Una nuova oasi di Cultura a Carrassi: prende piede il progetto Colibrì

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.”

È esattamente questa frase di Marguerite Yourcenar che mi è venuta in mente quando sono entrata, pochi giorni fa, nella nuova biblioteca inaugurata in via Colella a Carrassi. Si tratta di una (la prima) di 11 biblioteche di quartiere che nasceranno in tutta la città per il progetto Colibrì.

Colibrì prevede la riqualificazione di luoghi inutilizzati da tempo al fine di creare presìdi di aggregazione e di promozione della Cultura utili a tutti i cittadini.

Questa biblioteca nasce grazie all’impegno del Municipio II, che ha anticipato i tempi del progetto con l’utilizzo di fondi propri. I libri provengono dall’ex biblioteca della Chiesa Russa e dal Centro di documentazione “Antonino Caponnetto”.

E nasce in un luogo strategico, a pochi passi da molte scuole, vicino al mercato di Santa Scolastica, vicino al carcere.

Quando ho appreso dell’inaugurazione di questa biblioteca, ho inizialmente fatto davvero molta fatica a crederci. Un luogo abbandonato, riqualificato e restituito al suo quartiere…con una biblioteca. Per giunta una biblioteca che dialogherà con altre 10 in tutta la città per creare una rete unica di progetti. Perfetto, cos’altro chiedere?

Uno spazio che, a Carrassi, si aggiunge a quello della Biblioteca dei Ragazzi di Parco 2 giugno (ne avevo parlato qui) ma che offre qualcosa di diverso e di nuovo.

E così, a pochissimi giorni dall’apertura, sono stata a visitarla: 400 mq di sale, sezione emeroteca e sezione videoteca; tavoli grandi e lindi sui quali leggere; angoli riservati in cui poter studiare senza interferenze. Pace, silenzio e libri. Un’oasi davvero felice nel chiasso da cui siamo circondati.

 

Mi tocca senz’altro rivolgere un plauso ad una Amministrazione che lavora tantissimo per la Cultura in questa Città (penso a teatri e biblioteche in primis); un’Amministrazione che riesce anche, meravigliosamente, a coinvolgere la cittadinanza, che tiene poi il passo con numerosissime iniziative culturali private.

Questo è il bottino della mia prima visita nella nuova biblioteca 😊 A presto!

Musei e mostre: Matera2019 è sinonimo di Bellezza

Ebbene sì: a Matera poi ci sono stata e, come immaginavo, è stata una giornata molto molto bella.

Ero da sola: molti si stupiscono quando racconto che faccio queste cose da sola con una certa frequenza; visito da sola, vado a teatro da sola. Mi piace: posso dedicare ogni energia solo a me, a ciò che mi interessa; e poi i miei ritmi sono serrati, non è facile per nessuno starmi dietro 😊

Come avevo anticipato nello scorso post, domenica a Matera avevo con me un taccuino; e di pagine ne ho scritte un bel po’, durante le pause, seduta per scale di palazzi, o nelle hall di musei.

E’ stata la mia giornata; ero dove volevo essere, nella mia dimensione esatta. Intorno tutto mi parlava di qualcosa. Fosse stato per me non sarei mai andata via.

Vi riporto uno stralcio di appunti dal taccuino, qualcosa che ho scritto mentre mi guardavo intorno, seduta sulle scale accanto alla mia adorata Università…e mentre il caldo mi sfiniva.

In questo momento, in Piazza San Giovanni Battista, un venticello leggero mi accarezza le guance. E mi dà sollievo in questa incredibile calura di giugno. Quest’anno l’estate ha voluto irrompere all’improvviso, senza farsi preannunciare.

Tutto dovrebbe essere sempre come adesso: calma, pace, sole. Gente che passeggia e curiosa.

E Matera, coi suoi mille rivoli e il suo abbraccio, si presta a tutto questo. Mi sembra il centro del mondo, in questo momento.

Mi sembra che tutto debba confluire qui, doverosamente. Le persone, l’Arte, la Storia, la Filosofia.

Fa caldo ma non vorrei mai andare via. Vorrei vivere di questo.”

