“Ciao Pinocchio”: l’invito a teatro della Fondazione Petruzzelli

Ciao Pinocchio” è la prima delle cinque Opere per ragazzi, commissionate dalla Fondazione Petruzzelli negli ultimi anni, che ho l’occasione di vedere.

Il compositore Paolo Arcà porta in scena uno spettacolo di un’ora, in un unico atto, che -tramite scene rapide- racconta con delicatezza la storia del burattino di Collodi; una storia mai scontata, a dire il vero: alla mia età sono ancora in grado di percorrere strade del racconto che non avevo ancora mai esplorato.

In questa versione di Pinocchio, per esempio, ampio spazio è dedicato all’importanza dello studio e dell’impegno; tema urgente, per me, in questo momento storico.

Ma, devo dire, l’aspetto che particolarmente apprezzo del lavoro della Fondazione (ed è il motivo principale di questo post) è l’impegno alla divulgazione dell’Opera; e uno spettacolo come questo, come “Ciao Pinocchio”, non è altro che un invito ad un primissimo approccio con la lirica per i giovanissimi: non solo commissioni ad hoc, ma anche -va detto- un prezzo estremamente popolare che ha l’intento unico di avvicinare bambini e famiglie al Teatro e in particolare all’Opera lirica.

5 euro -per uno qualsiasi dei settori del teatro, platea compresa- è un costo davvero simbolico, un invito che è anche il piacere della condivisione di un aspetto così importante della vita sociale come il teatro.

E 10mila prenotazioni, mattine intere di scolaresche, sono un’ottima risposta da parte di un territorio che, torno a dire, non aspetta altro che occasioni di questo tipo.

Ho sentito di tanti bambini (ma anche di tanti adulti), negli ultimi giorni, per i quali questo spettacolo rappresenterà la prima volta al Petruzzelli. E questo ritengo sia il risultato più grande e più importante che una istituzione culturale possa raggiungere: un teatro pieno di bambini è un investimento sociale. Una partita vinta.

La Fondazione Petruzzelli sta percorrendo, secondo me, tra le tante possibili, una strada molto proficua. Spero, davvero profondamente, che anche altre istituzioni culturali del territorio comincino a intraprendere azioni di apertura verso un pubblico più ampio; un pubblico forse apparentemente meno avvezzo ma che attende occasioni. La Biblioteca dei Ragazzi, le Officine Culturali Carrassi mi sembra siano piuttosto aperte a soluzioni innovative di coinvolgimento del pubblico, ma ci sono tante istituzioni altisonanti davvero ferme al palo, senza iniziative, con una modalità di comunicazione che sa di stantìo e di anacronistico.

Il pubblico c’è. Va guidato. Va preso per mano e condotto ma c’è.

“De vîrne…u cäne mazze”: una santermana premiata

Mi concedo oggi una variazione sul tema 🙂

Vorrei linkare qui questa poesia di Mariella Stano: il titolo originale lo leggete nel titolo, la traduzione è “D’inverno…il cane randagio”. Il testo è interamente nel dialetto del mio paesello d’origine, Santeramo in Colle, arroccato sul punto più alto delle Murge.

Imbattermi oggi -per puro caso- in questa poesia è stata una carezza dal passato. Da quando vivo a Bari, non ascolto e non pratico più questo dialetto. Che, però, rappresenta tutti i ricordi della mia infanzia, la lingua dei miei nonni, suoni che erano la mia quotidianità.

Rispetto a quello barese, il dialetto santermano è chiuso, con poche vocali. Duro, come la sua terra.

Comprendo che sia praticamente di impossibile fruizione per i non santermani, però a questa poesia è stato assegnato il 1° premio dalla Giuria del Concorso Letterario Nazionale “M. D’Azeglio” di Barletta. Un concorso molto importante, che supera ormai i confini nazionali.

Qui il link. Buona serata 🙂

La grande architettura: Palazzo Fizzarotti

Una visita davvero particolare quella di ieri a Palazzo Fizzarotti. Oltrepassare il portone significa entrare in un mondo fitto di simboli, rimandi esoterici, ricercatissime decorazioni e materiali preziosi.

Palazzo Fizzarotti è oggi proprietà privata; un accordo con l’associazione PugliArte rende visitabile il piano nobile durante alcune giornate.

