Musei e mostre: Matera2019 è sinonimo di Bellezza

Ebbene sì: a Matera poi ci sono stata e, come immaginavo, è stata una giornata molto molto bella.

Ero da sola: molti si stupiscono quando racconto che faccio queste cose da sola con una certa frequenza; visito da sola, vado a teatro da sola. Mi piace: posso dedicare ogni energia solo a me, a ciò che mi interessa; e poi i miei ritmi sono serrati, non è facile per nessuno starmi dietro 😊

Come avevo anticipato nello scorso post, domenica a Matera avevo con me un taccuino; e di pagine ne ho scritte un bel po’, durante le pause, seduta per scale di palazzi, o nelle hall di musei.

E’ stata la mia giornata; ero dove volevo essere, nella mia dimensione esatta. Intorno tutto mi parlava di qualcosa. Fosse stato per me non sarei mai andata via.

Vi riporto uno stralcio di appunti dal taccuino, qualcosa che ho scritto mentre mi guardavo intorno, seduta sulle scale accanto alla mia adorata Università…e mentre il caldo mi sfiniva.

In questo momento, in Piazza San Giovanni Battista, un venticello leggero mi accarezza le guance. E mi dà sollievo in questa incredibile calura di giugno. Quest’anno l’estate ha voluto irrompere all’improvviso, senza farsi preannunciare.

Tutto dovrebbe essere sempre come adesso: calma, pace, sole. Gente che passeggia e curiosa.

E Matera, coi suoi mille rivoli e il suo abbraccio, si presta a tutto questo. Mi sembra il centro del mondo, in questo momento.

Mi sembra che tutto debba confluire qui, doverosamente. Le persone, l’Arte, la Storia, la Filosofia.

Fa caldo ma non vorrei mai andare via. Vorrei vivere di questo.”

Nonostante le strade piene di gente, i musei e le mostre non erano affollati: tutt’altro.

Diciamo che in questo caso ha prevalso la gioia di avere le sale tutte per me, regina nel mio regno, piuttosto che gli interrogativi sulla comunicazione col pubblico.

Ho cominciato con una delle ragioni principali della mia gita a Matera: “Rinascimento visto da Sud” a Palazzo Lanfranchi.

Inutile dirlo: una mostra molto molto bella ed anche molto ben allestita, secondo me. Il percorso di visita è strutturato in maniera intuitiva e chiara, le opere esposte sono valorizzate (dalla posizione e dall’illuminazione); non c’è il sovraffollamento, tipico di tante mostre, che affatica anche il visitatore più appassionato.

Per non parlare del fatto che, ad un certo punto, mi sono affacciata per caso ad una finestrella e ci ho scovato una vista mozzafiato sui Sassi 😉

Le opere giunte a Matera per questa mostra sono tante, quasi 200, e provengono dai più importanti musei italiani: Capodimonte, Uffizi, Bargello, per citarne alcuni.

E vi trovate Donatello, Antonello da Messina, Raffaello, Mantegna, Colantonio, Giovanni Bellini, Benedetto da Maiano, il lucanissimo Altobello Persio e tanti tanti altri.

Antonello da Messina

Vi trovate cartografie, monete, accanto a pittura e scultura. Una mostra che racconta il Rinascimento dalla prospettiva del Mediterraneo, e quindi l’Italia meridionale, la Spagna, il Nordafrica. Un Rinascimento che certamente recepisce i dettami provenienti da Roma e Firenze ma che li riadatta alla propria tradizione. Un dialogo tra Culture, un viaggio imperdibile. Qui trovate altre info.

La seconda tappa della mia giornata è stata M.E.M.O.R.I., in Santa Maria de Armenis (Sasso Caveoso).

M.E.M.O.R.I. sta per “Museo Euro Mediterraneo dell’Oggetto Rifiutato”; è qualcosa di davvero molto particolare, che sono abbastanza sicura non avrà incontrato il gusto di molti. Banalmente perché, per quello che è il mio punto di vista, non ha molto di artistico nel senso canonico del termine. Anzi, non ha nulla.

Subito dopo essere uscita da lì, ho definito M.E.M.O.R.I. sul taccuino come una mostra “concettuale/emozionale/riflessiva”. E lasciate che vi spieghi i tre aggettivi.