Nonostante le strade piene di gente, i musei e le mostre non erano affollati: tutt’altro.

Diciamo che in questo caso ha prevalso la gioia di avere le sale tutte per me, regina nel mio regno, piuttosto che gli interrogativi sulla comunicazione col pubblico.

Ho cominciato con una delle ragioni principali della mia gita a Matera: “Rinascimento visto da Sud” a Palazzo Lanfranchi.

Inutile dirlo: una mostra molto molto bella ed anche molto ben allestita, secondo me. Il percorso di visita è strutturato in maniera intuitiva e chiara, le opere esposte sono valorizzate (dalla posizione e dall’illuminazione); non c’è il sovraffollamento, tipico di tante mostre, che affatica anche il visitatore più appassionato.

Per non parlare del fatto che, ad un certo punto, mi sono affacciata per caso ad una finestrella e ci ho scovato una vista mozzafiato sui Sassi 😉

Le opere giunte a Matera per questa mostra sono tante, quasi 200, e provengono dai più importanti musei italiani: Capodimonte, Uffizi, Bargello, per citarne alcuni.

E vi trovate Donatello, Antonello da Messina, Raffaello, Mantegna, Colantonio, Giovanni Bellini, Benedetto da Maiano, il lucanissimo Altobello Persio e tanti tanti altri.

Antonello da Messina

Vi trovate cartografie, monete, accanto a pittura e scultura. Una mostra che racconta il Rinascimento dalla prospettiva del Mediterraneo, e quindi l’Italia meridionale, la Spagna, il Nordafrica. Un Rinascimento che certamente recepisce i dettami provenienti da Roma e Firenze ma che li riadatta alla propria tradizione. Un dialogo tra Culture, un viaggio imperdibile. Qui trovate altre info.

La seconda tappa della mia giornata è stata M.E.M.O.R.I., in Santa Maria de Armenis (Sasso Caveoso).

M.E.M.O.R.I. sta per “Museo Euro Mediterraneo dell’Oggetto Rifiutato”; è qualcosa di davvero molto particolare, che sono abbastanza sicura non avrà incontrato il gusto di molti. Banalmente perché, per quello che è il mio punto di vista, non ha molto di artistico nel senso canonico del termine. Anzi, non ha nulla.

Subito dopo essere uscita da lì, ho definito M.E.M.O.R.I. sul taccuino come una mostra “concettuale/emozionale/riflessiva”. E lasciate che vi spieghi i tre aggettivi.

Concettuale”: è tutta di concetto, di effetti. Si tratta di una mostra itinerante che espone frammenti, tracce, scarti di lavorazione raccolti in 5 città mediterranee (Genova, Marsiglia, Malaga, Tunisi e Tétouan) e in 5 città lucane (Bernalda, Venosa, Matera, Muro Lucano e Potenza). Vi trovate fili, sabbia, conchiglie, rametti secchi, cartoline. E occorre andare ben oltre il significante per cogliere il significato. Cioè quello che vi si vuole mostrare non è l’oggetto il sé, ma un “viaggio della mano”, ovvero tutto ciò che una mano può toccare, modellare, sfiorare e lo fa in rapporto al viaggio, allo scambio. In un Mediterraneo che non è più un mare che separa ma strada che unisce.

Emozionale”: obiettivamente, entrare in sintonia col significato di quanto esposto non lascia indifferenti; gli oggetti di scarto parlano di ricordi, di storie, di passato condiviso. Di circostanze che sono comuni dovunque.

Infine “riflessiva” perché la riflessione è l’obiettivo ultimo dell’esposizione: riflessione sull’uomo e sui suoi rapporti, sull’evoluzione delle culture intorno al Grande Mare.

M.E.M.O.R.I. si articola in 6 “settori”: un Anarchivio e 5 stanze.

Andateci anche perché vi troverete delle ragazze davvero in gamba ad accogliervi, preparate e gentili. Sì, anche a questo ho fatto caso: molto spesso il visitatore è un po’ abbandonato a se stesso, senza informazioni, senza assistenza. Qui invece sono stata accolta, ascoltata e accompagnata. Mi sono sentita una parte dell’esperienza di M.E.M.O.R.I.