Il Palazzo risale ai primissimi anni del ‘900, edificato per volere del banchiere leccese Emanuele Fizzarotti sull’impianto di un palazzotto preesistente. Due tra i più grandi architetti dell’epoca furono chiamati a dirigere i lavori: Augusto Corradini (che a Bari -alcuni anni dopo- firmerà anche ingresso e fontana monumentali della Fiera del Levante) ed Ettore Bernich (assiduo collaboratore della rivista “Napoli nobilissima” di Benedetto Croce e promotore di una nuova fase di valorizzazione e restauro di cattedrali medievali e chiese in Puglia, tra cui le cattedrali di Bari, Ruvo e Bitonto).

Il capitalismo è il leitmotiv di questo progetto: simboli che vi alludono sono presenti dovunque, in facciata e nelle decorazioni interne.

La facciata di Palazzo Fizzarotti lascia a bocca aperta: sebbene annerita dagli anni, conserva tutto il suo fascino eclettico, con una commistione di stili che vanno dal neogotico al neoromanico agli accenni arabeggianti.

La facciata

Quattro gli stemmi presenti in facciata, all’interno di medaglioni tra le arcate ogivali: una fenice (che allude a Venezia), un barinon che naviga su una imbarcazione (omaggio a Bari), una lupa sotto un leccio (a ricordare le origini del Fizzarotti) e lo stemma della famiglia, con le quattro frecce spezzate (“quamquam fracta vulnerant”).

Oltre il portone principale, ci si trova al cospetto di un sontuoso atrio riccamente decorato e affrescato; e poi la scalinata che conduce al piano nobile.

Piano nobile che è di uno sfarzo che non ci si aspetterebbe di trovare in Corso Vittorio Emanuele; sembra di entrare in un altro mondo: dai pavimenti in battuto veneziano con polvere di lapislazzuli (sui quali non vorresti camminare ma volare), alle grandi tele tutto intorno alle sale, ai sontuosi lampadari in vetro di Murano… Tutto parla di una committenza colta e intenzionata a comunicare qualcosa con ogni singolo dettaglio. Tutto l’impianto decorativo ha un fil rouge che è l’importanza del lavoro, dell’imprenditorialità e dell’industria nascente.

Non è consentito scattare foto all’interno del Palazzo, per cui non posso mostrarvi nulla. Mi vedo, perciò, costretta a consigliarvi di tenere d’occhio la pagina Facebook di PugliArte e prenotare un posto per la prossima visita guidata. Poi fatemi sapere cosa ne pensate 😉

“La valchiria” al Teatro Petruzzelli

Sono due, essenzialmente, le scene de “La Valchiria” che, chiudendo gli occhi, rivivo come fossero in questo momento davanti a me: una è, senza dubbio, la celeberrima “Cavalcata”, con la quale si apre il terzo atto.

Nell’allestimento del Petruzzelli la scena è resa in maniera talmente potente che è impossibile non ripensarci: i cavalli, enormi, l’oro, gli splendidi costumi delle valchirie. Che, con musica e voci, conferiscono alla scena una monumentalità che non ho trovato nemmeno lontanamente in altri allestimenti (ho visto su YouTube almeno altre due versioni dell’Opera).

Certo, essere a pochi metri dal palco rende l’esperienza completamente coinvolgente, però ho sentito voci molto molto più autorevoli di me esprimersi in termini simili.

La seconda scena per me memorabile è quella conclusiva, quella del cerchio di fuoco, con Wotan e Brünnhilde. Che poi sono i veri protagonisti della vicenda, i perni attorno ai quali si snoda tutta la narrazione. Questa scena mi rimane in mente perché resa in maniera tanto tecnicamente semplice quanto efficace nel messaggio.

L’ho detto più volte, io sono una profana; mi sono avvicinata al mondo dell’Opera, in maniera graduale, da circa due anni. E, prima di mercoledì, ero convinta che questa de “La Valchiria” fosse una prova “eccessiva” per me: le tematiche, il tedesco, le quattro ore e mezza, Wagner… Pensavo di uscirne sconfitta.

E invece nulla è andato come io credevo; con adeguate letture e ascolti nei giorni precedenti, ho potuto godere di ogni singolo dettaglio. Sono entrata a teatro con le idee ancora non del tutto chiare: ma poi, con lo scorrere delle ore, ogni tassello è andato naturalmente al suo posto. Tutto, mercoledì sera, ha contribuito a rendere “La Valchiria” un’Opera memorabile ai miei occhi: la (mia) scoperta di Wagner, l’orchestra impeccabile, gli artisti sul palco (che ho trovato di livello altissimo, in particolare Maida Hundeling/ Brünnhilde e Michaela Kaune/Sieglinde), le scenografie e i superbi costumi. (Ai costumi penso con particolare insistenza perché davvero magnifici. Vi mostro qui una foto presa dalla pagina Facebook della Fondazione Petruzzelli.)

