Bianca Sorrentino, Mito classico e poeti del ‘900

Da quando ho aperto questo blog sta succedendo qualcosa di nuovo e meraviglioso per me: entro in contatto con ambienti e persone che sono esattamente affini alle mie inclinazioni. Non è una cosa così scontata: al contrario. La quotidianità ci mette perennemente in situazioni che non gradiamo, con persone totalmente distanti dal nostro mondo ma con le quali siano costretti a interagire per le ragioni più disparate.

Invece, qui, accade di guardarmi intorno, sorridere e pensare che quello sia esattamente il luogo dove vorrei essere e che quelle intorno a me siano esattamente le persone con le quali vorrei avere a che fare.

La premessa era doverosa, dovendovi raccontare di una certa persona e di un certo libro.

Prima di tutto, Bianca Sorrentino.

Classe 1988, barese, Bianca vanta già un curriculum d’eccezione. Che non vi riassumerò qui perché vi basta digitare il suo nome su Google per averne contezza. Quello che a me ha colpito di Bianca, e che condivido con Isabella Leardini, è la grazia e la leggiadria con cui padroneggia temi affatto quotidiani.

Sentir parlare Bianca di mito sembra la cosa più naturale possibile. Un dono di pochi, ritengo.

Se poi consideriamo anche la maestria con la quale lei accosta al mito classico la poesia del ‘900, allora viene davvero fuori un profilo di intellettuale che io mi sento davvero onorata di aver conosciuto.

Mito classico e certa poesia novecentesca, vedete, sono temi davvero lontani per la maggior parte delle persone. Io stessa ho spesso penalizzato la poesia a fronte della grande narrativa.

Però oggi leggere, per esempio, il “Monologo per Cassandra” di Wisława Szymborska mi ha aperto un mondo, non ignoto ma sicuramente molto poco conosciuto. Monologo accostato ad una splendida descrizione (forse anche rivalutazione) di Cassandra da parte di Bianca Sorrentino.

E tutto questo splendido libro (“Mito classico e poeti del ‘900”, Stilo Editrice) è costruito così, dando -tra le altre cose- voce a poeti davvero poco letti e di cui è difficile anche trovare traduzioni in italiano.

È un momento storico, il nostro, in cui c’è davvero tanto bisogno di mito classico. Bianca dice che “il mito è la storia che l’uomo racconta a se stesso per dare forma al caos”. Io condivido pienamente questa definizione, vivo ogni giorno sulla mia pelle l’urgenza di ordinare il mio caos. Credo che certe letture, certe riflessioni, possano aiutare tutti noi a creare degli spazi di serenità. Basta solo dare questa possibilità alla poesia.

L’epifania dell’orrore – Giuseppe Ceddìa

La solita ottima Libreria Quintiliano di Bari stupisce ancora con un’altra bella proposta letteraria.  Prima di raccontarvene, vi consiglio di tenere d’occhio tutti gli eventi in programma da Quintiliano prossimamente, perché sono tutti davvero meritevoli d’attenzione. Qui trovate aggiornamenti quotidiani.

L’ultimo evento a cui ho partecipato è stato la presentazione dell’antologia “L’epifania dell’orrore – Novelle gotiche italiane”, a cura di Giuseppe Ceddìa.

Ceddìa per questa raccolta ha svolto un lavoro veramente importante e innovativo: è andato a ritrovare novelle italiane ottocentesche di cui si erano perse le tracce -praticamente da sempre-, le ha selezionate e sistemate in ordine cronologico per restituire dignità alla bistrattata letteratura gotica italiana. Lo stesso Ceddìa ha definito queste opere come appartenenti ad una “letteratura sommersa”, con autori dei quali non c’è traccia nei manuali di letteratura italiana comunemente utilizzati nelle scuole.

Mentre nel mondo anglosassone la letteratura gotica, noir, raggiungeva l’apice con opere come Frankestein di Mary Shelley o Il Vampiro di Polidori, la contemporanea letteratura italiana veniva genericamente ascritta ai filoni della “letteratura fantastica” o del “romanzo storico”. In realtà anche nella produzione italiana sono presenti le tematiche tipiche del gotico nordeuropeo, soprattutto in autori come Manzoni, Guerrazzi ,D’Azeglio… Ma anche, dunque, negli autori -erroneamente definiti minori- dell’antologia di Ceddia: e quindi, per esempio, Balbo, Bazzoni e Papini.

Ci sarebbe moltissimo da dire su questo tema, che io trovo veramente molto molto interessante. Tuttavia questo post ha uno scopo diverso: quello cioè di segnalare la vivacità del panorama culturale barese.

Barese è il curatore di questa raccolta. Il più volte citato Giuseppe Ceddìa è un giovane dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Nella sua bio leggo che si occupa della ricerca di elementi gotici nella letteratura italiana dal Romanticismo in poi.