Terza tappa della giornata: Ars Excavandi presso il Museo Ridola. Questa è una mostra che avevo già visto alcuni mesi fa, ma che mi ero riproposta di ri-visitare.

Può un ambiente ipogeo millenario darci informazioni su come costruire le città del futuro, o addirittura su come affrontare la vita su un altro pianeta?

Il taccuino mi dice che Ars Excavandi è concettuale/ostica. Eh sì, ostica davvero. Proprio non per tutti. O meglio: diciamo che, come tutte le buone mostre, si presta a più livelli di comprensione: è accessibile persino ai bambini se la si guarda sul piano del puro allestimento; tanta multimedialità, tanti colori e suoni, un’esperienza del tutto immersiva e totalizzante. Il gaming a sancire il punto di contatto col visitatore.

Ma…la comprensione del senso profondo della mostra è ostica. Io stessa sono certa di non averne compreso tutte le sfaccettature, nonostante le due visite e nonostante una certa dimestichezza col settore; è ostica perché presuppone un sostrato culturale molto solido, molto vasto e molto filosofico. Nonostante ciò, la sensazione che rimane, una volta usciti, è di Bellezza e di Stupore.

Ci sono, però, a mio avviso dei dettagli da correggere, dal punto di vista della fruizione: nell’ambito del Museo Ridola, il percorso di Ars Excavandi non è chiarissimo per il visitatore che si trovasse lì per la prima volta. Tant’è che ho visto molti, ma molti, avventori immettersi nel percorso espositivo dall’uscita, perdendo così l’intero senso della mostra nonché la possibilità di usufruire dell’esperienza di gaming.

Avrei, inoltre, previsto degli approfondimenti guidati per chi fosse stato interessato ad alcuni aspetti. Aspetti che, sono certa, risulterebbero ancora più affascinanti se penetrati in maniera più completa.

Un’ultima criticità: faceva davvero molto molto caldo. Mi rendo conto che questo sia un aspetto che esula completamente dal contesto della mostra, ma purtroppo un ambiente non confortevole non aiuta l’esperienza del visitatore. E ormai la moderna museologia è concorde nel ritenere che il ruolo del museo non sia più solo quello di conservare ed esporre ma quello di creare la migliore esperienza possibile di fruizione per il visitatore.

In conclusione penso si tratti di una mostra con un enorme potenziale, assolutamente da non perdere sebbene con alcuni aspetti da correggere. I musei tradizionali sono vuoti perché l’esposizione asettica non stimola i sensi del visitatore; una mostra come questa, invece, coinvolge e incuriosisce.

Quarta ed ultima tappa, “La poetica dei numeri primi” presso Palazzo Acito. Questa mostra si divide tra Matera e Metaponto. E penso che la parte più interessante sia proprio quella di Metaponto, che però non ho visto.

Onestamente, questa è stata la mostra che mi è piaciuta di meno, tra quelle viste durante questa giornata. Un po’ per l’allestimento, un po’ per il tema, un po’ per il genere di opere esposte, un po’ anche -ammetto- per l’assenza di assistenza al visitatore; insomma, non mi ha entusiasmata.

Probabilmente sarò una voce fuori dal coro, ma penso di ragionare con una buona dose di cognizione di causa, dato che visito mostre e musei da quando ero solo una bambina e dato che ho studiato Storia dell’Arte e museologia tantissimo. Io credo che l’esperienza del visitatore debba essere molto molto diversa da com’è oggi in queste mostre. Da visitatrice, in una mostra come quella a Palazzo Acito, avrei voluto essere accolta, guidata, presa per mano ed accompagnata in un viaggio. Che peraltro da sola non sono stata in grado di fare perché certe cose vanno necessariamente raccontate e spiegate, non se ne può proprio fare a meno. In un museo, ad una mostra, il centro dell’attenzione è il visitatore, non più l’opera. Ritenere di dover allineare una serie di manufatti su una parete e di aver così adempiuto al proprio dovere è una visione vecchia di 60 anni, almeno.