Le valchirie

Ma cos’è “La Valchiria”? “La cosa più bella che abbia mai composto”, disse Wagner.

Il secondo dei quattro drammi della tetralogia dell’Anello del Nibelungo. Fu rappresentato per la prima volta a Monaco di Baviera nel 1870: siamo in piena temperie secondo-ottocentesca, quella che -in decisa rottura con la prima metà del secolo- vede l’impossibilità, non solo dell’uomo, ma addirittura del dio (Wotan) di dominare il proprio destino. Wotan ha commesso l’errore di aver creato un mondo basato su regole e contratti, che vincolano persino lui; lui che, stretto dalla logica stringente di Fricka (sua moglie), è costretto a chiedere a Brünnhilde di abbattere suo figlio Siegmund.

La trama è complessa e molto affascinante, intrisa di simbolismi e di rimandi, filosofici, psicologici, politici. Questa non è la sede giusta per parlarne, anche perché io ne sarei in grado in maniera molto limitata. Però: vi dovesse capitare l’occasione di poter vedere “La Valchiria”, fatelo. Fatelo perché non è inaccessibile, se siete pronti ad accoglierne la magnificenza. Fatelo, concedetevi queste quasi 5 ore lontano da tutto e lasciatevi trasportare.

Piccoli pensieri

La verità è che per me l’Arte è un mistero impenetrabile. In tutte le sue forme, in tutte le sue espressioni.

Può commuovermi una pennellata, una nota, un verso. Sono diventata, specialmente negli ultimi tempi, completamente permeabile rispetto all’Arte. A teatro, ad un concerto, ad una mostra mi sento attraversare da emozioni che non riesco nemmeno ad identificare completamente. Io sono lì, so solo questo, a farmi travolgere, senza alcuna resistenza.

Vedere un’intera orchestra all’opera mi sembra qualcosa di divino, di ultraterreno; ogni volta mi chiedo come sia umanamente possibile tanta Bellezza, tanta perfezione.

Lo stesso dicasi per un dipinto. Mi sembra incomprensibile, impossibile. E più studio, più leggo, più osservo e più questa strana sensazione si fa intensa.

Cerco di interpretare le emozioni di chi sta dall’altra parte e, invece di penetrarle, ne vengo travolta. Mi franano addosso; macerie che ogni volta cambiano un po’ di me, forgiando una donna che a poco a poco si sta definendo.

E c’è questo: tutta questa Bellezza cambia le persone, le rende molto reattive all’Arte e meno sensibili al brutto, all’infimo, all’inutile. Poichè Arte e Bellezza possono essere cercati e trovati in ogni ambito della vita, credo che si possa pensare ad una funzione didattica del Bello.

D’altra parte la funzione didattica della Bellezza è nelle nostre radici culturali più profonde; a questo proposito, vi invito a leggere un bellissimo editoriale nel quale mi sono imbattuta; è di Marco Dallari e lo trovate qui. Una lettura che è una carezza leggera a mezzanotte, cioè nel momento in cui scrivo.

“Il contrario della bellezza non è la bruttezza ma la rozzezza culturale e l’ignoranza emozionale.

Slava’s Snowshow

C’è molto entusiasmo in giro per Slava. Sì, lo sento proprio. E, in effetti, uno spettacolo così longevo, famoso e premiato non può che portare con sé gioia e grande attesa. Il “Times” ha inserito “Slava’s Snowshow” tra i classici del teatro del XX secolo.

Di Slava Polunin, la mente, il genio, io non sapevo nulla;

(mi sento così grata rispetto a me stessa e al contesto in cui vivo per avere la possibilità di entrare in contatto con tutti questi mondi sconosciuti!)

ho scoperto che è nato circa 70 anni fa in Siberia, tra fiumi e foreste incontaminate; e proprio da lì viene la sua propensione per il fantastico, per il surreale, per il sogno. A 17 anni si trasferisce a San Pietroburgo, allora Leningrado: sua madre lo vorrebbe ingegnere, lui si iscrive ad una scuola di mimo. E lì comincia la sua grande ascesa che, nel corso degli anni, lo porta a fondare la sua compagnia teatrale, a girare il mondo con i suoi spettacoli, a ottenere tanti riconoscimenti e a diventare, insomma, il più grande clown del mondo.