È barese anche la casa editrice di questa antologia: la Stilo Editrice è nata a Bari nel 1999 e opera principalmente nei settori della letteratura, filosofia e studi sociali; gli autori provengono sia dal mondo universitario – o dalla scuola secondaria superiore ­– sia dal mondo dei protagonisti della cittadinanza attiva.

Ho già iniziato la lettura de “L’epifania dell’orrore”: vi sarò sapere prossimamente le mie impressioni. Intanto buona lettura a chi vorrà farmi compagnia!

Né padroni né padrini – Martino Cassano

Abstract cartaceo
Abstract cartaceo

Un altro piacevole pomeriggio, il 4 dicembre, trascorso alla Libreria Quintiliano: questa volta per parlare di Martino Cassano.

Il post odierno potrebbe tranquillamente essere soltanto un lungo elenco di complimenti alle persone che organizzano questo genere di eventi, persone per le quali io provo una sincera e incommensurabile ammirazione; dalla Libreria nella persona di Marina Leo, a Luigi Bramato, a Felice Giovine che –ahimè- non conoscevo e che per me è stato una scoperta stupefacente.

E ne parlo davvero con entusiasmo perché trovo conferma, ogni giorno di più, del fatto che Bari sia una città di una ricchezza culturale immensa, una ricchezza inspiegabilmente poco nota e spesso poco valorizzata.

La Libreria Quintiliano, che ospita e promuove questi eventi, svolge egregiamente un ruolo di divulgazione culturale che –ho l’impressione- librerie di ben altra fama non svolgano. Mi piace soprattutto l’idea di sostenere chi si interessa di recuperare la storia locale, i personaggi che hanno reso grande la città.

E, a questo proposito, non posso non parlare di LB Edizioni e di Luigi Bramato, in particolare. Questa giovanissima casa editrice nasce col progetto di recuperare –nella forma dell’e-book- testi antichi custoditi presso biblioteche, archivi e depositi. La linea editoriale prevede la ricostruzione di una storia locale poco nota ai più tramite i tanti piccoli tasselli che ognuna delle pubblicazioni rappresenta.

A me sembra un progetto meraviglioso, non trovo altre parole per definirlo. Sarà che mi appassiona la storia locale da sempre (quella di Bari da meno tempo dato che non è la città in cui sono nata), sarà che trovo fondamentale che ognuno di noi conosca le proprie radici, sarà che è indispensabile sapere da dove veniamo per capire dove andare… Sarà tutto questo ma il progetto per me è bellissimo e va assolutamente portato avanti nel migliore dei modi possibile.

Durante l’incontro in libreria, mi si è aperto un mondo rispetto alla storia dell’editoria barese all’inizio del ‘900, grazie a Martino Cassano e tutti i personaggi che gli ruotavano intorno.

Siamo in un’epoca in cui grandi eventi scuotevano la vita economica e culturale di Bari: l’approdo in città di imprenditori svizzeri, la costruzione del Petruzzelli e dei primi tronconi dell’Acquedotto Pugliese.

E poi il primo sciopero per l’aumento della farina, l’inaugurazione della prima stazione radiotelegrafica con Marconi, la costituzione della Società Elettrica Barese, il centenario della venuta di Gioacchino Murat…

In questo contesto, la città di Bari sentiva l’esigenza di un giornale che non fosse espressione di un partito o di una élite circoscritta. Al rientro a Bari da Roma, Martino Cassano fonda –insieme ad alcuni collaboratori- “La Settimana”, apparso per la prima volta il 15 novembre 1885. “La Settimana” superò quasi subito la media dell’epoca di 500 copie; questo successo spinge Cassano a compiere il grande passo e fondare un giornale quotidiano: il “Corriere delle Puglie” vede la luce il 1° novembre 1887.

Nonostante lo scarso livello di alfabetizzazione della popolazione dell’epoca, il giornale ottiene subito enorme successo, tanto da attirare le ire dei concorrenti: da “Il Mattino” di Napoli, per esempio, che accusa Cassano di avere dei protettori. E la sua risposta è emblematica: “né padroni né padrini”. In effetti il Corriere delle Puglie è un giornale libero, senza alcun aggancio politico. Che riesce a creare una reale opinione pubblica.

Cassano resterà alla guida del giornale fino al 1921, quando lascerà la direzione a Raffaele Gorjux (altro importantissimo personaggio del giornalismo barese) insieme a Leonardo Azzarita.

Morirà a Roma sei anni dopo.

E’ curioso come la Città di Bari non abbia mai omaggiato Martino Cassano dopo la sua morte. Mi auguro che, soprattutto dopo la spinta da parte di LB edizioni, il ricordo di un tale modello di rettitudine morale, onestà e intelligenza ritorni ad essere vivo. Nel mondo del giornalismo ma non solo.