La giornata si è conclusa così; interessante, piena, felice. Ero indecisa sul come pubblicare questo post, se intero o a spezzoni. Alla fine ho optato per pubblicarlo tutto perché potesse essere il più utile possibile a chi volesse trascorrere una giornata di questo tipo a Matera e anche a chi volesse, tutte insieme, info sulle mostre.

Per qualsiasi tipo di confronto o chiacchierata rispetto a queste mostre, scrivetemi pure 😊

Matera mi è d’obbligo

Mi è d’obbligo perché a Matera c’è un pezzo di cuore, una parte importante dei miei ricordi e della mia crescita.

Matera è la città in cui il mio papà ha sempre lavorato, dove ho studiato e mi sono laureata, dove ho anche vissuto un anno.

Una città che ho molto amato, sempre; in cui ho creduto e credo. E poi quest’anno, con l’elezione a Capitale Europea della Cultura, Matera diventa patrimonio collettivo. Mi sembra il minimo dedicarle una sezione del mio blog.

Nel mondo delle città d’arte e turistiche, immagino Matera come una fanciulla al ballo delle debuttanti: sta vivendo la sua occasione. Finalmente tutti potranno ammirare il suo splendore. Forse sarà ancora acerba, sta imparando, ma si appresta a diventare grande e importante.

Matera brilla di una poesia che altrove non si trova; è questo che la rende speciale, credo. Osservare i Sassi da un belvedere significa assistere al bacio tra pietra e cielo, tra uomo e infinito.

Qualcosa di davvero unico nel suo genere. Una “dimensione lucana”, la definirei. Dimensione che ritrovo perfettamente nelle parole di Carlo Levi, a cui Matera dedica -giustamente- una grande sezione del Museo di Palazzo Lanfranchi- e di Franco Arminio. Amo leggere entrambi, infatti. Li sento molto vicini. 

E, dopo un periodo lungo e faticoso per me, mi faccio un regalo. Domenica passerò tutta la giornata a Matera. Da sola, a visitare, a osservare, a scrivere.

Mi sono preparata a questa giornata con un taccuino, nuovo, intonso. Aspetta di ricevere pensieri. Ecco perché ho bisogno di essere da sola.

E poi un programma fitto di cose. In questo periodo la città pullula di eventi ed io voglio esserci, almeno qualche volta.

Vi mostro il mio elenco, stilato nero su bianco, carta e penna. Davvero: non vedo l’ora.

In attesa, poi, di tornare a Matera il prossimo 16 luglio, per un’altra occasione speciale. Ma ne riparliamo più avanti 🙂

Ada Costa: La Leonarda e la bellezza matematica delle cose

Ada Costa, lo scorso 24 maggio, è stata una scoperta. Questo dell’arte contemporanea è un mondo, a dire il vero, per me molto poco battuto, molto poco noto. Per cui questo post non ha alcuna ambizione di recensione; è il racconto di un mio nuovo incontro artistico.

L’artista barese comincia la sua attività negli anni ’70: questa prima fase è caratterizzata dallo spazio bidimensionale, dalle linee e dai punti; gli anni ’80 vedono un ampliamento della ricerca spaziale con la conquista della tridimensionalità: sfere e specchi diventano protagonisti della sua scultura.

Passaggio successivo è l’aggiunta della luce alle sue opere. Luce resa attraverso l’uso del vetro, utilizzato nelle forme primarie del quadrato e del cubo, per poi arrivare -prima in Puglia- al laser.

Insomma un percorso artistico che, inequivocabilmente, parla della formazione scientifica di Ada Costa e della sua predisposizione alla matematica e alla fisica.

E la mostra presso Misia Arte, in via Putignani, è stata concepita come una retrospettiva dell’opera dell’artista, chiamata infatti “La Leonarda & la bellezza matematica delle cose”.

“Leonarda” (1978) è un titolo che attira l’attenzione: si tratta di sei fogli su carta millimetrata in cui mani femminili, riprese da indimenticabili opere di Leonardo, assecondano le varie posizioni del segmento.

Leonarda

In altre opere affini, lo sfondo dorato conferisce ai fogli un’aura nobile, quasi bizantina. Insomma una ricerca interessante, certamente originale.

