Bari, Donne per la Cultura #1: Bianca Sorrentino

Apro oggi questa mia rubrica dedicata alle “Donne per la Cultura” di Bari; si tratta di donne che, per vicende o circostanze varie, ho conosciuto personalmente e per le quali provo una sincera ammirazione.

Non vere e proprie interviste, di quelle il web è pieno; direi piuttosto delle piacevoli conversazioni, con cui provo -in punta di piedi- ad entrare nell’universo di queste Artiste/Letterate.

E comincio con qualcuno che, se mi leggete da un po’, conoscete già: Bianca Sorrentino. Di lei avevo già parlato in questo post.

Vi chiedo, da questo punto in poi, di prendere qualche minuto solo per voi e di rilassarvi nella lettura di quanto segue.

Ringrazio Bianca, davvero di cuore, per aver acconsentito a rispondere alle mie domande; un grande regalo per me e per questo mio spazio online che, con questa conversazione, tocca uno dei suoi apici.

Cara Bianca, come sai sono particolarmente legata al tuo “Mito classico e poeti del ’900”, opera con la quale ti ho conosciuta. Mi racconti come, secondo te, il mito classico oggi può parlare? La nostra società è apparentemente chiusa a recepire messaggi su una lunghezza d’onda simile, eppure so che tu una strada l’hai individuata.

Siamo abituati a sentirci dire che lo studio del mondo classico è anacronistico, che la pratica della lettura è desueta e che le vicende narrate millenni fa da poeti forse mai esistiti non ci riguardano più. Eppure nel mio percorso di studi, professionale e umano non ho fatto altro che incontrare persone in grado di smentire queste dicerie, di smontare queste noiose generalizzazioni con l’esperienza della bellezza. Giovanissimi allievi e adulti quanto mai lontani dagli studi umanistici mi hanno dimostrato che esiste un nucleo di resistenza allo squallore e alla sciatteria: nelle presentazioni di Mito classico e poeti del ’900 ho conosciuto anime disposte a mettersi in ascolto per scoprire quanto la classicità abbia ancora da dire. Con loro ho riflettuto sulla capacità del mito di farsi strada nelle pieghe della quotidianità per rivelarsi ancora e sempre attuale: le irrisolte questioni che pone la filosofia, come l’eterno conflitto tra legge dello Stato e legge del cuore – quello tra Creonte e Antigone –, possono forse apparire meno distanti se si prova a ripensarle in relazione ai fatti di cronaca che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica (il testamento biologico e la vicenda di Dj Fabo, l’immigrazione e il caso delle navi Aquarius e Sea Watch, la lotta strenua e devota di Ilaria Cucchi che rivendica giustizia mostrando le immagini impietose del cadavere del fratello Stefano); i crucci che dilaniano gli eroi epici e tragici sembrano meno polverosi e più autentici se si cerca di accostarli ai propri trascorsi personali (il rapporto padri/figli e il nodo Ulisse/Telemaco, il coraggio dell’attesa di Penelope, l’abbandono subito da Arianna, i digiuni di Elettra, la memoria del passato che Enea deve onorare, la verità che Edipo ostinatamente ricerca eppure non vuole vedere). Non è retorico affermare che i miti abitano la nostra memoria poetica e ci restituiscono un sentire che è comune: a me pare sia questa la strada da seguire – un sentiero poco battuto, probabilmente, ma senz’altro in grado di riconnetterci alla radice dell’umano, facendoci sentire meno soli.

In una intervista, hai paragonato il mito ad una periferia. Ad un posto che nessuno considera come degno d’attenzione. In una città, invece, le periferie sono l’essenza autentica, la faccia non contaminata, l’identità senza veli di un luogo, senza abbellimenti. Come vedi il mito in questa “città”? Che tipo di periferia è?