Concettuale”: è tutta di concetto, di effetti. Si tratta di una mostra itinerante che espone frammenti, tracce, scarti di lavorazione raccolti in 5 città mediterranee (Genova, Marsiglia, Malaga, Tunisi e Tétouan) e in 5 città lucane (Bernalda, Venosa, Matera, Muro Lucano e Potenza). Vi trovate fili, sabbia, conchiglie, rametti secchi, cartoline. E occorre andare ben oltre il significante per cogliere il significato. Cioè quello che vi si vuole mostrare non è l’oggetto il sé, ma un “viaggio della mano”, ovvero tutto ciò che una mano può toccare, modellare, sfiorare e lo fa in rapporto al viaggio, allo scambio. In un Mediterraneo che non è più un mare che separa ma strada che unisce.

Emozionale”: obiettivamente, entrare in sintonia col significato di quanto esposto non lascia indifferenti; gli oggetti di scarto parlano di ricordi, di storie, di passato condiviso. Di circostanze che sono comuni dovunque.

Infine “riflessiva” perché la riflessione è l’obiettivo ultimo dell’esposizione: riflessione sull’uomo e sui suoi rapporti, sull’evoluzione delle culture intorno al Grande Mare.

M.E.M.O.R.I. si articola in 6 “settori”: un Anarchivio e 5 stanze.

Andateci anche perché vi troverete delle ragazze davvero in gamba ad accogliervi, preparate e gentili. Sì, anche a questo ho fatto caso: molto spesso il visitatore è un po’ abbandonato a se stesso, senza informazioni, senza assistenza. Qui invece sono stata accolta, ascoltata e accompagnata. Mi sono sentita una parte dell’esperienza di M.E.M.O.R.I.

Terza tappa della giornata: Ars Excavandi presso il Museo Ridola. Questa è una mostra che avevo già visto alcuni mesi fa, ma che mi ero riproposta di ri-visitare.

Può un ambiente ipogeo millenario darci informazioni su come costruire le città del futuro, o addirittura su come affrontare la vita su un altro pianeta?

Il taccuino mi dice che Ars Excavandi è concettuale/ostica. Eh sì, ostica davvero. Proprio non per tutti. O meglio: diciamo che, come tutte le buone mostre, si presta a più livelli di comprensione: è accessibile persino ai bambini se la si guarda sul piano del puro allestimento; tanta multimedialità, tanti colori e suoni, un’esperienza del tutto immersiva e totalizzante. Il gaming a sancire il punto di contatto col visitatore.

Ma…la comprensione del senso profondo della mostra è ostica. Io stessa sono certa di non averne compreso tutte le sfaccettature, nonostante le due visite e nonostante una certa dimestichezza col settore; è ostica perché presuppone un sostrato culturale molto solido, molto vasto e molto filosofico. Nonostante ciò, la sensazione che rimane, una volta usciti, è di Bellezza e di Stupore.

Ci sono, però, a mio avviso dei dettagli da correggere, dal punto di vista della fruizione: nell’ambito del Museo Ridola, il percorso di Ars Excavandi non è chiarissimo per il visitatore che si trovasse lì per la prima volta. Tant’è che ho visto molti, ma molti, avventori immettersi nel percorso espositivo dall’uscita, perdendo così l’intero senso della mostra nonché la possibilità di usufruire dell’esperienza di gaming.

Avrei, inoltre, previsto degli approfondimenti guidati per chi fosse stato interessato ad alcuni aspetti. Aspetti che, sono certa, risulterebbero ancora più affascinanti se penetrati in maniera più completa.

Un’ultima criticità: faceva davvero molto molto caldo. Mi rendo conto che questo sia un aspetto che esula completamente dal contesto della mostra, ma purtroppo un ambiente non confortevole non aiuta l’esperienza del visitatore. E ormai la moderna museologia è concorde nel ritenere che il ruolo del museo non sia più solo quello di conservare ed esporre ma quello di creare la migliore esperienza possibile di fruizione per il visitatore.

In conclusione penso si tratti di una mostra con un enorme potenziale, assolutamente da non perdere sebbene con alcuni aspetti da correggere. I musei tradizionali sono vuoti perché l’esposizione asettica non stimola i sensi del visitatore; una mostra come questa, invece, coinvolge e incuriosisce.

Quarta ed ultima tappa, “La poetica dei numeri primi” presso Palazzo Acito. Questa mostra si divide tra Matera e Metaponto. E penso che la parte più interessante sia proprio quella di Metaponto, che però non ho visto.