Ma Slava’s Snowshow di ieri sera al Petruzzelli, visto da me: be’, per prima cosa vi dico che -visto da due prospettive diverse- è due spettacoli diversi. Perché la platea vive da protagonista una fetta importante di show, i palchi invece osservano dall’alto…con un risultato secondo me molto diverso e diversamente suggestivo. Va visto, quindi, dalla platea o dai palchi? Be’, questo non saprei dirlo: probabilmente l’ideale sarebbe poter vivere entrambe le esperienze. Dal palco, la mia visuale è stata questa, al culmine.

Colore e forme.

Ma Slava’s è stato anche tanto altro. Soprattutto la prima parte. Io non sono un’esperta di questo genere di spettacoli, per cui questa è la mia personalissima lettura: un susseguirsi di scene che, apparentemente, sembravano non avere un filo conduttore. Io le ho vissute come scene oniriche, come ricordi di sogno del mattino. Come qualcosa che vivi, che vedi, ma non sai bene che cosa sia. Qualcosa che non penetri esattamente e completamente, ma che ti pervade, ti conquista; alcune scene mi hanno strappato un sorriso, altre mi hanno commossa. Soprattutto, se avrete la fortuna di vedere questo show, la scena della valigia e dell’appendiabiti: com’è bello il buio che ti avvolge in quel momento, e il silenzio intorno; è bello perché è come essere soli davanti allo spettacolo ed esserne parte. Tu e il palco.

Meraviglioso come tutto questo sia stato possibile senza una sola parola. Nemmeno una parola, solo mimo ed immenso talento.

Fino a non molto tempo fa non riuscivo a capire fino in fondo in cosa consistesse -davvero- il rapporto tra spettatore e attore a teatro. Ora, pian piano, comincio a realizzarlo. Si tratta di un piccolo miracolo che si rinnova ogni volta. Credo che questo dell’abbonamento a teatro sia uno dei regali migliori che mi sia fatta in tutta la mia vita.

Tracce di storia nel dialetto #3

Curioso come, durante una qualunque pausa pranzo dal lavoro, possano accadere cose così divertenti 😉

Ero, come ogni giorno, seduta a pranzare in solitaria e, curiosamente, non indossavo le mie cuffiette collegate al cellulare (essendo da sola, di solito guardo video, ascolto musica…). Ma quel giorno no. Ad un certo punto, al tavolo accanto al mio, giunge un gruppo di donne: chiacchierano rumorosamente ma allegramente; una di loro parla un buonissimo italiano con un pesante accento francese. Ad un metro e mezzo di distanza, le loro chiacchiere arrivano inevitabilmente a me; la donna francese, ad un certo punto, sta cercando di spiegare qualcosa ma non le viene in mente il termine giusto da utilizzare. Così dice, testualmente, “Comme une…une charrètte!”

Lì mi fermo, mollo la mia forchetta con una delle ultime foglie di insalata, mi volto e la guardo. Mi viene da ridere! Charrètte! Parla di un carretto, un calesse… E non può non venirmi in mente, all’istante, che il termine è mutuato, pari pari, nel dialetto locale, di Santeramo per la precisione. A Santeramo “la sciarrétt” è proprio il calesse. E in italiano no.

Cavoli, quanto mi piacciono queste cose! Un altro termine mutuato pari pari da un’altra lingua e che salta a pie’ pari l’italiano.

Ma se pensiamo che la dominazione angioina dell’Italia meridionale è terminata a metà del XV secolo, parliamo di un termine che si è conservato nel dialetto per oltre 500 anni. È lì, a dire “Ehi, siete figli dei francesi voi, eh!”

Poi ho pensato che sì, vivo a Bari da 12 anni, però io a Bari “sciarrétt” non l’ho mai sentito. E allora ci dev’essere un altro termine, per forza. Con un rapido sondaggio su Facebook (grazie Facebook!) scopro che il termine barese per calesse è “sciaraball”. Non l’ho mai sentito, penso. Però c’è quel char- che ha la stessa radice di charrette. Ricerca e…in prima battuta scopro che è un termine molto napoletano per intendere il calesse; era un mezzo pubblico popolare, sempre affollato. Certo, Napoli è stata la capitale del Regno Angioino; da Napoli tutto si è diramato nel Regno: le leggi, la cultura, la lingua. E sciaraball viene dal francese “char a bancs”, calesse. Torniamo ancora una volta a quei due secoli di dominio.