L’intervista cui fai riferimento è stata rilasciata in occasione di una manifestazione fortemente voluta dalla casa editrice che ha pubblicato i miei due libri, Stilo, e alla cui organizzazione ho collaborato. “Chi legge arriva primo”, il festival letterario delle periferie urbane, è stato un’occasione di dialogo con i quartieri lontani dalle vetrine del centro e il teatro ci è sembrato il linguaggio più coinvolgente per tener vivo questo scambio. Il mare di Ulisse ha accarezzato con le sue onde le rive del Teatro di Pulcinella, storico presidio di resistenza culturale a San Cataldo contro l’illegalità, e le ‘voci degli altri’ (dei personaggi secondari, quelli che non sono illuminati dalle luci della ribalta) hanno riempito l’auditorium della Casa delle Culture, spazio di recente apertura al San Paolo. In greco antico la verità è senza veli e il mito con quel drappo non fa che giocare, per nascondere temporaneamente l’essenza e poi di colpo mostrarla senza infingimenti. Se nelle metropoli moderne ci fosse posto per un ipotetico paese della letteratura, il mỹthos sarebbe forse la città vecchia – beninteso, non come quelle che oggi brillano in seguito agli interventi di riqualificazione –, costellata di palazzi diroccati eppure autorevole custode dell’anima del luogo. Un panorama dissonante rispetto a ciò a cui l’uso smodato e improprio della tecnologia ci ha assuefatti, uno scorcio in cui imparare dal silenzio e ascoltare una lingua antica eppure in perenne movimento, una visione tutt’altro che ideale, colma di contraddizioni e per questo oltremodo viva.

Ancora, so di te che un’esperienza di vita in Irlanda e l’allontanamento dalla “culla” mediterranea ha acceso la tua fiamma per il mito. Distanza più incontro col mondo celtico. Mi piace molto. E mi ha incuriosita. Ti va di parlarmene meglio?

La prima poesia antologizzata nel libro è dedicata a Cassandra, la profetessa inascoltata del mito classico.  Si tratta anche del primo personaggio che mi ha ‘parlato’ durante il mio anno irlandese, forse perché, in quella rilettura speciale di Wisława Szymborska, quella principessa così estranea alla vita esorta gli altri – gli umani, coi loro effimeri nomi, permeati da un grande vento – a guardarsi dall’alto delle stelle. L’esperienza nell’isola color smeraldo ha innescato una specie di corto circuito tra i miei rigorosi studi classici e la vocazione ribelle a superare i limiti dell’antico, sconfinando nelle più disparate possibilità del moderno e addirittura del contemporaneo. Quel passo indietro mi ha permesso di intravedere più distintamente un percorso che fosse tutto mio, proprio come i fiori e i pensieri di Euridice che nessun dio potrà strapparle via. Per una felice coincidenza mi sono imbattuta in una riscrittura del mito di Persefone ad opera di una poetessa irlandese vivente e l’idea che una figura così profondamente mediterranea potesse respirare gli inverni celtici mi ha incantato; nel segno di quell’alchimia ho scoperto poi una Didone che rivive nelle fredde terre di Russia, una Nausicaa che sussurra il suo amore a Odisseo addirittura in Lituania, una Ecuba che scrive il suo testamento come una matriarca messicana. Tutti quei personaggi, pur lontani dal luogo d’origine, stavano riscrivendo la loro storia – proprio come stavo facendo io, spaurita e per la prima volta davvero distante da casa. Solo infrangendo la mia campana di vetro e talvolta facendomi male con le sue schegge taglienti, ho ricomposto il senso di quel sapere e a passo di tango ho scelto un ritmo che fosse, stavolta sì, davvero mio.

Un’altra delle tue peculiarità è che hai tradotto personalmente delle opere di grandi poeti del ‘900 (penso a Hilda Doolittle, Pamela Spiro Wagner, Eugenio de Andrade ecc.) e da lingue diverse. Quella di saper traslare l’essenza poetica da una lingua ad un’altra è un’impresa davvero ardua, eppure ce l’hai fatta. E ce l’hai fatta allo scopo di raccontarci come il mito attraversi i millenni e le distanze geografiche. Per me grandioso. Quello che mi piacerebbe sapere è come sei “entrata” in queste opere, provenienti da contesti così diversi tra loro, e con quale spirito ce ne hai regalato la traduzione.