Onestamente, questa è stata la mostra che mi è piaciuta di meno, tra quelle viste durante questa giornata. Un po’ per l’allestimento, un po’ per il tema, un po’ per il genere di opere esposte, un po’ anche -ammetto- per l’assenza di assistenza al visitatore; insomma, non mi ha entusiasmata.

Probabilmente sarò una voce fuori dal coro, ma penso di ragionare con una buona dose di cognizione di causa, dato che visito mostre e musei da quando ero solo una bambina e dato che ho studiato Storia dell’Arte e museologia tantissimo. Io credo che l’esperienza del visitatore debba essere molto molto diversa da com’è oggi in queste mostre. Da visitatrice, in una mostra come quella a Palazzo Acito, avrei voluto essere accolta, guidata, presa per mano ed accompagnata in un viaggio. Che peraltro da sola non sono stata in grado di fare perché certe cose vanno necessariamente raccontate e spiegate, non se ne può proprio fare a meno. In un museo, ad una mostra, il centro dell’attenzione è il visitatore, non più l’opera. Ritenere di dover allineare una serie di manufatti su una parete e di aver così adempiuto al proprio dovere è una visione vecchia di 60 anni, almeno.

La giornata si è conclusa così; interessante, piena, felice. Ero indecisa sul come pubblicare questo post, se intero o a spezzoni. Alla fine ho optato per pubblicarlo tutto perché potesse essere il più utile possibile a chi volesse trascorrere una giornata di questo tipo a Matera e anche a chi volesse, tutte insieme, info sulle mostre.

Per qualsiasi tipo di confronto o chiacchierata rispetto a queste mostre, scrivetemi pure 😊

Ada Costa: La Leonarda e la bellezza matematica delle cose

Ada Costa, lo scorso 24 maggio, è stata una scoperta. Questo dell’arte contemporanea è un mondo, a dire il vero, per me molto poco battuto, molto poco noto. Per cui questo post non ha alcuna ambizione di recensione; è il racconto di un mio nuovo incontro artistico.

L’artista barese comincia la sua attività negli anni ’70: questa prima fase è caratterizzata dallo spazio bidimensionale, dalle linee e dai punti; gli anni ’80 vedono un ampliamento della ricerca spaziale con la conquista della tridimensionalità: sfere e specchi diventano protagonisti della sua scultura.

Passaggio successivo è l’aggiunta della luce alle sue opere. Luce resa attraverso l’uso del vetro, utilizzato nelle forme primarie del quadrato e del cubo, per poi arrivare -prima in Puglia- al laser.

Insomma un percorso artistico che, inequivocabilmente, parla della formazione scientifica di Ada Costa e della sua predisposizione alla matematica e alla fisica.

E la mostra presso Misia Arte, in via Putignani, è stata concepita come una retrospettiva dell’opera dell’artista, chiamata infatti “La Leonarda & la bellezza matematica delle cose”.

“Leonarda” (1978) è un titolo che attira l’attenzione: si tratta di sei fogli su carta millimetrata in cui mani femminili, riprese da indimenticabili opere di Leonardo, assecondano le varie posizioni del segmento.

Leonarda

In altre opere affini, lo sfondo dorato conferisce ai fogli un’aura nobile, quasi bizantina. Insomma una ricerca interessante, certamente originale.

Ada Costa

Una camera, venerdì scorso, era poi dedicata ad una delle famose installazioni con laser dell’artista. A partire dalla metà degli anni ’80, il laser diventa una costante nell’opera di Ada Costa, utilizzato quasi sempre in combinazione con specchi e vetro. Questo abbinamento riesce a comunicare in maniera convincente l’idea di spazio penetrato, conquistato, di superamento della consistenza fisica del corpo.

Quello di arte e scienza, di bellezza e di geometria, è un concetto veramente antico, che passa per Leonardo da Vinci e per il Rinascimento ma che deriva direttamente dal pensiero greco, da Platone. Nel mondo antico, la formazione dei pittori prevedeva lo studio, tra le altre cose, di aritmetica e ottica.

Sono stata molto felice di fare la conoscenza di Ada Costa, scoprire il suo lungo percorso artistico e i suoi riferimenti. Sono molto grata per l’invito ricevuto a partecipare a questa mostra e spero che si ripresentino presto occasioni simili. Alla prossima 😊

“La valchiria” al Teatro Petruzzelli

Sono due, essenzialmente, le scene de “La Valchiria” che, chiudendo gli occhi, rivivo come fossero in questo momento davanti a me: una è, senza dubbio, la celeberrima “Cavalcata”, con la quale si apre il terzo atto.