E chissà perché, poi, a 40 km di distanza (Santeramo-Bari) si sono affermati due termini diversi -ma entrambi marcatamente francesi!- per indicare lo stesso oggetto. Questo sarebbe veramente affascinante da scoprire!

Va detto che, a partire da quel “charrette”, ho scovato tante altre parole la cui origine francese mi era ignota. Mi riprometto di approfondire e di raccontarvene, se avete piacere a leggere.

E poi un focus sulla Bari angioina, stavo pensando, non sarebbe affatto male.

Tante idee e poco tempo. Ma ci riuscirò. A presto!

La bolla e cos’è per me

Ci sono emozioni talmente particolari che si fa fatica a metterle per iscritto; e tante volte, infatti, ci rinuncio: quasi sempre perché non so se sarei in grado in tradurle in parole, vivono in angoli della mia testa sotto forma di nebulose confuse e, certe volte, mi piace che rimangano solo lì.

Sono, poi, forme di emozione che capita di provare abbastanza di rado: è normale, poi, essere davvero impreparati a condividerle.

E, in perfetta coerenza con questa premessa, mi trovo ora in serie difficoltà davanti a questo foglio. Ma è, adesso, più forte la voglia di sapere se anche a qualcuno dei miei pochi lettori (no, non è una citazione manzoniana) succede quello che sto per raccontare.

Ho deciso di chiamarla, perché così mi sembra più consono, la “sensazione della bolla”; e mi ricordo il momento preciso in cui ho deciso che si sarebbe chiamata così: mi trovavo, non molto tempo fa, a Norimberga, città tristemente carica di eredità storica novecentesca; un passato di cui questa città sembra costantemente volersi scusare.

Esiste a Norimberga, un grande, immenso, meraviglioso museo che si chiama Germanisches Nationalmuseum: un museo ricchissimo che racconta la storia della Germania dalla preistoria ad oggi; davvero una pietra miliare per la Cultura di Norimberga e della Germania tutta. La cosa bellissima è che mi sembra che Norimberga abbia voluto ricominciare proprio da qui, dopo l’orrore della prima metà del secolo. La strada che conduce all’ingresso del museo oggi è conosciuta come la “Via dei Diritti Umani”: questa strada, alla quale si accede tramite un arco di trionfo moderno, è un’installazione dell’artista israeliano Dani Karavan, con 27 grandi colonne di cemento che custodiscono articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in tedesco e in altre lingue. Percorrere questa strada a piedi, leggere, riflettere, ricordare è un’esperienza forte. Molto forte.

Si arriva poi all’ingresso del museo che, tra le altre cose, risponde a tutti i più moderni dettami di accoglienza al visitatore. Dopo aver visitato per tutta la mattina una parte delle sale, ho deciso di concedermi una pausa al ristorante del museo che si trova al piano interrato. Una parte del soffitto del ristorante, però, è costituita da vetrate. Vetrate che danno proprio…sulla Via dei Diritti Umani.

Ecco, la sensazione della bolla che volevo trasmettervi provo a raccontarla ora: ero seduta ad un piccolo tavolo, davanti a me una calda zuppa tedesca e un vasetto con un tulipano arancione, lo stelo verde e vivido e i petali di fuoco. Sopra di me la vetrata, che lasciava indovinare una meravigliosa giornata di sole. E i raggi che arrivavano direttamente sulle mie mani. Sopra di me, vedevo persone che camminavano lentamente e con una riverenza ed un rispetto enormi si fermavano a leggere gli articoli della Dichiarazione sulle colonne della Via dei Diritti. Intorno a me, gli altri avventori del ristorante, tra il sole delle vetrate e i sorrisi, mangiavano o sorseggiavano caffè leggendo cataloghi del museo o chiacchierando serenamente. A pochi passi da me, o a pochi piani di ascensore, un enorme patrimonio artistico che è la nostra Storia ma anche il nostro Futuro. Sì, essere circondata, sopra e intorno, mi ha dato la sensazione di essere in una bolla. O in una specie di grembo materno all’interno del quale giunge solo il meglio, il bello di tutto. E tutto il brutto rimane fuori. Insomma, lì non c’era spazio per qualcosa di negativo. Intorno a me tutto parlava di Bellezza, di Attenzione. Tutto, lì, era la dimostrazione che siamo capaci di grandissime imprese, Umane prima di tutto, e poi Artistiche.

Io non so se riesco ad esprimerlo, non lo so davvero, molto probabilmente no: però posso garantirvi che la carica emotiva che mi porto dietro di quel luogo è immensa e forse è una sensazione che non dimenticherò mai più.