Ada Costa

Una camera, venerdì scorso, era poi dedicata ad una delle famose installazioni con laser dell’artista. A partire dalla metà degli anni ’80, il laser diventa una costante nell’opera di Ada Costa, utilizzato quasi sempre in combinazione con specchi e vetro. Questo abbinamento riesce a comunicare in maniera convincente l’idea di spazio penetrato, conquistato, di superamento della consistenza fisica del corpo.

Quello di arte e scienza, di bellezza e di geometria, è un concetto veramente antico, che passa per Leonardo da Vinci e per il Rinascimento ma che deriva direttamente dal pensiero greco, da Platone. Nel mondo antico, la formazione dei pittori prevedeva lo studio, tra le altre cose, di aritmetica e ottica.

Sono stata molto felice di fare la conoscenza di Ada Costa, scoprire il suo lungo percorso artistico e i suoi riferimenti. Sono molto grata per l’invito ricevuto a partecipare a questa mostra e spero che si ripresentino presto occasioni simili. Alla prossima 😊

“Ciao Pinocchio”: l’invito a teatro della Fondazione Petruzzelli

Ciao Pinocchio” è la prima delle cinque Opere per ragazzi, commissionate dalla Fondazione Petruzzelli negli ultimi anni, che ho l’occasione di vedere.

Il compositore Paolo Arcà porta in scena uno spettacolo di un’ora, in un unico atto, che -tramite scene rapide- racconta con delicatezza la storia del burattino di Collodi; una storia mai scontata, a dire il vero: alla mia età sono ancora in grado di percorrere strade del racconto che non avevo ancora mai esplorato.

In questa versione di Pinocchio, per esempio, ampio spazio è dedicato all’importanza dello studio e dell’impegno; tema urgente, per me, in questo momento storico.

Ma, devo dire, l’aspetto che particolarmente apprezzo del lavoro della Fondazione (ed è il motivo principale di questo post) è l’impegno alla divulgazione dell’Opera; e uno spettacolo come questo, come “Ciao Pinocchio”, non è altro che un invito ad un primissimo approccio con la lirica per i giovanissimi: non solo commissioni ad hoc, ma anche -va detto- un prezzo estremamente popolare che ha l’intento unico di avvicinare bambini e famiglie al Teatro e in particolare all’Opera lirica.

5 euro -per uno qualsiasi dei settori del teatro, platea compresa- è un costo davvero simbolico, un invito che è anche il piacere della condivisione di un aspetto così importante della vita sociale come il teatro.

E 10mila prenotazioni, mattine intere di scolaresche, sono un’ottima risposta da parte di un territorio che, torno a dire, non aspetta altro che occasioni di questo tipo.

Ho sentito di tanti bambini (ma anche di tanti adulti), negli ultimi giorni, per i quali questo spettacolo rappresenterà la prima volta al Petruzzelli. E questo ritengo sia il risultato più grande e più importante che una istituzione culturale possa raggiungere: un teatro pieno di bambini è un investimento sociale. Una partita vinta.

La Fondazione Petruzzelli sta percorrendo, secondo me, tra le tante possibili, una strada molto proficua. Spero, davvero profondamente, che anche altre istituzioni culturali del territorio comincino a intraprendere azioni di apertura verso un pubblico più ampio; un pubblico forse apparentemente meno avvezzo ma che attende occasioni. La Biblioteca dei Ragazzi, le Officine Culturali Carrassi mi sembra siano piuttosto aperte a soluzioni innovative di coinvolgimento del pubblico, ma ci sono tante istituzioni altisonanti davvero ferme al palo, senza iniziative, con una modalità di comunicazione che sa di stantìo e di anacronistico.

Il pubblico c’è. Va guidato. Va preso per mano e condotto ma c’è.

“De vîrne…u cäne mazze”: una santermana premiata

Mi concedo oggi una variazione sul tema 🙂

Vorrei linkare qui questa poesia di Mariella Stano: il titolo originale lo leggete nel titolo, la traduzione è “D’inverno…il cane randagio”. Il testo è interamente nel dialetto del mio paesello d’origine, Santeramo in Colle, arroccato sul punto più alto delle Murge.

