brevemente la sua biografia: Tangorra nacque a Santeramo nel 1872 in una famiglia piuttosto benestante. La cosa gli permise di potersi dedicare agli studi, tecnici prima e artistici poi, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 1902 lasciò l’Italia e, come molti santermani all’epoca, si stabilì a New York dove, 5 anni dopo, sposò Maria Vitale. Ebbe numerosi figli e, sempre a New York, morì nel 1948 nel quartiere del Bronx dove risiedeva. Negli Stati Uniti esercitò ampiamente la sua attività artistica, realizzò delle tele a tema religioso per delle chiese, scrisse un librò che pubblicò e illustrò.

Le informazioni di cui personalmente dispongo terminano pressappoco qui.

Ma arrivo alla mia riflessione. Quando, dopo l’incontro a Santeramo, sono tornata a casa e ho visto alcune opere di Tangorra sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/Angelo-Tangorra-1872-1948-1006258972738548/?fref=ts) che gli è stata dedicata, ho avuto la sensazione di un dejà vu. Non opere dell’artista in particolare, ma di una maniera artistica che mi era in qualche modo familiare. Una maniera non certamente italiana ma senz’altro già vista.

Dopo qualche attimo di esitazione, ecco il ricordo di una quasi del tutto dimenticata visita al Museo della Città di New York (http://www.mcny.org/) di diversi anni fa. Quella visita, all’epoca, mi sembrò trascurabile e poco interessante, al cospetto di giornate intere tra MoMA e Metropolitan. Eppure oggi mi sottopone un inequivocabile parallelismo tra Tangorra e ciò che ho visto in quel museo. Provate a visitarne il sito web e guardate, anche rapidamente, le tante opere della collezione. Provate, in particolare, a dare uno sguardo alla notevole J. Clarence Davies Collection (http://collections.mcny.org/Explore/Highlights/J.%20Clarence%20Davies%20collection/): questa collezione ricopre un arco temporale che va -più o meno- dall’inizio del XVI secolo fino ai primi del XX. Un arco temporale, quindi, che arriva fino al periodo di Angelo Tangorra a New York.

J. Clarence Davies era un magnate immobiliare (proprio del Bronx) che raccolse, in circa 40 anni, dipinti, stampe, mappe, illustrazioni di libri che raccontavano la storia di New York. Nel 1929 ha donato la sua collezione al Museo della Città di New York, collezione che oggi ha un valore valutato in 500.000 dollari.

Tangorra deve avere frequentato, una volta negli Stati Uniti, salotti culturali, artistici, letterari dai quali deve aver mutuato uno stile che poi ha fuso con i suoi studi accademici italiani. Potrebbe essere molto interessante approfondire quale sia stato il suo percorso artistico a New York, con quali personalità venne in contatto, quali commissioni ottenne ecc. So che sono stati avviati dei contatti con la nipote di Angelo Tangorra, oggi custode di buona parte della collezione pittorica e scultorea. Chissà che la stessa nipote non disponga di informazioni più precise sulla vita di suo nonno a New York.

Intanto se ci fosse qualcuno che, leggendo questo post, riesca a darmi qualche informazione in più, sappia che io sono qui e sono avida di conoscenza 🙂

A riaggiornarci sul tema!

La Pittura dell’Ottocento in Puglia

Il pubblico era quello delle grandi occasioni, venerdì scorso, per la presentazione della seconda edizione de “La Pittura dell’Ottocento in Puglia”, Mario Adda Editore, alla Libreria Laterza.

Christine Farese Sperken ritorna, dopo vent’anni, sulle tracce dell’Ottocento pugliese e lo fa sulla scia di eventi che, in questi anni, hanno contribuito a restituire alle rispettive comunità la memoria di alcuni illustri figli.

Ad esempio, nel 2007 a Barletta è stata inaugurata, a Palazzo della Marra, la Pinacoteca dedicata a Giuseppe De Nittis, che contiene oltre 200 pezzi.

Sempre nel 2007, si registra il corposo arricchimento di ben 10 opere di Francesco Netti da parte del Polo museale di Conversano, ad opera di Nicola Accolti Gil Vitale, parente del pittore santermano.

Ancora, nel 2010 a Terlizzi è stata riaperta la casa-museo di Michele De Napoli.