Un respiro profondo, ora. E torniamo a noi.

Un’emozione molto simile l’ho provata ieri sera, ed ecco perché questo post, alla prima della “Madama Butterfly” al Petruzzelli. Non mi dilungherò su racconti circa virtuosismi degli artisti sul palco, dell’orchestra, circa gli allestimenti, i costumi: a sembra sempre tutto meraviglioso e comunque lascio questo compito a chi davvero ha voce in capitolo per parlarne. Io sono una semplice fruitrice dell’Opera che però ha, penso, il compito di riportare quello che al pubblico arriva. Il buio del teatro aiuta tantissimo a focalizzarsi sulle emozioni; c’è stato un momento, tra la prima e la seconda parte del secondo atto, in cui -sipario chiuso- l’orchestra ha magistralmente “raccontato” la notte di attesa di Cio-Cio-San per l’arrivo dell’amato Pinkerton. Chi conosce un po’ la trama della Madama Butterfly ne conoscerà l’epilogo, il dramma. Ebbene, questa parte solo musicale, che racconta l’angoscia, mi è arrivata dritta al cuore, la strada spianata. Non entro troppo nel dettaglio di ciò che tutto questo mi ha suscitato, però, in quell’istante, ho vissuto di nuovo nettamente la sensazione della bolla.

Il Teatro che accoglie lo spettatore come un figlio, come in un enorme grembo. E gli offre tutto quanto di meraviglioso una Madre può. Ieri sera, lì, tutto era Inizio e Fine. Il buio, la musica, le emozioni.

Vi lascio qui. Alla prossima.

Bari, Donne per la Cultura #1: Bianca Sorrentino

Apro oggi questa mia rubrica dedicata alle “Donne per la Cultura” di Bari; si tratta di donne che, per vicende o circostanze varie, ho conosciuto personalmente e per le quali provo una sincera ammirazione.

Non vere e proprie interviste, di quelle il web è pieno; direi piuttosto delle piacevoli conversazioni, con cui provo -in punta di piedi- ad entrare nell’universo di queste Artiste/Letterate.

E comincio con qualcuno che, se mi leggete da un po’, conoscete già: Bianca Sorrentino. Di lei avevo già parlato in questo post.

Vi chiedo, da questo punto in poi, di prendere qualche minuto solo per voi e di rilassarvi nella lettura di quanto segue.

Ringrazio Bianca, davvero di cuore, per aver acconsentito a rispondere alle mie domande; un grande regalo per me e per questo mio spazio online che, con questa conversazione, tocca uno dei suoi apici.

Cara Bianca, come sai sono particolarmente legata al tuo “Mito classico e poeti del ’900”, opera con la quale ti ho conosciuta. Mi racconti come, secondo te, il mito classico oggi può parlare? La nostra società è apparentemente chiusa a recepire messaggi su una lunghezza d’onda simile, eppure so che tu una strada l’hai individuata.

Siamo abituati a sentirci dire che lo studio del mondo classico è anacronistico, che la pratica della lettura è desueta e che le vicende narrate millenni fa da poeti forse mai esistiti non ci riguardano più. Eppure nel mio percorso di studi, professionale e umano non ho fatto altro che incontrare persone in grado di smentire queste dicerie, di smontare queste noiose generalizzazioni con l’esperienza della bellezza. Giovanissimi allievi e adulti quanto mai lontani dagli studi umanistici mi hanno dimostrato che esiste un nucleo di resistenza allo squallore e alla sciatteria: nelle presentazioni di Mito classico e poeti del ’900 ho conosciuto anime disposte a mettersi in ascolto per scoprire quanto la classicità abbia ancora da dire. Con loro ho riflettuto sulla capacità del mito di farsi strada nelle pieghe della quotidianità per rivelarsi ancora e sempre attuale: le irrisolte questioni che pone la filosofia, come l’eterno conflitto tra legge dello Stato e legge del cuore – quello tra Creonte e Antigone –, possono forse apparire meno distanti se si prova a ripensarle in relazione ai fatti di cronaca che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica (il testamento biologico e la vicenda di Dj Fabo, l’immigrazione e il caso delle navi Aquarius e Sea Watch, la lotta strenua e devota di Ilaria Cucchi che rivendica giustizia mostrando le immagini impietose del cadavere del fratello Stefano); i crucci che dilaniano gli eroi epici e tragici sembrano meno polverosi e più autentici se si cerca di accostarli ai propri trascorsi personali (il rapporto padri/figli e il nodo Ulisse/Telemaco, il coraggio dell’attesa di Penelope, l’abbandono subito da Arianna, i digiuni di Elettra, la memoria del passato che Enea deve onorare, la verità che Edipo ostinatamente ricerca eppure non vuole vedere). Non è retorico affermare che i miti abitano la nostra memoria poetica e ci restituiscono un sentire che è comune: a me pare sia questa la strada da seguire – un sentiero poco battuto, probabilmente, ma senz’altro in grado di riconnetterci alla radice dell’umano, facendoci sentire meno soli.