Ho avuto la fortuna di seguire all’Università le lezioni della professoressa Rosalba De Giosa, il cui insegnamento – Lingua e Traduzione Inglese – è stato per me foriero di indicibile ricchezza. Per una studentessa di periferia poco incline ad accettare le gabbie che a volte i dipartimenti impongono, avere l’opportunità di confrontarsi con una docente scrupolosa e profonda, non solo durante le ricerche per la tesi di laurea, ma anche e soprattutto dopo, significa accogliere la rara benedizione di un dialogo stimolante e fertile. E se è vero che tradurre vuol dire sempre, inesorabilmente tradire l’originale, è anche vero che al cospetto quell’originale ci si può inchinare con onestà intellettuale, mettendo la propria sensibilità al servizio di quella dell’autore. Mentre traducevo Sylvia Plath, ero io che stavo scrivendo una lettera a mio padre, io, Elettra, piccola nel mio vestito di innocenza, gli chiedevo perdono. Quando cercavo disperatamente una versione italiana di Hilda Doolittle, senza trovarla, ero io che sceglievo di divenire una rosa rossa, per far passare le parole di quella Euridice femminista, finalmente affrancata dalla passività. Quelle traduzioni, imperfette e passibili di mille revisioni, sono impregnate della mia passione viscerale per un mondo antico il cui immaginario non smette di riattivarsi nel mosaico variopinto della poesia.

Quadernini di quartiere – Carrassi è in mostra

Se i bambini potessero “ridisegnare” il loro quartiere, come lo farebbero? E se, invece, potessero raccontare il loro affetto -sempre nei confronti del proprio quartiere-, tramite quali luoghi lo esprimerebbero?

Sono le domande che l’Associazione Fillide, tramite il progetto OCC (Officine Culturali quartiere Carrassi), ha rivolto ai bambini del XVI circolo “Monte San Michele” di Bari Carrassi, per l’appunto; ciò che ne è venuto fuori è il coloratissimo progetto “Quadernini di quartiere”.

Avevo già in mente da tempo di parlare qui sul blog di questa Associazione, perché ha un carattere veramente innovativo, partecipativo: si occupa di ricostruire la memoria storica del quartiere Carrassi e lo fa tramite tante belle iniziative di cui sicuramente vi racconterò più avanti.

“Quadernini di quartiere” è proprio una delle ultime iniziative: si tratta di una mostra che contempla circa 60 elaborati, 60 quadernini in cui ogni bambino racconta (la propria) Carrassi.

“Il progetto mira a sviluppare il senso di appartenenza e la consapevolezza dello spazio in cui si vive, a stimolare il pensiero critico grazie all’analisi di punti di forza e di debolezza del proprio quartiere, oltre ad incoraggiare l’espressione del proprio punto di vista nel proporre soluzioni migliorative.”

E viene fuori che, tra i luoghi del cuore, ci sono Parco 2 Giugno, la Chiesa Russa di San Nicola, numerose ville ottocentesche (lo avreste detto? Eppure…).

Desiderano, invece, i piccoli abitanti di Carrassi, un teatro, più verde, un parco acquatico, uno zoo, un museo. Più bambini con cui giocare.

Da uno dei quadernini

Non posso esimermi, a questo punto, dal menzionare mio figlio Giovanni: sul suo quadernino, lui immagina il Primo Cittadino Antonio Decaro, con tanto di fascia e sedia da sindaco, interrogare una sfera di cristallo. Nel futuro di Carrassi, fiori, alberi e benessere.

Il sindaco di Bari, Antonio Decaro 🙂

A chi desiderasse vedere i Quadernini: la mostra sarà visitabile presso la scuola Monte San Michele, corso Alcide De Gasperi 343, per tutta la durata degli Open Days.

Arriva il Munbam, la mostra di San Nicola dei Bambini

Un’idea come quella del Munbam davvero mancava. Che bello!

Cos’è il Munbam? È la Mostra di San Nicola dei Bambini e delle Bambine, un allestimento a cura delle fondazioni Myrabilia e Nikolaos. Nel Castello Svevo.