Tutti segnali confortanti in una regione, come la Puglia, così povera di istituzioni museali che riguardano l’arte moderna e contemporanea.

L’uscita di questo libro e la contemporanea mostra presso la Pinacoteca della Città Metropolitana sui paesaggisti pugliesi mi dà l’impressione che ci sia una certa attenzione, in questo periodo, nei confronti di un dato filone artistico pugliese; per lungo tempo, infatti, ci si è limitati a considerare la pittura pugliese (ma meridionale in genere) “costola” di quella napoletana. E’ evidente che dal punto di vista artistico –ma non solo- Napoli fosse il cuore pulsante di tutta l’Italia meridionale; a Napoli aveva sede un prestigioso Istituto di Belle Arti che attirava tutti i giovani e promettenti artisti del Sud.

Tuttavia molti studi hanno dimostrato che, sul finire del XIX secolo, si avvia un processo di emancipazione della pittura pugliese rispetto a quelle delle accademie napoletane e in particolare ciò avviene nell’ambito della pittura di paesaggio. Il processo prende le mosse da personalità quali De Nittis e Netti che –pur non potendo essere definiti propriamente “paesaggisti”- sono senza dubbio dei grandi precursori.

Questi due artisti hanno il merito di “svecchiare” la pittura pugliese ma entrambi lo fanno fuori dalla Puglia.

Soprattutto nelle prime loro fasi artistiche è ancora molto evidente l’imprinting accademico partenopeo, ma successivamente, sebbene tramite percorsi diversi, entrambi giungono ad un esito simile: con un linguaggio nuovo, si cerca un’altra identità del paesaggio. Un paesaggio che si svincoli dai linguaggi accademici e che diventa quasi una nuova “questione meridionale”. Rappresentare il paesaggio è senz’altro sintomo di rinnovamento, ma in qualche modo anche di emarginazione. E’ un paesaggio che, lentamente, si trasforma da verista a impressionista. In Puglia, si apre uno squarcio sulla grande pittura europea del periodo.

Certo giungere a questi esiti non è semplice. Francesco Netti, per esempio, si forma con Domenico Morelli a Napoli, ma nei suoi viaggi in Francia conosce Gustave Courbet. Attraversa anche una fase “orientalista” dopo i suoi viaggi in Turchia, fino a tornare in Puglia, a Santeramo, dove si dedica alla rappresentazione della vita contadina con occhi completamente nuovi. Un risultato a cui nemmeno Giuseppe De Nittis giungerà mai. Non dimentichiamo che Francesco Netti fu anche fotografo, critico d’arte e scrittore; insomma, una figura d’intellettuale a tutto tondo che è raro trovare nell’Italia meridionale del tardo Ottocento.

Il libro della professoressa Sperken, poi, approfondisce gli studi su altri grandi pittori pugliesi del periodo; Gioacchino Toma, ad esempio, che cerca di superare il dualismo tra pittura verista e pittura romantica (sempre risultato della formazione napoletana).

Oppure Raffaele Armenise, che riedita la sua pittura realista in una forma nuova.

Viene fuori, insomma, una immagine diversa dell’arte italiana del periodo. Ogni regione stava tracciando la propria strada; è il momento del “Paesaggismo” in tutta Italia, e anche in tutta Europa. Un momento florido, ad esempio, lo attraversa anche la Toscana: è la grande stagione dei Macchiaioli.

Un’altra importante finestra, in questo libro, è quella dedicata alle donne, a Francesca Forleo Brajda, a Maria Rachele Lillo, ad Anna Rolli, a Maria Mundo. Queste figure femminili stanno solo negli ultimi anni abbandonando l’oblio nel quale erano state relegate, grazie anche agli studi di Christine Farese Sperken.

Il libro è molto bello; ricchissimo di immagini e di informazioni. Oltre che di grandi lezioni di storia dell’arte. Un piccolo gioiello che dovrebbe essere nelle biblioteche di tutti i pugliesi. Gli artisti che abbiamo dimenticato sono tanti e aspettano solo essere riscoperti. Per quanto mi riguarda, un legame speciale mi porta a soffermarmi sempre maggiormente su Francesco Netti ma il panorama è davvero vastissimo.

So che c’è un entourage di giovani storici dell’arte che sta proseguendo gli studi di Christine Farese Sperken e spero di leggerne gli esiti al più presto.