In una intervista, hai paragonato il mito ad una periferia. Ad un posto che nessuno considera come degno d’attenzione. In una città, invece, le periferie sono l’essenza autentica, la faccia non contaminata, l’identità senza veli di un luogo, senza abbellimenti. Come vedi il mito in questa “città”? Che tipo di periferia è?

L’intervista cui fai riferimento è stata rilasciata in occasione di una manifestazione fortemente voluta dalla casa editrice che ha pubblicato i miei due libri, Stilo, e alla cui organizzazione ho collaborato. “Chi legge arriva primo”, il festival letterario delle periferie urbane, è stato un’occasione di dialogo con i quartieri lontani dalle vetrine del centro e il teatro ci è sembrato il linguaggio più coinvolgente per tener vivo questo scambio. Il mare di Ulisse ha accarezzato con le sue onde le rive del Teatro di Pulcinella, storico presidio di resistenza culturale a San Cataldo contro l’illegalità, e le ‘voci degli altri’ (dei personaggi secondari, quelli che non sono illuminati dalle luci della ribalta) hanno riempito l’auditorium della Casa delle Culture, spazio di recente apertura al San Paolo. In greco antico la verità è senza veli e il mito con quel drappo non fa che giocare, per nascondere temporaneamente l’essenza e poi di colpo mostrarla senza infingimenti. Se nelle metropoli moderne ci fosse posto per un ipotetico paese della letteratura, il mỹthos sarebbe forse la città vecchia – beninteso, non come quelle che oggi brillano in seguito agli interventi di riqualificazione –, costellata di palazzi diroccati eppure autorevole custode dell’anima del luogo. Un panorama dissonante rispetto a ciò a cui l’uso smodato e improprio della tecnologia ci ha assuefatti, uno scorcio in cui imparare dal silenzio e ascoltare una lingua antica eppure in perenne movimento, una visione tutt’altro che ideale, colma di contraddizioni e per questo oltremodo viva.

Ancora, so di te che un’esperienza di vita in Irlanda e l’allontanamento dalla “culla” mediterranea ha acceso la tua fiamma per il mito. Distanza più incontro col mondo celtico. Mi piace molto. E mi ha incuriosita. Ti va di parlarmene meglio?

La prima poesia antologizzata nel libro è dedicata a Cassandra, la profetessa inascoltata del mito classico.  Si tratta anche del primo personaggio che mi ha ‘parlato’ durante il mio anno irlandese, forse perché, in quella rilettura speciale di Wisława Szymborska, quella principessa così estranea alla vita esorta gli altri – gli umani, coi loro effimeri nomi, permeati da un grande vento – a guardarsi dall’alto delle stelle. L’esperienza nell’isola color smeraldo ha innescato una specie di corto circuito tra i miei rigorosi studi classici e la vocazione ribelle a superare i limiti dell’antico, sconfinando nelle più disparate possibilità del moderno e addirittura del contemporaneo. Quel passo indietro mi ha permesso di intravedere più distintamente un percorso che fosse tutto mio, proprio come i fiori e i pensieri di Euridice che nessun dio potrà strapparle via. Per una felice coincidenza mi sono imbattuta in una riscrittura del mito di Persefone ad opera di una poetessa irlandese vivente e l’idea che una figura così profondamente mediterranea potesse respirare gli inverni celtici mi ha incantato; nel segno di quell’alchimia ho scoperto poi una Didone che rivive nelle fredde terre di Russia, una Nausicaa che sussurra il suo amore a Odisseo addirittura in Lituania, una Ecuba che scrive il suo testamento come una matriarca messicana. Tutti quei personaggi, pur lontani dal luogo d’origine, stavano riscrivendo la loro storia – proprio come stavo facendo io, spaurita e per la prima volta davvero distante da casa. Solo infrangendo la mia campana di vetro e talvolta facendomi male con le sue schegge taglienti, ho ricomposto il senso di quel sapere e a passo di tango ho scelto un ritmo che fosse, stavolta sì, davvero mio.