Imbattermi oggi -per puro caso- in questa poesia è stata una carezza dal passato. Da quando vivo a Bari, non ascolto e non pratico più questo dialetto. Che, però, rappresenta tutti i ricordi della mia infanzia, la lingua dei miei nonni, suoni che erano la mia quotidianità.

Rispetto a quello barese, il dialetto santermano è chiuso, con poche vocali. Duro, come la sua terra.

Comprendo che sia praticamente di impossibile fruizione per i non santermani, però a questa poesia è stato assegnato il 1° premio dalla Giuria del Concorso Letterario Nazionale “M. D’Azeglio” di Barletta. Un concorso molto importante, che supera ormai i confini nazionali.

Qui il link. Buona serata 🙂

La grande architettura: Palazzo Fizzarotti

Una visita davvero particolare quella di ieri a Palazzo Fizzarotti. Oltrepassare il portone significa entrare in un mondo fitto di simboli, rimandi esoterici, ricercatissime decorazioni e materiali preziosi.

Palazzo Fizzarotti è oggi proprietà privata; un accordo con l’associazione PugliArte rende visitabile il piano nobile durante alcune giornate.

Il Palazzo risale ai primissimi anni del ‘900, edificato per volere del banchiere leccese Emanuele Fizzarotti sull’impianto di un palazzotto preesistente. Due tra i più grandi architetti dell’epoca furono chiamati a dirigere i lavori: Augusto Corradini (che a Bari -alcuni anni dopo- firmerà anche ingresso e fontana monumentali della Fiera del Levante) ed Ettore Bernich (assiduo collaboratore della rivista “Napoli nobilissima” di Benedetto Croce e promotore di una nuova fase di valorizzazione e restauro di cattedrali medievali e chiese in Puglia, tra cui le cattedrali di Bari, Ruvo e Bitonto).

Il capitalismo è il leitmotiv di questo progetto: simboli che vi alludono sono presenti dovunque, in facciata e nelle decorazioni interne.

La facciata di Palazzo Fizzarotti lascia a bocca aperta: sebbene annerita dagli anni, conserva tutto il suo fascino eclettico, con una commistione di stili che vanno dal neogotico al neoromanico agli accenni arabeggianti.

La facciata

Quattro gli stemmi presenti in facciata, all’interno di medaglioni tra le arcate ogivali: una fenice (che allude a Venezia), un barinon che naviga su una imbarcazione (omaggio a Bari), una lupa sotto un leccio (a ricordare le origini del Fizzarotti) e lo stemma della famiglia, con le quattro frecce spezzate (“quamquam fracta vulnerant”).

Oltre il portone principale, ci si trova al cospetto di un sontuoso atrio riccamente decorato e affrescato; e poi la scalinata che conduce al piano nobile.

Piano nobile che è di uno sfarzo che non ci si aspetterebbe di trovare in Corso Vittorio Emanuele; sembra di entrare in un altro mondo: dai pavimenti in battuto veneziano con polvere di lapislazzuli (sui quali non vorresti camminare ma volare), alle grandi tele tutto intorno alle sale, ai sontuosi lampadari in vetro di Murano… Tutto parla di una committenza colta e intenzionata a comunicare qualcosa con ogni singolo dettaglio. Tutto l’impianto decorativo ha un fil rouge che è l’importanza del lavoro, dell’imprenditorialità e dell’industria nascente.

Non è consentito scattare foto all’interno del Palazzo, per cui non posso mostrarvi nulla. Mi vedo, perciò, costretta a consigliarvi di tenere d’occhio la pagina Facebook di PugliArte e prenotare un posto per la prossima visita guidata. Poi fatemi sapere cosa ne pensate 😉

“La valchiria” al Teatro Petruzzelli

Sono due, essenzialmente, le scene de “La Valchiria” che, chiudendo gli occhi, rivivo come fossero in questo momento davanti a me: una è, senza dubbio, la celeberrima “Cavalcata”, con la quale si apre il terzo atto.