Intanto io mi complimento con la professoressa per il grande lavoro svolto per questo libro e invito tutti anche solo a sfogliarlo. Nutrirsi d’arte è sicuramente un buon viatico per la felicità 🙂

 

La poesia della tavola, da De Nittis a Casorati

Se pensavate che il Petruzzelli fosse “solo” un teatro, vi sbagliavate: dallo scorso novembre, il suo meraviglioso foyer è diventato una maestosa sala espositiva per una mostra bella e importante. “La poesia della tavola” mette in scena 15 opere provenienti da importanti musei italiani, che raccontano –in modi diversi- il rito della tavola, dei pasti, del ritrovo nell’intimità domestica e in altri luoghi, tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il foyer di un teatro come sede espositiva è una novità assoluta: a volerlo, è stato il presidente della Fondazione Petruzzelli, Gianrico Carofiglio. Se il teatro è il luogo delle arti, per antonomasia, allora può diventare contenitore di tutte le arti; è proprio l’etimologia della parola che rende vera questa idea: “teatro” deriva dal verbo greco théaomai, cioè “vedo”.

Devo dire che questa scelta mi sembra quantomai azzeccata: gli stucchi del foyer fanno da cornice perfetta alla mostra, perché coevi –come stile- alle opere esposte.

Il ritrovo conviviale è qualcosa di estremamente teatrale, specialmente –tra le tele del Petruzzelli- in De Nittis: il suo “Pranzo a Posillipo” invita lo spettatore ad unirsi alle festa del pranzo, tra le risate dei commensali e il concerto dei cantanti.

Tornato da Parigi, e abbandonate le avanguardie delle arti figurative, De Nittis ritorna ad un linguaggio realista, ad una raffigurazione precisa della realtà. Siamo negli anni dell’affermazione del fascismo e tanti altri artisti, qua esposti, sono destinati a seguire lo stesso percorso di De Nittis: Carena, Casorati, Bocchi. E poi come non citare Carlo Levi (a sua volta allievo di Casorati a Torino), col suo “Padre a tavola” del 1926: una figura ieratica, sospesa tra realtà e finzione; negli oggetti semplici della quotidianità si coglie netto un sentimento di inquietudine, frutto senza dubbio della difficile situazione di Carlo Levi, antifascista convinto.

Mi viene a questo naturale una riflessione. Penso cioè a come delle opere d’arte riescano, allo stesso tempo, ad essere lo specchio dell’artista, della sua biografia e del periodo in cui vedono la luce.

Consideravo due artisti contemporanei e così legati come Levi e Casorati: Carlo Levi, apertamente antifascista tanto da subire la condanna all’esilio ad Aliano, trasmette nella sua pittura un sentimento di ribellione, anche alla stessa arte di regime, in quel momento dominata dal futurismo di Marinetti.

Casorati, invece, benchè grande amico di Levi, dopo un episodio di arresto per alcuni giorni a causa della sua amicizia con l’antifascista Piero Gobetti, decise di evitare di entrare in aperto conflitto col Fascismo. Aderisce perciò alla corrente cosiddetta del “Realismo magico”, di cui fu uno dei maggiori esponenti. Questa corrente rifiutava le avanguardie per rifarsi ad una tradizione nazionale, una tradizione che guardava all’arte italiana del Tre e Quattrocento, probabilmente più in linea col clima del periodo.

Come dicevo, le opere esposte in questa mostra provengono da prestigiosi musei quali la GAM di Torino (Galleria di Arte Moderna e Contemporanea), la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, la Fondazione Carlo Levi di Roma, la Galleria di Arte Moderna di Milano: insomma, vedere queste opere tutte insieme in futuro sarà quasi impossibile. Vi consiglio, quindi, di non perdere la mostra al Petruzzelli: avete tempo fino a domenica 21 febbraio.

Il Piccolo Principe tra le stelle del planetario

Forse questo post apparirà un po’ meno in linea con gli argomenti soliti di cui parlo.

Ma se il mio obiettivo è esplorare la vita culturale di Bari nel suo senso più generale, be’, occuparsi dei bambini non è certo secondario. Anzi, i bambini invitati a conoscere, a esplorare, a incuriosirsi sono i futuri adulti di cui abbiamo bisogno. E devo dire che Bari è ricchissima di iniziative per l’infanzia, iniziative di ogni genere, siano esse sportive, ludiche, culturali, ricreative ecc.