Un’altra delle tue peculiarità è che hai tradotto personalmente delle opere di grandi poeti del ‘900 (penso a Hilda Doolittle, Pamela Spiro Wagner, Eugenio de Andrade ecc.) e da lingue diverse. Quella di saper traslare l’essenza poetica da una lingua ad un’altra è un’impresa davvero ardua, eppure ce l’hai fatta. E ce l’hai fatta allo scopo di raccontarci come il mito attraversi i millenni e le distanze geografiche. Per me grandioso. Quello che mi piacerebbe sapere è come sei “entrata” in queste opere, provenienti da contesti così diversi tra loro, e con quale spirito ce ne hai regalato la traduzione.

Ho avuto la fortuna di seguire all’Università le lezioni della professoressa Rosalba De Giosa, il cui insegnamento – Lingua e Traduzione Inglese – è stato per me foriero di indicibile ricchezza. Per una studentessa di periferia poco incline ad accettare le gabbie che a volte i dipartimenti impongono, avere l’opportunità di confrontarsi con una docente scrupolosa e profonda, non solo durante le ricerche per la tesi di laurea, ma anche e soprattutto dopo, significa accogliere la rara benedizione di un dialogo stimolante e fertile. E se è vero che tradurre vuol dire sempre, inesorabilmente tradire l’originale, è anche vero che al cospetto quell’originale ci si può inchinare con onestà intellettuale, mettendo la propria sensibilità al servizio di quella dell’autore. Mentre traducevo Sylvia Plath, ero io che stavo scrivendo una lettera a mio padre, io, Elettra, piccola nel mio vestito di innocenza, gli chiedevo perdono. Quando cercavo disperatamente una versione italiana di Hilda Doolittle, senza trovarla, ero io che sceglievo di divenire una rosa rossa, per far passare le parole di quella Euridice femminista, finalmente affrancata dalla passività. Quelle traduzioni, imperfette e passibili di mille revisioni, sono impregnate della mia passione viscerale per un mondo antico il cui immaginario non smette di riattivarsi nel mosaico variopinto della poesia.

Quadernini di quartiere – Carrassi è in mostra

Se i bambini potessero “ridisegnare” il loro quartiere, come lo farebbero? E se, invece, potessero raccontare il loro affetto -sempre nei confronti del proprio quartiere-, tramite quali luoghi lo esprimerebbero?

Sono le domande che l’Associazione Fillide, tramite il progetto OCC (Officine Culturali quartiere Carrassi), ha rivolto ai bambini del XVI circolo “Monte San Michele” di Bari Carrassi, per l’appunto; ciò che ne è venuto fuori è il coloratissimo progetto “Quadernini di quartiere”.

Avevo già in mente da tempo di parlare qui sul blog di questa Associazione, perché ha un carattere veramente innovativo, partecipativo: si occupa di ricostruire la memoria storica del quartiere Carrassi e lo fa tramite tante belle iniziative di cui sicuramente vi racconterò più avanti.

“Quadernini di quartiere” è proprio una delle ultime iniziative: si tratta di una mostra che contempla circa 60 elaborati, 60 quadernini in cui ogni bambino racconta (la propria) Carrassi.

“Il progetto mira a sviluppare il senso di appartenenza e la consapevolezza dello spazio in cui si vive, a stimolare il pensiero critico grazie all’analisi di punti di forza e di debolezza del proprio quartiere, oltre ad incoraggiare l’espressione del proprio punto di vista nel proporre soluzioni migliorative.”

E viene fuori che, tra i luoghi del cuore, ci sono Parco 2 Giugno, la Chiesa Russa di San Nicola, numerose ville ottocentesche (lo avreste detto? Eppure…).

Desiderano, invece, i piccoli abitanti di Carrassi, un teatro, più verde, un parco acquatico, uno zoo, un museo. Più bambini con cui giocare.

Da uno dei quadernini

Non posso esimermi, a questo punto, dal menzionare mio figlio Giovanni: sul suo quadernino, lui immagina il Primo Cittadino Antonio Decaro, con tanto di fascia e sedia da sindaco, interrogare una sfera di cristallo. Nel futuro di Carrassi, fiori, alberi e benessere.

Il sindaco di Bari, Antonio Decaro 🙂

A chi desiderasse vedere i Quadernini: la mostra sarà visitabile presso la scuola Monte San Michele, corso Alcide De Gasperi 343, per tutta la durata degli Open Days.