Franco Arminio: poesie di carne e di pietre

Ho letto la prima raccolta intera di poesie di Franco Arminio, “L’infinito senza farci caso”. Per essere più precisi, l’ho ascoltata in versione audiolibro su Storytel.

(Da qualche mese ho scoperto che lo strumento “audiolibro” mi è congeniale: evitare l’atto tecnico del leggere mi libera completamente la mente e mi rende molto più ricettiva)

Bene. Di Franco Arminio avevo letto, negli anni, parecchie cose sparse. Lo avevo conosciuto per la sua attività di Paesologo, per il Festival “La Luna e I Calanchi” di Aliano. E mi aveva incuriosito questo suo essere completamente controcorrente in un tempo fluido e violentemente accentratore.

Mentre il mondo scorre veloce sui social lui rallenta. Mentre poche grandi città accentrano l’economia, lui racconta i piccoli borghi.

Ed in questa raccolta di poesie si percepisce in maniera evidente la realtà del paese. Il paese io l’ho vissuto, lo avverto in queste parole.

Questa poesia sa di carne e di pietre. Sa di avi e di entroterra. Mi riporta a sensazioni antiche che sono in disordine nella mia testa; attraverso queste parole la nebbia si dirada un po’ e intravedo Murge e campi verdi, ferule, muretti a secco e animali al pascolo.

Temi come il sesso, l’amore, la vecchiaia, la solitudine, la morte sono affrontati in maniera diretta, semplice ma intensissima. Poche parole, poche -perfette- pennellate.

Come un quadro di Cèzanne: “tre tocchi e c’è tutto: il colore, peso e la polpa”, diceva Simenon.

Buona lettura. O, se come me lo preferite, buon ascolto.

Piccoli pensieri

La verità è che per me l’Arte è un mistero impenetrabile. In tutte le sue forme, in tutte le sue espressioni.

Può commuovermi una pennellata, una nota, un verso. Sono diventata, specialmente negli ultimi tempi, completamente permeabile rispetto all’Arte. A teatro, ad un concerto, ad una mostra mi sento attraversare da emozioni che non riesco nemmeno ad identificare completamente. Io sono lì, so solo questo, a farmi travolgere, senza alcuna resistenza.

Vedere un’intera orchestra all’opera mi sembra qualcosa di divino, di ultraterreno; ogni volta mi chiedo come sia umanamente possibile tanta Bellezza, tanta perfezione.

Lo stesso dicasi per un dipinto. Mi sembra incomprensibile, impossibile. E più studio, più leggo, più osservo e più questa strana sensazione si fa intensa.

Cerco di interpretare le emozioni di chi sta dall’altra parte e, invece di penetrarle, ne vengo travolta. Mi franano addosso; macerie che ogni volta cambiano un po’ di me, forgiando una donna che a poco a poco si sta definendo.

E c’è questo: tutta questa Bellezza cambia le persone, le rende molto reattive all’Arte e meno sensibili al brutto, all’infimo, all’inutile. Poichè Arte e Bellezza possono essere cercati e trovati in ogni ambito della vita, credo che si possa pensare ad una funzione didattica del Bello.

D’altra parte la funzione didattica della Bellezza è nelle nostre radici culturali più profonde; a questo proposito, vi invito a leggere un bellissimo editoriale nel quale mi sono imbattuta; è di Marco Dallari e lo trovate qui. Una lettura che è una carezza leggera a mezzanotte, cioè nel momento in cui scrivo.

“Il contrario della bellezza non è la bruttezza ma la rozzezza culturale e l’ignoranza emozionale.