Sabato 16 gennaio ho assistito allo spettacolo “Il Piccolo Principe tra le stelle del planetario” nella suggestiva cornice, appunto, del planetario Sky-Skan di Bari.

Si è trattato di uno spettacolo di teatro-scienza, una rappresentazione –quindi- che univa alla narrazione della storia una importante componente didattica.

Scritto da Gianluigi Belsito e Pierluigi Catizone, lo spettacolo è stato realizzato grazie all’unione di forze tra la compagnia “Il teatro del viaggio” e il Planetario Sky-Skan.

Seguendo la trama del capolavoro di Saint-Exupery, i bambini osservavano il Piccolo Principe nel suo passaggio da un pianeta all’altro, nei suoi incontri con strampalati personaggi che altro non sono se non l’allegoria dell’uomo moderno. Allo stesso tempo, l’occasione era utile al narratore per parlare della struttura dell’universo, delle galassie, del sistema solare, ecc.

Le proiezioni sulle nostre teste erano davvero suggestive, i bambini rapiti dal racconto e dall’osservazione dell’universo.

Lo spettacolo è stato assolutamente coinvolgente anche per gli adulti, oltre che didatticamente molto valido, snello e diretto.

Unica pecca, a mio avviso: per il futuro, non pubblicizzerei l’evento come adatto a bambini a partire dai 4 anni. Fermo restando tutto quello che ho appena detto, lo spettacolo andrebbe destinato ad una fascia d’età che parte come minimo dai 6 anni.

Per il resto, tutto perfetto. Auspico, anzi, che iniziative così si ripetano sempre più spesso ed in tutti gli ambiti della conoscenza.

A partire da metà febbraio, questo spettacolo sarà nuovamente in replica al Planetario. Tutte le info su: https://www.facebook.com/planetarioskyskan/?fref=ts.

Poesia in azione, un’esperienza multisensoriale

“Una prima forma di coraggio consiste nell’esporsi, sia attivamente sia passivamente.” (Simone Weil)

Questa citazione è stata il “seme” che ho pescato due sere fa durante uno degli incontri di “Poesia in azione”. Nel caso non mi fossi riconosciuta nella citazione, avrei potuto cambiare il bigliettino. Però no, questa frase parla proprio di me. Per me.

In realtà è stato tutto l’incontro ad essere particolare, un’esperienza davvero fuori dagli schemi.

Innanzitutto “Poesia in azione” (http://www.poesiainazione.it/): il progetto di Silvana Kuhtz nasce con l’obiettivo di fondere parole e musica, di coinvolgere il pubblico, di invitarlo a sperimentare, a giocare con la poesia. Questo avviene dovunque, nelle location più varie e più inaspettate. Perché la poesia arrivi a tutti e in tanti modi diversi.

Io di poesia so poco. Ho conosciuto Silvana Kuhtz qualche tempo fa e ho iniziato, poi, a seguirla, a interessarmi ai suoi progetti. Tutto questo rientra in quella che è una mia personale e recente apertura all’arte della parola, e quindi all’editoria in generale, e alla poesia.

L’esperienza di “Poesia in azione” dell’altra sera è stata, dicevo, particolarmente nuova.

E spero anche di trovare le parole giuste per parlarne, proprio perché da neofita dell’argomento temo di non riuscire a rendere bene quello vorrei raccontare.

Per la prima volta ho vissuto un’esperienza culturale multisensoriale. Ma multi davvero: tutti e 5 i sensi sono stati coinvolti. Con gli occhi coperti, con la voce suadente di Silvana, masticando un frutto dolce posso asserire con certezza che la mente va altrove, in una dimensione altra rispetto al quotidiano e alla frenesia che lo accompagna. Le parole scandite, il buio, la sensazione di benessere sono quello che più mi è rimasto dentro di quella serata. E la certezza che la poesia, se assunta nei modi e nei tempi giusti, può essere un toccasana per la vita quotidiana.

Il bello è che di Silvana ho potuto cogliere un ardore che, a me, in quel momento, è servito. Che servirebbe a tutti, forse, se leggessimo più poesia e ce ne lasciassimo coinvolgere.

D’altra parte anche Goethe diceva che “Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.”