Nell’allestimento del Petruzzelli la scena è resa in maniera talmente potente che è impossibile non ripensarci: i cavalli, enormi, l’oro, gli splendidi costumi delle valchirie. Che, con musica e voci, conferiscono alla scena una monumentalità che non ho trovato nemmeno lontanamente in altri allestimenti (ho visto su YouTube almeno altre due versioni dell’Opera).

Certo, essere a pochi metri dal palco rende l’esperienza completamente coinvolgente, però ho sentito voci molto molto più autorevoli di me esprimersi in termini simili.

La seconda scena per me memorabile è quella conclusiva, quella del cerchio di fuoco, con Wotan e Brünnhilde. Che poi sono i veri protagonisti della vicenda, i perni attorno ai quali si snoda tutta la narrazione. Questa scena mi rimane in mente perché resa in maniera tanto tecnicamente semplice quanto efficace nel messaggio.

L’ho detto più volte, io sono una profana; mi sono avvicinata al mondo dell’Opera, in maniera graduale, da circa due anni. E, prima di mercoledì, ero convinta che questa de “La Valchiria” fosse una prova “eccessiva” per me: le tematiche, il tedesco, le quattro ore e mezza, Wagner… Pensavo di uscirne sconfitta.

E invece nulla è andato come io credevo; con adeguate letture e ascolti nei giorni precedenti, ho potuto godere di ogni singolo dettaglio. Sono entrata a teatro con le idee ancora non del tutto chiare: ma poi, con lo scorrere delle ore, ogni tassello è andato naturalmente al suo posto. Tutto, mercoledì sera, ha contribuito a rendere “La Valchiria” un’Opera memorabile ai miei occhi: la (mia) scoperta di Wagner, l’orchestra impeccabile, gli artisti sul palco (che ho trovato di livello altissimo, in particolare Maida Hundeling/ Brünnhilde e Michaela Kaune/Sieglinde), le scenografie e i superbi costumi. (Ai costumi penso con particolare insistenza perché davvero magnifici. Vi mostro qui una foto presa dalla pagina Facebook della Fondazione Petruzzelli.)

Le valchirie

Ma cos’è “La Valchiria”? “La cosa più bella che abbia mai composto”, disse Wagner.

Il secondo dei quattro drammi della tetralogia dell’Anello del Nibelungo. Fu rappresentato per la prima volta a Monaco di Baviera nel 1870: siamo in piena temperie secondo-ottocentesca, quella che -in decisa rottura con la prima metà del secolo- vede l’impossibilità, non solo dell’uomo, ma addirittura del dio (Wotan) di dominare il proprio destino. Wotan ha commesso l’errore di aver creato un mondo basato su regole e contratti, che vincolano persino lui; lui che, stretto dalla logica stringente di Fricka (sua moglie), è costretto a chiedere a Brünnhilde di abbattere suo figlio Siegmund.

La trama è complessa e molto affascinante, intrisa di simbolismi e di rimandi, filosofici, psicologici, politici. Questa non è la sede giusta per parlarne, anche perché io ne sarei in grado in maniera molto limitata. Però: vi dovesse capitare l’occasione di poter vedere “La Valchiria”, fatelo. Fatelo perché non è inaccessibile, se siete pronti ad accoglierne la magnificenza. Fatelo, concedetevi queste quasi 5 ore lontano da tutto e lasciatevi trasportare.

Piccoli pensieri

La verità è che per me l’Arte è un mistero impenetrabile. In tutte le sue forme, in tutte le sue espressioni.

Può commuovermi una pennellata, una nota, un verso. Sono diventata, specialmente negli ultimi tempi, completamente permeabile rispetto all’Arte. A teatro, ad un concerto, ad una mostra mi sento attraversare da emozioni che non riesco nemmeno ad identificare completamente. Io sono lì, so solo questo, a farmi travolgere, senza alcuna resistenza.

Vedere un’intera orchestra all’opera mi sembra qualcosa di divino, di ultraterreno; ogni volta mi chiedo come sia umanamente possibile tanta Bellezza, tanta perfezione.

Lo stesso dicasi per un dipinto. Mi sembra incomprensibile, impossibile. E più studio, più leggo, più osservo e più questa strana sensazione si fa intensa.