Aprirà i battenti i primi di dicembre, proprio in occasione della festa di San Nicola a Bari, ma mi piaceva l’idea di raccontarvene già.

San Nicola e Bari, un rapporto strettissimo. Un legame che va oltre il profilo strettamente religioso. Diventando legame culturale, folkloristico, affettivo.

San Nicola dai mille volti: uno dei tanti è Santa Claus, celebre in tutto il mondo. Da qui una mostra dedicata in maniera particolare ai bambini, con laboratori creativi per reinventare il santo in tutte le sfaccettature possibili.

La mostra conterrà oggetti di ogni tipo che ricordano in qualche modo la figura di San Nicola. Il percorso espositivo prevedrà 5 ambienti, 5 sale dedicate a temi diversi che seguiranno una specifica traccia narrativa e interattiva: “Ti ascolto”, dedicata alle storie sul santo e alle leggende tramandate nei secoli; “Ti leggo”, dedicata alle letterine a Santa Claus provenienti da tutto il mondo; “Ti mangio”, dedicata alla tradizione culinaria legata al santo; “Ti gioco”, con giochi e giocattoli tradizionali e ispirati alla figura del santo; infine “Ti re-invento”, il laboratorio creativo.

La location della mostra è altamente suggestiva: il Castello Svevo rappresenta l’identità di Bari almeno quanto San Nicola; un connubio azzeccato e quasi doveroso.

Attualmente l’accordo prevede una permanenza della mostra nel Castello di tre anni: speriamo diventi un’esposizione permanente, un museo vero e proprio ed un ulteriore tassello della grande crescita culturale di questa città.

Tracce di Storia nel dialetto #2

Ultimamente mi capita spesso di pensare che avrei dovuto intraprendere studi di linguistica, glottologia, dialettologia; discipline che ad oggi mi appassionano almeno quanto la storia e la storia dell’arte. Ritrovare nella nostra lingua e nel dialetto tracce del passato mi emoziona, mi dà la sensazione che la Storia sia qui, sempre presente, sempre tra noi.

E quando, per puro caso, scopro delle etimologie interessanti ho subito voglia di raccontarne.

Oggi mi è capitato per le mani un verbo che ho sempre sentito durante l’infanzia, nei discorsi in dialetto nel paesello d’origine; un verbo su cui mi ero anche fermata a pensare, da ragazzina, soprattutto per il fatto che non ne ritrovassi un corrispettivo in italiano (o meglio, ho poi scoperto che esiste ma praticamente inutilizzato).

Si tratta del verbo “incignare”. Non l’avrete mai sentito in italiano, probabilmente; però se, come me, siete di origine meridionale, lo avrete sentito certamente nella forma dialettale col significato di “iniziare”, “cominciare”.

Il verbo deriva dal latino tardo “encaeniare”, che significa “consacrare, inaugurare”. L’ “Encaenia”, infatti, era la festa di dedicazione di un tempio. A sua volta, “encaenia” deriva dal greco tardo ἐγκαίνια “feste d’inaugurazione” (da καινός «nuovo»). Nel tempo, poi, il significato si è esteso ed “encaeniare” ha cominciato ad assumere il significato di avvio di qualcosa di nuovo.

Il termine viene ripreso anche da Sant’Agostino ed è entrato a far parte del vocabolario della lingua italiana proprio tramite i dialetti (forse dal toscano, forse dal napoletano, forse da entrambi).

Sembra essere presente in tutti i dialetti centro-meridionali. Pare non comparire, invece, a nord della Toscana.

Esperienze condivise: una meravigliosa passeggiata

Torno dopo un po’ di tempo qui con un post diverso da solito, il resoconto di una esperienza che vuole essere un regalo ad un’amica. Buona lettura 🙂

Una ricerca scolastica sui monumenti di Bari è stata l’occasione per una passeggiata madre-figlio per il Borgo Antico e per altre zone significative della città.