Quella di “Poesia in azione” è una performance itinerante per cui, qualora aveste notizia di una tappa vicino a voi, correte a vederla! E salutatemi Silvana! 😉

Da Terra di Bari a Città Metropolitana, Immagini del Territorio

PARADISO-B.-Campo-di-senape-Vi racconto oggi dell’inaugurazione della mostra “Da Terra di Bari a Città Metropolitana. Immagini del territorio”, Pinacoteca Metropolitana di Bari, 12 dicembre 2015-30 aprile 2016.

E provo un’emozione del tutto particolare durante la stesura di questo post: nel corso l’inaugurazione della mostra, in una sala gremita, attenta e interessata, si è parlato di Francesco Netti e della “Sua Santeramo”.

Quella “Sua Santeramo”, dalla bocca di Clara Gelao (monumento vivente per chi ha studiato storia dell’arte negli ultimi anni in Puglia e Basilicata), mi ha resa orgogliosa di essere lì, di poter comprendere fino in fondo cosa fosse “quella” Santeramo; sono stata fiera di essere anche io figlia della comunità che ha espresso Francesco Netti e Bartolomeo Paradiso, sensibilità artistiche pure e rare nel panorama pugliese otto-novecentesco.

Ma partiamo dall’inizio.

La mostra, costituita da 125 opere, si basa su elementi provenienti esclusivamente dalla Pinacoteca Metropolitana, alcuni recuperati da deposito per l’occasione (e quindi non normalmente fruibili).

Prima mostra ufficiale dell’era “Città Metropolitana”, questo evento nasce soprattutto dalla volontà di operare un recupero dell’identità culturale della “Terra di Bari”, depauperata nel corso degli anni, privata di numerose città e territori.

La “Terra di Bari” (con capoluogo Trani), infatti, nasce nel 1584, quando viene “staccata” dalla “Terra d’Otranto”.

E dal 1584 fino al 2004, cioè alla nascita della provincia di Barletta-Andria-Trani, mantiene praticamente la stessa conformazione. Si tratta perciò di una provincia compatta; ma con una struttura binaria: da una parte le città costiere, demaniali, e dall’altra le città interne, feudali.

L’intera provincia, sin dall’inizio, è caratterizzata da numerosi centri urbani di notevole importanza; a partire dal XVIII secolo, però, questo “policentrismo” inizia a venire meno per la crescita dell’importanza di Bari.

Il cambiamento ufficiale si ha nel 1806: Giuseppe Napoleone è sul trono di Napoli quando viene stabilita la nascita della provincia, e con nuovo capoluogo: Bari. Bari perché è ormai una realtà dinamica, con fiorenti traffici commerciali via mare, tassi di urbanità molto elevati. Su Bari convergono tutte le nuove strade costruite dai Borboni; e le altre città della provincia riconoscono la superiorità della città di San Nicola.

Nel 1860 nasce il Regno d’Italia e Bari deve ri-orientare i suoi rapporti coi centri importanti, con la nuova capitale ma non solo; la Ferrovia Adriatica negli anni ’60 arriva a Bari: il Sud deve essere connesso coi grandi traffici commerciali dell’Italia Settentrionale. Ferrovia significa stazione, significa sviluppo dell’edilizia.

Negli anni ’80 dell’800 il Regno d’Italia comincia a guardare a Est: tocca a Bari essere il fulcro di una serie di iniziative per collegare l’Italia a Levante.

E’ una crescita che non conosce sosta, quella di Bari, che nel 1911 arriva a contare oltre 100.000 abitanti: inizia a porsi come testa della Regione. E sarà a questo punto che si inizierà a parlare di Puglia, piuttosto che di Puglie.

Oggi, invece, assistiamo ad un processo opposto, alla deurbanizzazione della città. Crescono i centri dell’interno, diventano sempre più popolosi; si attua una dematerializzazione operativa, quindi i flussi di lavoro possono allontanarsi dal centro-Bari in favore della provincia; si assiste, insomma, ad una grande inclusione delle aree interne.

Questa mostra, attraverso il patrimonio della Pinacoteca, vuole illustrare i cambiamenti dell’identità del territorio di Bari dal 1860 al 1960.

Come dice Clara Gelao, “ogni paesaggio ha i suoi cantori”.