Nell’allestimento del Petruzzelli la scena è resa in maniera talmente potente che è impossibile non ripensarci: i cavalli, enormi, l’oro, gli splendidi costumi delle valchirie. Che, con musica e voci, conferiscono alla scena una monumentalità che non ho trovato nemmeno lontanamente in altri allestimenti (ho visto su YouTube almeno altre due versioni dell’Opera).

Certo, essere a pochi metri dal palco rende l’esperienza completamente coinvolgente, però ho sentito voci molto molto più autorevoli di me esprimersi in termini simili.

La seconda scena per me memorabile è quella conclusiva, quella del cerchio di fuoco, con Wotan e Brünnhilde. Che poi sono i veri protagonisti della vicenda, i perni attorno ai quali si snoda tutta la narrazione. Questa scena mi rimane in mente perché resa in maniera tanto tecnicamente semplice quanto efficace nel messaggio.

L’ho detto più volte, io sono una profana; mi sono avvicinata al mondo dell’Opera, in maniera graduale, da circa due anni. E, prima di mercoledì, ero convinta che questa de “La Valchiria” fosse una prova “eccessiva” per me: le tematiche, il tedesco, le quattro ore e mezza, Wagner… Pensavo di uscirne sconfitta.

E invece nulla è andato come io credevo; con adeguate letture e ascolti nei giorni precedenti, ho potuto godere di ogni singolo dettaglio. Sono entrata a teatro con le idee ancora non del tutto chiare: ma poi, con lo scorrere delle ore, ogni tassello è andato naturalmente al suo posto. Tutto, mercoledì sera, ha contribuito a rendere “La Valchiria” un’Opera memorabile ai miei occhi: la (mia) scoperta di Wagner, l’orchestra impeccabile, gli artisti sul palco (che ho trovato di livello altissimo, in particolare Maida Hundeling/ Brünnhilde e Michaela Kaune/Sieglinde), le scenografie e i superbi costumi. (Ai costumi penso con particolare insistenza perché davvero magnifici. Vi mostro qui una foto presa dalla pagina Facebook della Fondazione Petruzzelli.)

Le valchirie

Ma cos’è “La Valchiria”? “La cosa più bella che abbia mai composto”, disse Wagner.

Il secondo dei quattro drammi della tetralogia dell’Anello del Nibelungo. Fu rappresentato per la prima volta a Monaco di Baviera nel 1870: siamo in piena temperie secondo-ottocentesca, quella che -in decisa rottura con la prima metà del secolo- vede l’impossibilità, non solo dell’uomo, ma addirittura del dio (Wotan) di dominare il proprio destino. Wotan ha commesso l’errore di aver creato un mondo basato su regole e contratti, che vincolano persino lui; lui che, stretto dalla logica stringente di Fricka (sua moglie), è costretto a chiedere a Brünnhilde di abbattere suo figlio Siegmund.

La trama è complessa e molto affascinante, intrisa di simbolismi e di rimandi, filosofici, psicologici, politici. Questa non è la sede giusta per parlarne, anche perché io ne sarei in grado in maniera molto limitata. Però: vi dovesse capitare l’occasione di poter vedere “La Valchiria”, fatelo. Fatelo perché non è inaccessibile, se siete pronti ad accoglierne la magnificenza. Fatelo, concedetevi queste quasi 5 ore lontano da tutto e lasciatevi trasportare.

Slava’s Snowshow

C’è molto entusiasmo in giro per Slava. Sì, lo sento proprio. E, in effetti, uno spettacolo così longevo, famoso e premiato non può che portare con sé gioia e grande attesa. Il “Times” ha inserito “Slava’s Snowshow” tra i classici del teatro del XX secolo.