Scoprire i luoghi-simbolo della propria città è per i bambini un’esperienza importante, crea radici, crea legame col territorio di provenienza. A maggior ragione, se questa esperienza viene vissuta con una persona importante nella sua vita.

Potrebbe essere un’idea particolare per trascorrere il pomeriggio della Festa della Mamma: una romantica passeggiata, arte, chiacchiere e magari una bella merenda.

Questo il nostro itinerario. Solo una bozza, le idee potrebbero essere davvero molte altre.

Siamo partiti dalla Chiesa Russa, in corso Benedetto Croce. Risale ai primi del XX secolo e fu edificata in un quartiere Carrassi in piena espansione. Di proprietà del Comune di Bari dal 1939, nel 2007 alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e del Presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev fu consegnata alla Russia.

Proseguendo la nostra passeggiata per corso B. Croce, siamo arrivati in via Capruzzi e poi in Corso Cavour: qui siamo in pieno quartiere Murattiano, il centro di Bari, il cuore della vita commerciale della Città. Oltre che una zona pienissima di testimonianze storiche e architettoniche davvero uniche.

Mio figlio aveva fatto una lista di monumenti da fotografare: e senz’altro, su Corso Cavour, siamo partiti dal Teatro Petruzzelli, di cui avevo ampiamente parlato qui.

Ancora avanti, un imperdibile Teatro Margherita: inaugurato nel 1914 con nome di Kursaal Margherita, ha la particolarità di essere stato edificato su pilastri fondati nel mare del vecchio porto (per eludere il patto tra il Comune di Bari e la famiglia Petruzzelli secondo il quale non sarebbero stati edificati altri teatri sul suolo cittadino dopo il Politeama di Corso Cavour).

A questo punto arriviamo in Piazza del Ferrarese: accesso al Borgo Antico per eccellenza, la piazza prende il nome da quello in un mercante di Ferrara, proprietario di numerosi immobili in quella zona. La piazza si affaccia sul Lungomare Imperatore Augusto e proprio da qui parte la rampa per l’accesso a via Venezia, la Muraglia di Bari (altra tappa fondamentale della passeggiata). La vista di Bari dalla Muraglia è qualcosa di indimenticabile: il lungomare, il porto vecchio, la storia della città che si apre agli occhi dello spettatore.

Baluardo della Muraglia è il Fortino di S. Antonio, costruito tra XV e XVI secolo. Dobbiamo il suo aspetto attuale all’opera di Isabella D’Aragona, che lo riportò alle sembianze originali dopo i vari rimaneggiamenti che l’avevano caratterizzato.

Da una stradina che parte dalla Muraglia ci ritroviamo in Piazza Mercantile e, a questo punto, in piena Bari Vecchia, affascinante concentrato di storia, tradizioni, religione, costumi popolari.

Ci dirigiamo direttamente verso le grandi chiese: sono nella nostra lista e dobbiamo fotografarle!

La basilica di San Nicola: se cercate un esempio paradigmatico di romanico pugliese, l’avete trovato. Siamo in piena epoca normanna: la Basilica fu edificata per custodire le reliquie di San Nicola, traslate da sessanta marinai baresi da Myra nel 1087.

Ancora avanti: siamo alla Cattedrale, San Sabino. Abbiamo un meraviglioso rosone da fotografare. Edificata nel XIII secolo sulle rovine di un duomo bizantino, la Cattedrale rappresenta un altro ottimo esempio di romanico pugliese.

La nostra passeggiata sta per concludersi, siamo anche un po’ stanchi di camminare. Però ci manca ancora un monumento molto molto importante, e ci siamo davvero vicini: il Castello Normanno Svevo.

Voluto dal re normanno Ruggero II, fu edificato durante la prima metà del 1100. Distrutto, fu ricostruito e ampliato da Federico II nel 1233. Ha chiaramente subito numerosissimi rimaneggiamenti del corso dei secoli, tuttavia conserva tutto il fascino delle origini.