Presentazione “Viaggio alla luna” di Ernesto Capocci

CapocciDevo dire che pensare e organizzare questo post, oggi, mi risulta veramente difficile. Sia per la mole di informazioni che dovrebbe contenere, sia per le sensazioni che l’evento di oggi mi ha suggerito. Tuttavia cercherò di condensare il tutto in un post che sia il più possibile fruibile e il meno possibile inutilmente prolisso 🙂

Ho partecipato, presso la Libreria Quintiliano, alla presentazione di “Viaggio alla luna” di Ernesto Capocci: un libricino di appena una quarantina di pagine, una perla riemersa per caso dagli archivi della Biblioteca Nazionale di Bari. Sì, perché –stando al Dizionario Biografico degli Italiani (Vol. 18 – 1975) – quest’opera si classificava ufficialmente come dispersa. La Busta A 260/11, poi, (grazie al bibliotecario barese Francesco Quarto) ci ha restituito quella che oggi è l’unica copia autentica dell’opuscolo, il cui titolo completo è “Breve relazione del primo viaggio alla Luna fatto da una donna l’anno di grazia 2057”.

La storia narra del viaggio verso la Luna della giovane protagonista, Urania, la quale, parlando in prima persona, narra all’amica Ernestina tutti i progressi della scienza e le racconta i dettagli della sua partenza, dal volo in aerostato da Napoli all’Ecuador fino all’arrivo sul suolo lunare.

Il libretto fu pubblicato a Napoli nel 1857, quindi ben un decennio prima di quando Jules Verne darà alle stampe il suo “Dalla Terra alla Luna”: questo, come dice l’editore Luigi Bramato, “riscrive la storia della narrativa fantascientifica” perché, ben prima di Verne e delle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri, si profetizzava lo sbarco dell’uomo sulla Luna, poi realmente avvenuto oltre un secolo dopo.

Ed è allo stesso tempo insolita e moderna la scelta di utilizzare una protagonista femminile, in un’epoca in cui la figura della donna non era minimamente accostata all’idea di scienza e di progresso.

Nel libro non mancano, tuttavia, satira e ironia, in un periodo storico in cui si moltiplicavano scontri, diatribe e liti tra comunità scientifiche a causa del prorompente imperversare delle teorie evoluzionistiche di Charles Darwin.

E Capocci fu uno dei maggiori scienziati del suo tempo: nipote dell’astronomo Federico Zuccari, Ernesto Capocci, a soli 23 anni, viene nominato astronomo in seconda dell’Osservatorio di Capodimonte. Nel 1833, a 35 anni, ne diviene direttore. Carica che però perderà nel 1850, per volere del re borbone Ferdinando II, a causa della sua aperta simpatia per i principi liberali e per la sua partecipazione ai moti del ‘48. Dopo la caduta del regime borbonico, viene subito reintegrato a capo dell’Osservatorio fino alla morte, sopraggiunta nel 1864. Viene anche nominato senatore a vita del neonato regno d’Italia, su proposta di Giuseppe Garibaldi; il Capocci fu un grande divulgatore scientifico e fu proprio grazie a questa attitudine che intuì la necessità di diffondere la cultura scientifica con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, tramite dei libretti scritti ad hoc.

Il ritrovamento di questo libro a Bari, di quest’unica copia, conferisce enorme e ulteriore lustro alla Biblioteca Nazionale della città, che si conferma essere una straordinaria miniera di tesori, di pezzi unici e di inestimabile valore storico.

Come l’opera sia arrivata a Bari non è ben chiaro: sappiamo si tratti di un “Dono Cotugno”, cioè di un pezzo proveniente dalla collezione donata da Raffaele Cotugno, nipote del medico settecentesco Domenico Cotugno. Ed è probabilmente nell’ambito delle elite di queste professionalità che il libro dev’essere giunto in Puglia da Napoli.

A proposito di Puglia: ad un certo punto nella narrazione, Urania racconta ad Ernestina ciò che vede sul suolo lunare. E il paesaggio ricorda alla protagonista quello di una zona precisa e caratteristica della Puglia, le Murge! Murge dove io sono nata e cresciuta, e che nel racconto di Capocci diventa: “e sono degli spazi di sterminata estensione, il cui monotono livello appena ondulato da lievi rugosità non maggiori dei poggi delle Murgie nella pianura delle nostre Puglie, e qui e qua interrotto da qualche isolato cono vulcanico, o sollevato dal suolo a guisa del picco di Teneriffa, ovvero sprofondato sotto di esso a guisa di enorme pozzo del quale non v’ha sulla Terra l’esempio”:

Devo, poi, doverosamente accennare alla illuminata casa editrice che ha deciso di ripubblicare dopo 150 anni questo libro: si tratta della neonata LB Edizioni che, nella persona di Luigi Bramato, si occupa della ripubblicazione in formato digitale dei testi antichi custoditi presso le biblioteche pubbliche, gli archivi e i depositi privati.

Personalmente, e per quello che vale, faccio i miei più sinceri complimenti a Luigi Bramato per il suo lavoro e per quelli che sono i suoi progetti futuri.

Non resta, quindi, che immergersi nella lettura di “Viaggio alla Luna”.