Di Slava Polunin, la mente, il genio, io non sapevo nulla;

(mi sento così grata rispetto a me stessa e al contesto in cui vivo per avere la possibilità di entrare in contatto con tutti questi mondi sconosciuti!)

ho scoperto che è nato circa 70 anni fa in Siberia, tra fiumi e foreste incontaminate; e proprio da lì viene la sua propensione per il fantastico, per il surreale, per il sogno. A 17 anni si trasferisce a San Pietroburgo, allora Leningrado: sua madre lo vorrebbe ingegnere, lui si iscrive ad una scuola di mimo. E lì comincia la sua grande ascesa che, nel corso degli anni, lo porta a fondare la sua compagnia teatrale, a girare il mondo con i suoi spettacoli, a ottenere tanti riconoscimenti e a diventare, insomma, il più grande clown del mondo.

Ma Slava’s Snowshow di ieri sera al Petruzzelli, visto da me: be’, per prima cosa vi dico che -visto da due prospettive diverse- è due spettacoli diversi. Perché la platea vive da protagonista una fetta importante di show, i palchi invece osservano dall’alto…con un risultato secondo me molto diverso e diversamente suggestivo. Va visto, quindi, dalla platea o dai palchi? Be’, questo non saprei dirlo: probabilmente l’ideale sarebbe poter vivere entrambe le esperienze. Dal palco, la mia visuale è stata questa, al culmine.

Colore e forme.

Ma Slava’s è stato anche tanto altro. Soprattutto la prima parte. Io non sono un’esperta di questo genere di spettacoli, per cui questa è la mia personalissima lettura: un susseguirsi di scene che, apparentemente, sembravano non avere un filo conduttore. Io le ho vissute come scene oniriche, come ricordi di sogno del mattino. Come qualcosa che vivi, che vedi, ma non sai bene che cosa sia. Qualcosa che non penetri esattamente e completamente, ma che ti pervade, ti conquista; alcune scene mi hanno strappato un sorriso, altre mi hanno commossa. Soprattutto, se avrete la fortuna di vedere questo show, la scena della valigia e dell’appendiabiti: com’è bello il buio che ti avvolge in quel momento, e il silenzio intorno; è bello perché è come essere soli davanti allo spettacolo ed esserne parte. Tu e il palco.

Meraviglioso come tutto questo sia stato possibile senza una sola parola. Nemmeno una parola, solo mimo ed immenso talento.

Fino a non molto tempo fa non riuscivo a capire fino in fondo in cosa consistesse -davvero- il rapporto tra spettatore e attore a teatro. Ora, pian piano, comincio a realizzarlo. Si tratta di un piccolo miracolo che si rinnova ogni volta. Credo che questo dell’abbonamento a teatro sia uno dei regali migliori che mi sia fatta in tutta la mia vita.

Quadernini di quartiere – Carrassi è in mostra

Se i bambini potessero “ridisegnare” il loro quartiere, come lo farebbero? E se, invece, potessero raccontare il loro affetto -sempre nei confronti del proprio quartiere-, tramite quali luoghi lo esprimerebbero?

Sono le domande che l’Associazione Fillide, tramite il progetto OCC (Officine Culturali quartiere Carrassi), ha rivolto ai bambini del XVI circolo “Monte San Michele” di Bari Carrassi, per l’appunto; ciò che ne è venuto fuori è il coloratissimo progetto “Quadernini di quartiere”.

Avevo già in mente da tempo di parlare qui sul blog di questa Associazione, perché ha un carattere veramente innovativo, partecipativo: si occupa di ricostruire la memoria storica del quartiere Carrassi e lo fa tramite tante belle iniziative di cui sicuramente vi racconterò più avanti.

“Quadernini di quartiere” è proprio una delle ultime iniziative: si tratta di una mostra che contempla circa 60 elaborati, 60 quadernini in cui ogni bambino racconta (la propria) Carrassi.

“Il progetto mira a sviluppare il senso di appartenenza e la consapevolezza dello spazio in cui si vive, a stimolare il pensiero critico grazie all’analisi di punti di forza e di debolezza del proprio quartiere, oltre ad incoraggiare l’espressione del proprio punto di vista nel proporre soluzioni migliorative.”

E viene fuori che, tra i luoghi del cuore, ci sono Parco 2 Giugno, la Chiesa Russa di San Nicola, numerose ville ottocentesche (lo avreste detto? Eppure…).

Desiderano, invece, i piccoli abitanti di Carrassi, un teatro, più verde, un parco acquatico, uno zoo, un museo. Più bambini con cui giocare.

Da uno dei quadernini

Non posso esimermi, a questo punto, dal menzionare mio figlio Giovanni: sul suo quadernino, lui immagina il Primo Cittadino Antonio Decaro, con tanto di fascia e sedia da sindaco, interrogare una sfera di cristallo. Nel futuro di Carrassi, fiori, alberi e benessere.