Che lunga e bellissima passeggiata! Storia, arte e architettura con mio figlio curioso e rapito. Che meraviglia! Ci meritiamo un bel gelato ora 😊

Tracce di storia nel dialetto

Premessa.
Quando avevo 15 anni, e mi trovavo a Londra durante il mio primo viaggio da sola, una mia coetanea in vacanza-studio con me mi disse “A te interessano cose di cui non frega niente a nessuno”. Con evidente disprezzo.
 
Bene. Mi piacevano cose di cui non interessava niente a nessuno. A distanza di 17 anni devo constatare che nulla è cambiato. 
Ma va bene, questo blog esiste anche per questo 🙂
 
Fatta questa prima -doverosa- premessa, continuo dicendo che fin da bambina mi diletto in questa strana attività: ricerco nel dialetto (quello che conosco, murgiano prima e barese poi) tracce di lingue passate, di dominazioni subite, di termini desueti. Insomma, cose così. E questo mi ha sempre appassionato tantissimo, quasi inspiegabilmente direi.
 
Facile ritrovare nel mio dialetto termini spagnoli e francesi, siamo stati dominati per secoli. Facile pure ritrovarvi il latino, spesso anche in forme inesistenti in italiano.
 
Ma pochi giorni fa ho scoperto un filone (per me) nuovo.
 
Il tutto è partito dalla lettura di una parola del dialetto foggiano per indicare il nonno: papanonno. Quel “papa” sembra quasi un rafforzativo: ebbene potrebbe derivare dal termine greco per nonno, pappos.
 
Per indicare il papà, invece, i Greci utilizzavano confidenzialmente “ATTA“.
 
Non vi dice niente “atta“? Certo che sì, in dialetto barese il papà è “u attàn“. Che niente ha a che vedere col latino pater.
 
Quindi in questo caso il greco arriva dritto dritto a influenzare la lingua delle origini.
 
Atta” è anche interessante in quanto forma particolare di “tata“: so che tata si usa a Roma e in altre zone d’Italia nel linguaggio infantile. Ma tata è in realtà diffuso in quasi tutte le lingue indoeuropee: basti pensare alla forma inglese confidenziale per papà, daddy. O dada in gallese o tata in indiano.
 
E tatà, so per certo perchè l’ho sentito direttamente, veniva usato anche a Santeramo tanto tempo fa per indicare il papà.
 
Dicevo che atta è una forma particolare di tata perchè invece di ripetere la sillaba “ta”, questa viene raddoppiata nel suono consonantico e preceduta da a-.
 
Comunque atta dovrebbe essere il termine originario, di diretta provenienza indoeuropea. Passato poi per la lingua ittita, greca e latina. Un lungo percorso.
Il dialetto si rivela ancora una volta un giacimento incredibile di informazioni sulla nostra storia. Probabilmente dovrei pensare di leggiucchiare qualcosa in più di dialettologia 🙂

La rete dei bloggers meridionali e il Blog In Town

Del Blog In Town ormai hanno parlato un po’ tutti quelli che vi hanno partecipato. Non vi farò un ulteriore resoconto della giornata perché è già stato fatto ampiamente.

Io ne parlo qui perché vorrei, invece, sottolineare l’unicità dell’evento dalle nostre parti. Al Blog In Town, infatti, per una giornata i blogger hanno avuto la possibilità di formarsi (su tematiche quali SEO, fotografia, gestione dei contenuti, ecc.) e di incontrare colleghi per conoscersi, per fare rete e anche per collaborare.

È sicuramente un buon momento questo, in Puglia, per il mondo del blogging: proprio quest’anno, infatti, la Regione ha stanziato 500mila euro al fine di ospitare blogger e influencer che contribuissero alla promozione di territorio e di eventi culturali sul web.

Era inevitabile, quindi, avvertire a livello locale una necessità di aggregazione da parte di chi si occupa di blogging. Un plauso va dunque a Giusi Tandoi, coratina doc, che ha deciso -a dispetto di tutte le difficoltà logistiche- di concretizzare questa necessità e organizzare un bell’evento, ricco e compatto.