Fino all’avvento di Giuseppe De Nittis (soprattutto nella sua fase giovanile), un vero e proprio paesaggio pugliese non esiste. Di lui, in questo contesto, possiamo ricordare i dipinti sull’Ofanto, risalenti al 1865-66.

Esistono poi paesaggi che solo anime particolarmente sensibili possono rappresentare. Uno di questi paesaggi è la Murgia. E’ qui che si inserisce Francesco Netti, precursore –insieme a De Nittis- del filone dei paesaggisti pugliesi. Precursore perché nei suoi quadri il paesaggio non è l’oggetto principale della rappresentazione ma ne è lo sfondo. Netti amò molto rappresentare Santeramo e le sue attività agricole, oltre che splendidi scorci cittadini.

Il paesaggio pugliese acquista invece autonomia all’inizio del ‘900 con un pittore che per me è stato una grande scoperta; un artista di una prolificità sterminata, sul quale la mostra sostanzialmente si basa: Damaso Bianchi.

Altro artista che si colloca nel filone è Enrico Castellaneta: nativo di Gioia del Colle, si forma artisticamente a Napoli, con Morelli e Palizzi come insegnanti. Tornato in Puglia nel 1906, in realtà non riuscirà mai a scrollarsi di dosso la formazione napoletana.

Il primo vero paesaggista pugliese, l’inventore vero e proprio di questo genere, è un altro gioiese: Francesco Romano.  Queste le sue parole: “Come vedi, io ho avuto un’idea ardita e bella: creare nella pittura italiana un “paesaggio pugliese”. La dimora forzata in Gioia del Colle mi ha spinto a considerare la nostra campagna e vi ho scoperto tesori d’ispirazione. Per ben sette anni mi sono esercitato a copiare pianure, murge, burroni e sovra tutto mi sono adoperato di chiudere nei miei pastelli la finissima atmosfera dei nostri cieli quasi orientali; i miei quadri devono essere quadri di luce, perchè le nostre Puglie sono il paese della luce.”

Romano si sofferma quindi, per la prima volta, sulla rappresentazione della Murgia, vuole introdurla nella storia dell’arte.

La mostra si chiude con tre opere che rappresentano il folklore del territorio di Bari. Tre opere. La prima è una splendida tela di Raffaele Armenise, del 1920, “Ritorno dalla festa di San Nicola a Bari”, in cui luce, colori e festosità raggiungono chi sta guardando il quadro come se l’evento stesse avvenendo in quell’istante davanti ai suoi occhi.

E poi, mi emoziona scriverne, il bellissimo “Venerdì Santo” di Bartolomeo Paradiso e il “Corteo nuziale” di suo figlio Hero. Opere che conosco da sempre, dalla più tenera infanzia, ma al cospetto delle quali, dal vivo, mi sono trovata per la prima volta.

Ed è una cosa completamente diversa: è straordinario ma i colori che, soprattutto Bartolomeo, ha saputo esprimere, sono qualcosa che una stampa non rende nemmeno lontanamente. La brillantezza dei colori è eccezionale, la pennellata pure. Bartolomeo ha viaggiato molto e ha sicuramente visto e studiato Van Gogh, ha visto Corot, Millet. Certamente. Perché in tutte le sue opere esposte a Bari questo è evidente, per chi ha una base di nozioni di storia dell’arte.

E vedere e sentire la MIA Santeramo (mia oltre che di Netti e dei Paradiso) accostata a questi nomi della grande storia dell’arte europea mi ha colpita. Essere circondata da gente ammirata per i colori dei Paradiso e poter dire “Sì, queste sono le strade di Santeramo, queste strade io le conosco, le ho fatte, le ho vissute” mi ha veramente riempita di orgoglio.

 Per quello che vale, chiedo a chi amministra Santeramo e a chi lo farà in futuro di dare a questi grandi artista la visibilità che meritano. E’ incredibile che la loro città natale li dimentichi in questo modo.

Per il resto, consiglio ovviamente a gran voce di visitare questa mostra. Oltre che l’intera Pinacoteca che, forse in pochi lo sanno, custodisce opere di artisti del calibro di Tintoretto, Paris Bordon, Luca Giordano, Paolo Veronese, Giovanni Bellini, Bartolomeo Vivarini, Telemaco Signorini, Vincenzo Irolli, Domenico Morelli… Siateci, osservate, partecipate. “La bellezza salverà il mondo”.