Il sindaco di Bari, Antonio Decaro 🙂

A chi desiderasse vedere i Quadernini: la mostra sarà visitabile presso la scuola Monte San Michele, corso Alcide De Gasperi 343, per tutta la durata degli Open Days.

Arriva il Munbam, la mostra di San Nicola dei Bambini

Un’idea come quella del Munbam davvero mancava. Che bello!

Cos’è il Munbam? È la Mostra di San Nicola dei Bambini e delle Bambine, un allestimento a cura delle fondazioni Myrabilia e Nikolaos. Nel Castello Svevo.

Aprirà i battenti i primi di dicembre, proprio in occasione della festa di San Nicola a Bari, ma mi piaceva l’idea di raccontarvene già.

San Nicola e Bari, un rapporto strettissimo. Un legame che va oltre il profilo strettamente religioso. Diventando legame culturale, folkloristico, affettivo.

San Nicola dai mille volti: uno dei tanti è Santa Claus, celebre in tutto il mondo. Da qui una mostra dedicata in maniera particolare ai bambini, con laboratori creativi per reinventare il santo in tutte le sfaccettature possibili.

La mostra conterrà oggetti di ogni tipo che ricordano in qualche modo la figura di San Nicola. Il percorso espositivo prevedrà 5 ambienti, 5 sale dedicate a temi diversi che seguiranno una specifica traccia narrativa e interattiva: “Ti ascolto”, dedicata alle storie sul santo e alle leggende tramandate nei secoli; “Ti leggo”, dedicata alle letterine a Santa Claus provenienti da tutto il mondo; “Ti mangio”, dedicata alla tradizione culinaria legata al santo; “Ti gioco”, con giochi e giocattoli tradizionali e ispirati alla figura del santo; infine “Ti re-invento”, il laboratorio creativo.

La location della mostra è altamente suggestiva: il Castello Svevo rappresenta l’identità di Bari almeno quanto San Nicola; un connubio azzeccato e quasi doveroso.

Attualmente l’accordo prevede una permanenza della mostra nel Castello di tre anni: speriamo diventi un’esposizione permanente, un museo vero e proprio ed un ulteriore tassello della grande crescita culturale di questa città.

Trame – Realtà Arte Cinema Invenzione

Era da un po’ che qui volevo parlare di “Trame”; ma ho dovuto trovare l’occasione e l’atmosfera giuste per farlo. In questo momento sono chiusa in una stanza molto piccola e ho sù delle cuffiette con musica che favorisce la concentrazione: questo è il mio modo per sentirmi nuovamente proiettata nell’aura della mostra, che ho visitato una settimana fa.

“Trame”. Una mostra che, senza troppe perifrasi, io ho trovato veramente molto difficile. Non è di immediata fruizione, non è una di quelle mostre classiche in cui ti riempi gli occhi di bellezza.

E d’altra parte l’arte contemporanea è questo. Lo esprime molto bene l’assessore Maselli sul suo blog, in un post che ho molto apprezzato e che si intitola “La lunga coda dell’arte contemporanea a Bari“.

“Trame” è la mostra che inaugura il nascente Polo delle Arti Contemporanee di Bari; siamo a Spazio Murat, che insieme al Teatro Margherita e all’ex Mercato del Pesce, rappresenta il fulcro di questo Polo. La mostra arriva Bari, un po’ rivista, dopo essere stata a Shangai nel 2015.

Già il titolo è ambivalente: “Trame” come intreccio di storie e “Trame” come insieme di inganni, di intrighi. Gli artisti ospitati, di chiara fama internazionale, attraverso le opere dialogano tra loro attraverso un filo conduttore comune: la realtà non è sempre quella che vediamo. Anzi, non è quasi mai quella che vediamo.

Questi artisti utilizzano la seduzione visiva per mostrare come certi centri di potere manipolino la realtà per indurne una lettura di parte. Gli strumenti utilizzati a questo scopo sono la fotografia e, soprattutto, la filmografia; molto spesso la materia prima per la realizzazione delle opere sono vecchi archivi.