Il Blog in Town, però, non si è concluso il pomeriggio del 7 ottobre. A partire da quel momento, si è messa in moto la macchina della collaborazione e della rete, che proprio in questi giorni sta dando i suoi primi frutti: mi riferisco a interazioni tra blog con argomenti simili, o complementari, o anche completamente diversi. La costruzione di questa rete è in itinere: non escludo che nel prossimo futuro potremo assistere a interessanti nuove iniziative. Penso a incontri, dibattiti, post collaborativi, eventi formativi.

È tutto un fermento che consiglio di seguire, perché potrebbe portare ad esiti veramente nuovi.

Il contagio: mie impressioni

Questo doveva essere un post per Facebook; avrebbe dovuto avere l’obiettivo di condividere coi miei amici le impressioni su questo film.

Poi ho iniziato a pensarci sù e ho realizzato che forse si prestava di più ad essere su un blog.

Ebbene, volevo raccontarvi di questo film che ho visto ieri al cinema Showville di Bari: “Il contagio”, uscito giusto da un paio di giorni.

Sulla carta non era il mio genere: un racconto di criminali, affaristi e palazzinari della Roma contemporanea. Nulla di particolarmente coinvolgente, di emotivamente interessante.

E invece… Invece quello è solo “l’involucro” del film, che invece si è rivelato ben altro.

Una storia ambientata nella periferia romana, al quartiere Laurentino per la precisione. Il film comincia con la presentazione di tutti i personaggi, tutti inquilini di una palazzina popolare enorme e fatiscente. Be’, già questa prima parte, così bella e corale, mi ha molto piacevolmente sorpresa; la scena più incisiva è l’inquadratura finale della facciata, una sorta di riassunto di tutta l’umanità appena presentata al pubblico.

Non riesco a trovarne un fotogramma su Internet, avrei voluto mostrarvi l’effetto. Vi toccherà andare al cinema 😉

Però quell’inquadratura mi ha subito portato alla mente qualcosa; non sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa fino a pochi minuti fa, quando finalmente ho capito: Hieronymus Bosch e uno dei suoi quadri. Potrei citarne tanti, però diciamo “I sette peccati capitali”. Anche Bosch maestro di opere corali, di raffigurazioni collettive e potenti.

Intensissime, poi, tutte le vite e le storie del film. Inutile raccontarle tutte perché altrimenti non avrebbe più senso andare al cinema; ma voglio soltanto dirvi di Vincenzo Salemme: alla prova del film drammatico lui è stra-promosso. Dimenticate il napoletano caciarone e immaginate uno scrittore sensibile e innamorato, che conferisce al film un tocco di grazia, di classe e leggiadria senza il qualche la pellicola non sarebbe stata la stessa. Una prova attoriale introspettiva e inaspettata; vi consiglio di non perderla.

Ottimo anche Maurizio Tesei, attore che non conoscevo (mea culpa) che interpreta straordinariamente il personaggio più “contagiato” (da qui il titolo) del film, quello su cui si incentrerà tutta la seconda parte.

Un cenno anche alla mia adorata Anna Foglietta, a mio parere una delle più grandi attrici italiane in circolazione.

Credo che il cinema nostrano, contrariamente a quanto spesso leggo, sia ancora assolutamente in grado di proporre ottimi prodotti. Frequentate le sale, ne vale la pena.

Un altro gioiello nel cuore della città: il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese

Dedicare una rubrica di questo blog all’architettura di Bari non è altro che dare un ordine alla mia personale scoperta della città. Come ho avuto più volte modo di raccontare, sono originaria nella provincia ed esplorare Bari negli aspetti che mi appassionano mi fa sentire -giorno dopo giorno- parte integrante di ciò che mi circonda.

Ebbene, una delle cose belle che ho scoperto è che Bari -durante i primi del ‘900- ebbe un exploit architettonico, il più grande dopo lo splendore del periodo romanico. Siamo in pieno periodo Liberty e Bari fu la città meridionale che più di tutte vide concretizzarsi questo slancio architettonico.