Cerco di interpretare le emozioni di chi sta dall’altra parte e, invece di penetrarle, ne vengo travolta. Mi franano addosso; macerie che ogni volta cambiano un po’ di me, forgiando una donna che a poco a poco si sta definendo.

E c’è questo: tutta questa Bellezza cambia le persone, le rende molto reattive all’Arte e meno sensibili al brutto, all’infimo, all’inutile. Poichè Arte e Bellezza possono essere cercati e trovati in ogni ambito della vita, credo che si possa pensare ad una funzione didattica del Bello.

D’altra parte la funzione didattica della Bellezza è nelle nostre radici culturali più profonde; a questo proposito, vi invito a leggere un bellissimo editoriale nel quale mi sono imbattuta; è di Marco Dallari e lo trovate qui. Una lettura che è una carezza leggera a mezzanotte, cioè nel momento in cui scrivo.

“Il contrario della bellezza non è la bruttezza ma la rozzezza culturale e l’ignoranza emozionale.

Slava’s Snowshow

C’è molto entusiasmo in giro per Slava. Sì, lo sento proprio. E, in effetti, uno spettacolo così longevo, famoso e premiato non può che portare con sé gioia e grande attesa. Il “Times” ha inserito “Slava’s Snowshow” tra i classici del teatro del XX secolo.

Di Slava Polunin, la mente, il genio, io non sapevo nulla;

(mi sento così grata rispetto a me stessa e al contesto in cui vivo per avere la possibilità di entrare in contatto con tutti questi mondi sconosciuti!)

ho scoperto che è nato circa 70 anni fa in Siberia, tra fiumi e foreste incontaminate; e proprio da lì viene la sua propensione per il fantastico, per il surreale, per il sogno. A 17 anni si trasferisce a San Pietroburgo, allora Leningrado: sua madre lo vorrebbe ingegnere, lui si iscrive ad una scuola di mimo. E lì comincia la sua grande ascesa che, nel corso degli anni, lo porta a fondare la sua compagnia teatrale, a girare il mondo con i suoi spettacoli, a ottenere tanti riconoscimenti e a diventare, insomma, il più grande clown del mondo.

Ma Slava’s Snowshow di ieri sera al Petruzzelli, visto da me: be’, per prima cosa vi dico che -visto da due prospettive diverse- è due spettacoli diversi. Perché la platea vive da protagonista una fetta importante di show, i palchi invece osservano dall’alto…con un risultato secondo me molto diverso e diversamente suggestivo. Va visto, quindi, dalla platea o dai palchi? Be’, questo non saprei dirlo: probabilmente l’ideale sarebbe poter vivere entrambe le esperienze. Dal palco, la mia visuale è stata questa, al culmine.

Colore e forme.

Ma Slava’s è stato anche tanto altro. Soprattutto la prima parte. Io non sono un’esperta di questo genere di spettacoli, per cui questa è la mia personalissima lettura: un susseguirsi di scene che, apparentemente, sembravano non avere un filo conduttore. Io le ho vissute come scene oniriche, come ricordi di sogno del mattino. Come qualcosa che vivi, che vedi, ma non sai bene che cosa sia. Qualcosa che non penetri esattamente e completamente, ma che ti pervade, ti conquista; alcune scene mi hanno strappato un sorriso, altre mi hanno commossa. Soprattutto, se avrete la fortuna di vedere questo show, la scena della valigia e dell’appendiabiti: com’è bello il buio che ti avvolge in quel momento, e il silenzio intorno; è bello perché è come essere soli davanti allo spettacolo ed esserne parte. Tu e il palco.

Meraviglioso come tutto questo sia stato possibile senza una sola parola. Nemmeno una parola, solo mimo ed immenso talento.

Fino a non molto tempo fa non riuscivo a capire fino in fondo in cosa consistesse -davvero- il rapporto tra spettatore e attore a teatro. Ora, pian piano, comincio a realizzarlo. Si tratta di un piccolo miracolo che si rinnova ogni volta. Credo che questo dell’abbonamento a teatro sia uno dei regali migliori che mi sia fatta in tutta la mia vita.