Ad esempio, Thomas Sauvin lo fa raccogliendo mezzo milione di negativi fotografici cinesi dal 1985 al 2005: così documenta come, inesorabilmente, l’Occidente sia “entrato” in Cina. Colpiscono foto di persone comuni ritratte accanto ad un elettrodomestico, un televisore, un frigorifero, accanto alla scritta “McDonald’s”: un’occidentalizzazione che è per loro uno status symbol.

Di Yto Barrada troviamo in mostra un libro che, provocatoriamente, spiega come curare le strade principali di una città in caso di visita di una delegazione straniera.

Rossella Biscotti, unica italiana della mostra e new entry per Bari, colpisce per la sua serie di foto che ritraggono paesaggi esotici, uomini sognanti… Ma si tratta di foto che le case farmaceutiche utilizzavano per presentare Pentothal, un antidepressivo che è anche un principio attivo delle iniezioni letali.

Altri importantissimi artisti presenti in mostra sono John AkomfrahThe Atlas Group,  Ho Tzu NyenJoão PenalvaWu Tsang.

“Trame” è un’esperienza particolare e totalmente immersiva che vi consiglio di fare, possibilmente con una guida. Abbandonate ogni pensiero fuori da Spazio Murat e, senza alcuna fretta, sintonizzate la vostra mente sulle immagini che vedrete.

Poi, se vi va, raccontatemi quello che avete provato 🙂

Fatelo presto, però. La mostra chiude il 5 febbraio.

Light paintings – Brian Eno

EnoDevo ammetterlo: tutte le mostre che, fino ad ora, ho avuto modo di vedere al Margherita non mi hanno entusiasmato.

Sarà che questo riadattamento del teatro a contenitore di arte contemporanea non mi convince. Così com’è, il Margherita non è accogliente, se per “museo accogliente” intendiamo quello di Giancarlo Dall’Ara: varcando la soglia del teatro, si presenta davanti agli occhi del visitatore un ambiente freddo, asettico, una specie di cantiere mai ultimato. Insomma, si percepisce tutto tranne che empatia col fruitore degli eventi.

Questa prospettiva già mi predispone male nei confronti della mostra che mi accingo a visitare. Mi è successo qualche settimana fa con “A tavola con i santi” e mi è capitato nuovamente due giorni fa con “Light paintings”. Si tratta, tra l’altro, di due tipologie di mostre che, già di per sé, avrebbero avuto bisogno di un “accompagnamento” molto molto efficace per il visitatore: la prima voleva raccontare il patrimonio immateriale della Puglia, la seconda si proponeva di fondere suono e colore in un rapporto che l’autore definisce “musica visiva”.

Invece nulla o quasi, il visitatore è praticamente abbandonato a se stesso in un ambiente buio, senza operatori, senza relazioni. E’ evidente che l’utente non sia il centro dell’interesse di chi allestisce queste mostre. “Questo è, se vi piace. Altrimenti tornatevene a casa”, sembra comunicare l’ambiente.

Sabato pomeriggio, comunque, ho cercato di concentrarmi sulla mostra di Brian Eno, non considerando tutto il resto. Innanzitutto l’autore: Eno è universalmente riconosciuto come il padre della musica ambientale, a proposito della quale egli dice “deve essere capace di conciliare più livelli di attenzione all’ascolto senza forzarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto interessante.” Ecco, devo dire che questo aspetto, anche nella mostra, è molto molto evidente. Nella musica prima di tutto, ma anche in ciò che appartiene alla sfera visiva: in ognuna delle tre sale, in forme diverse, la luce e il colore formano su dei pannelli delle opere sempre diverse, cambiamenti lentissimi ma costanti ai quali lo spettatore assiste.

Ebbene, la sensazione che personalmente ne ho ricavato è stata esattamente il principio base dell’ambient music: lo stesso “oggetto” può essere degno di attenzione oppure totalmente ignorato; per cui, dopo pochi minuti di sguardo fisso su questi pannelli, inevitabilmente il pensiero volava altrove, come se quel “tutto” dovesse fare da cornice a qualcos’altro… Qualcos’altro che però non c’era. E quindi ne risultava una sensazione di non finito, di tensione verso qualcosa…ma cosa?

Probabilmente è un mio limite, ma sono abituata a concepire l’arte come qualcosa che miri a un obiettivo: illustrare un concetto, raccontare una storia, evocare un episodio. Questo che di “indefinito” di “Light paintings” mi ha colta impreparata e forse anche per questo avrei avuto bisogno, da fruitrice media, di essere un po’ più al centro dell’attenzione di chi ha pensato l’allestimento.