A proposito di questo periodo, vi avevo già parlato di Palazzo Mincuzzi. Sulla stessa scia si inserisce un altro bellissimo, imponente edificio; oso definirlo un grande capolavoro del ‘900: il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese.

La costruzione di questo palazzo ha avuto per Bari un grande significato simbolico; la sua imponenza doveva simboleggiare un avvenimento storico: la conquista dell’acqua, in una terra cronicamente assetata come la Puglia. Un monumento alla civiltà e alla conquista tecnologica, oltre che la nuova sede degli uffici amministrativi dell’Ente Acquedotto Pugliese.

Nel 1924 l’ing. Gaetano Postiglione, Regio Commissario dell’Ente, affidò al giovane Cesare Brunetti il progetto del nuovo palazzo nel quartiere murattiano.

Nel 1930 la struttura era pronta, per un totale di 8000 mq coperti e 200 ambienti. L’esterno del palazzo ha uno stile classico, perfettamente integrato nel contesto cittadino sia per lo stile che per la scelta dei materiali, quali la pietra di Trani.

L’interno, invece, ha un’altra storia, non più classica ma pienamente Liberty, tutta ascrivibile all’estro creativo di Duilio Cambellotti.

Cambellotti fu decoratore vero e proprio: tutto, all’interno del palazzo, doveva ricondurre al tema dell’acqua. Le maniglie delle porte, i dipinti, le sculture, gli intarsi… Un’opera ciclopica che il Cambellotti completò in soli 20 mesi. Una curiosità: Duilio Cambellotti aveva sposato la cugina di un altro grande artista, il futurista Umberto Boccioni; e la sua influenza è chiara.

Operare in piena età fascista, però, non aiutò il nostro artista: la libertà di espressione di cui disponeva all’interno del palazzo non era vista di buon occhio dal regime, che quindi cercò di cancellarne la memoria.

Sembra incredibile ma solo nel 1989 venne riscoperto il nome del grande artista che aveva decorato il Palazzo dell’Acquedotto.

Questa città ci riserva davvero grandi sorprese 😊

Vi aspetto sabato prossimo per un’altra tappa del viaggio nell’architettura barese: questa volta non vi racconterò di un palazzo, ma di una importante piazza. Ciao, buon weekend!

Una grande scoperta: un antico molo a Bari Vecchia

Ebbene sì: i lavori di riqualificazione dell’ex Mercato del Pesce per il nuovo Polo del Contemporaneo dovranno subire una repentina e necessaria modifica. Lo avrete letto, una scoperta del tutto inaspettata ha lasciato i responsabili dei lavori a bocca aperta: eliminata la pavimentazione dell’edificio, è riemerso un antico molo cittadino con tanto di bitte per l’attracco delle imbarcazioni.

Questa banchina ha una struttura costituita da enormi blocchi di calcare perfettamente squadrati e apparecchiati. La scoperta è appena avvenuta, pertanto la datazione precisa non è ancora nota: mancano infatti riscontri quali ceramiche o altri fossili-guida. L’unico dato certo antepone la struttura alla prima costruzione del Mercato del Pesce, documentata al 1837: il Mercato, infatti, andò a sovrapporsi esattamente alla banchina.

In ogni caso la tecnica costruttiva, le informazioni bibliografiche oggi disponibili ed altri elementi stratigrafici permettono di collocare la struttura in un periodo compreso tra l’età rinascimentale e quella borbonica (ricordiamo che i Borbone di Spagna si attestano a Bari tra il 1734 e il 1798).

Sarà un bellissimo “dialogo”, quindi, quello tra antico e moderno nella struttura dell’ex Mercato del Pesce: il progetto sarà modificato proprio per far sì che l’antico molo resti visibile ai visitatori ed in continuità con i percorsi (già molto apprezzati attualmente) della Bari Sotterranea.

Questa modifica, comunque, non ritarderà il termine dei lavori e quindi la consegna del Polo del Contemporaneo alla città, prevista per febbraio 2019.

Ricordo che il nuovo Polo del Contemporaneo comprende la già attiva Sala Murat, l’ex Mercato del Pesce e il meraviglioso Teatro Margherita.