Ho fotografato e filmato alcuni dettagli dell’esposizione, all’interno del Margherita, con l’intenzione di mostrarveli qui. Ma chiedo a chi mi legge e ne avesse la possibilità, di recarsi alla mostra e poi parlarmi delle sue impressioni, sarei curiosa di iniziare un confronto.

Covers Bari

Il primo post è notoriamente il più difficile. Scrivo per me ma scrivo anche per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio. Sono partita con l’idea di scoprire che aria tiri a Bari dal punto di vista culturale, toccando con mano, parlando con le persone, osservando.

Non sapevo, però, da dove e come cominciare.

L’occasione giusta però poi è arrivata e credo possa essere un buon punto di partenza.

Questa occasione si chiama Covers, il nuovo progetto di Marina Leo: artista barese, la Leo opera nel campo artistico da circa 20 anni; ha partecipato a molte mostre collettive di artisti pugliesi e ha tenuto numerose mostre personali di successo.

quadri 3

Questo titolo, “Covers”, mi ha incuriosita dal primo momento in cui ne ho letto notizia. “Covers” si sviluppa all’interno di un progetto più ampio al quale la Leo prende parte, e si chiama “Onehundredthings”: cento cose che ogni artista (che partecipa al progetto) vuole far conoscere di sè, utilizzando il proprio stile, i propri materiali e i propri mezzi.

E le “cento cose” di Marina Leo vengono dal privato della casa paterna: una vecchia collana di classici della letteratura italiana degli anni ’70, volumi rivestiti in pelle rossa, diventa il punto di partenza per l’elaborazione di cento copertine ideali, cento immagini che racchiudono in sé l’essenza di cento opere letterarie (classiche e contemporanee) scelte dall’artista.

E’ stato emozionante per me ripercorrere una per una queste copertine; molti dei libri scelti fanno parte anche del mio personale bagaglio letterario ed emotivo.

copertina

Ciò che caratterizza questo progetto è l’uso del rosso e della foglia oro; cifra stilistica –per la verità- di buona parte dell’opera della Leo, ma nel caso di “Covers” questi elementi valorizzano –senza stravolgerla-  la natura iniziale dei volumi. La foglia oro conferisce (a mio avviso) un tocco di valore, di preziosità a capolavori della letteratura mondiale con copertine che sono una vera e propria piccola opera d’arte contemporanea.

Retaggi di studentessa di storia dell’arte inevitabilmente mi riportano alla mente gli ori di opere di bizantina memoria; certo, il contesto è completamente diverso, in quel caso si tratta esclusivamente di opere sacre: l’oro veniva usato per “astrarre” dal mondo terreno certe figure, per conferire loro a-temporalità e renderle “eterne”. Be’ qualcosa del genere mi ha ricordato l’uso dell’oro in Marina Leo, una sorta di desiderio di rendere eterne opere dell’ingegno letterario umano.

Magari lei, se mai dovesse leggere queste righe, smentirà categoricamente tutto ma questo è ciò che ha suscitato in me.

Nella cornice della Galleria Forma Quattro di via Argiro di Bari ho poi potuto osservare anche altre opere della Leo, esposte lì in una mostra dal titolo “Rooms”. Ogni stanza fisica dell’esposizione rappresenta una parte della personalità della Leo.

rooms

Una stanza in particolare mi ha colpito, e due opere su tutte. Mea culpa non averne memorizzato i titoli ma sono quelle che vi mostro nelle foto qui sotto.

Un uomo e una donna, due bellissime poesie (sempre dell’artista), bellissimi colori, un’atmosfera celeste ed eterna che in qualche modo mi riporta a Chagall. Ho avuto il privilegio di parlarne con Marina Leo (a dire il vero con enorme paura di dire qualcosa di improprio) e ho scoperto che Chagall è uno dei suoi artisti “del cuore”. In quel preciso momento ho percepito ancora una volta la grandiosità dell’arte, di come sia possibile che ci leghi tutti, in qualche modo.

La serata di venerdì mi ha poi dato numerosi altri input, tantissime nuove scoperte. La poesia di Silvana Kuhtz e di Aurelio Donato Giordano, Mimmo Conenna, la Galleria stessa che ci ospitava. Ma ve ne parlerò nei prossimi giorni. Grazie per essere passati da qui. Marilena