Arriva il Munbam, la mostra di San Nicola dei Bambini

Un’idea come quella del Munbam davvero mancava. Che bello!

Cos’è il Munbam? È la Mostra di San Nicola dei Bambini e delle Bambine, un allestimento a cura delle fondazioni Myrabilia e Nikolaos. Nel Castello Svevo.

Aprirà i battenti i primi di dicembre, proprio in occasione della festa di San Nicola a Bari, ma mi piaceva l’idea di raccontarvene già.

San Nicola e Bari, un rapporto strettissimo. Un legame che va oltre il profilo strettamente religioso. Diventando legame culturale, folkloristico, affettivo.

San Nicola dai mille volti: uno dei tanti è Santa Claus, celebre in tutto il mondo. Da qui una mostra dedicata in maniera particolare ai bambini, con laboratori creativi per reinventare il santo in tutte le sfaccettature possibili.

La mostra conterrà oggetti di ogni tipo che ricordano in qualche modo la figura di San Nicola. Il percorso espositivo prevedrà 5 ambienti, 5 sale dedicate a temi diversi che seguiranno una specifica traccia narrativa e interattiva: “Ti ascolto”, dedicata alle storie sul santo e alle leggende tramandate nei secoli; “Ti leggo”, dedicata alle letterine a Santa Claus provenienti da tutto il mondo; “Ti mangio”, dedicata alla tradizione culinaria legata al santo; “Ti gioco”, con giochi e giocattoli tradizionali e ispirati alla figura del santo; infine “Ti re-invento”, il laboratorio creativo.

La location della mostra è altamente suggestiva: il Castello Svevo rappresenta l’identità di Bari almeno quanto San Nicola; un connubio azzeccato e quasi doveroso.

Attualmente l’accordo prevede una permanenza della mostra nel Castello di tre anni: speriamo diventi un’esposizione permanente, un museo vero e proprio ed un ulteriore tassello della grande crescita culturale di questa città.

Trame – Realtà Arte Cinema Invenzione

Era da un po’ che qui volevo parlare di “Trame”; ma ho dovuto trovare l’occasione e l’atmosfera giuste per farlo. In questo momento sono chiusa in una stanza molto piccola e ho sù delle cuffiette con musica che favorisce la concentrazione: questo è il mio modo per sentirmi nuovamente proiettata nell’aura della mostra, che ho visitato una settimana fa.

“Trame”. Una mostra che, senza troppe perifrasi, io ho trovato veramente molto difficile. Non è di immediata fruizione, non è una di quelle mostre classiche in cui ti riempi gli occhi di bellezza.

E d’altra parte l’arte contemporanea è questo. Lo esprime molto bene l’assessore Maselli sul suo blog, in un post che ho molto apprezzato e che si intitola “La lunga coda dell’arte contemporanea a Bari“.

“Trame” è la mostra che inaugura il nascente Polo delle Arti Contemporanee di Bari; siamo a Spazio Murat, che insieme al Teatro Margherita e all’ex Mercato del Pesce, rappresenta il fulcro di questo Polo. La mostra arriva Bari, un po’ rivista, dopo essere stata a Shangai nel 2015.

Già il titolo è ambivalente: “Trame” come intreccio di storie e “Trame” come insieme di inganni, di intrighi. Gli artisti ospitati, di chiara fama internazionale, attraverso le opere dialogano tra loro attraverso un filo conduttore comune: la realtà non è sempre quella che vediamo. Anzi, non è quasi mai quella che vediamo.

Questi artisti utilizzano la seduzione visiva per mostrare come certi centri di potere manipolino la realtà per indurne una lettura di parte. Gli strumenti utilizzati a questo scopo sono la fotografia e, soprattutto, la filmografia; molto spesso la materia prima per la realizzazione delle opere sono vecchi archivi.

Ad esempio, Thomas Sauvin lo fa raccogliendo mezzo milione di negativi fotografici cinesi dal 1985 al 2005: così documenta come, inesorabilmente, l’Occidente sia “entrato” in Cina. Colpiscono foto di persone comuni ritratte accanto ad un elettrodomestico, un televisore, un frigorifero, accanto alla scritta “McDonald’s”: un’occidentalizzazione che è per loro uno status symbol.

Di Yto Barrada troviamo in mostra un libro che, provocatoriamente, spiega come curare le strade principali di una città in caso di visita di una delegazione straniera.

Rossella Biscotti, unica italiana della mostra e new entry per Bari, colpisce per la sua serie di foto che ritraggono paesaggi esotici, uomini sognanti… Ma si tratta di foto che le case farmaceutiche utilizzavano per presentare Pentothal, un antidepressivo che è anche un principio attivo delle iniezioni letali.

Altri importantissimi artisti presenti in mostra sono John AkomfrahThe Atlas Group,  Ho Tzu NyenJoão PenalvaWu Tsang.

“Trame” è un’esperienza particolare e totalmente immersiva che vi consiglio di fare, possibilmente con una guida. Abbandonate ogni pensiero fuori da Spazio Murat e, senza alcuna fretta, sintonizzate la vostra mente sulle immagini che vedrete.

Poi, se vi va, raccontatemi quello che avete provato 🙂

Fatelo presto, però. La mostra chiude il 5 febbraio.

Light paintings – Brian Eno

EnoDevo ammetterlo: tutte le mostre che, fino ad ora, ho avuto modo di vedere al Margherita non mi hanno entusiasmato.

Sarà che questo riadattamento del teatro a contenitore di arte contemporanea non mi convince. Così com’è, il Margherita non è accogliente, se per “museo accogliente” intendiamo quello di Giancarlo Dall’Ara: varcando la soglia del teatro, si presenta davanti agli occhi del visitatore un ambiente freddo, asettico, una specie di cantiere mai ultimato. Insomma, si percepisce tutto tranne che empatia col fruitore degli eventi.

Questa prospettiva già mi predispone male nei confronti della mostra che mi accingo a visitare. Mi è successo qualche settimana fa con “A tavola con i santi” e mi è capitato nuovamente due giorni fa con “Light paintings”. Si tratta, tra l’altro, di due tipologie di mostre che, già di per sé, avrebbero avuto bisogno di un “accompagnamento” molto molto efficace per il visitatore: la prima voleva raccontare il patrimonio immateriale della Puglia, la seconda si proponeva di fondere suono e colore in un rapporto che l’autore definisce “musica visiva”.

Invece nulla o quasi, il visitatore è praticamente abbandonato a se stesso in un ambiente buio, senza operatori, senza relazioni. E’ evidente che l’utente non sia il centro dell’interesse di chi allestisce queste mostre. “Questo è, se vi piace. Altrimenti tornatevene a casa”, sembra comunicare l’ambiente.

Sabato pomeriggio, comunque, ho cercato di concentrarmi sulla mostra di Brian Eno, non considerando tutto il resto. Innanzitutto l’autore: Eno è universalmente riconosciuto come il padre della musica ambientale, a proposito della quale egli dice “deve essere capace di conciliare più livelli di attenzione all’ascolto senza forzarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto interessante.” Ecco, devo dire che questo aspetto, anche nella mostra, è molto molto evidente. Nella musica prima di tutto, ma anche in ciò che appartiene alla sfera visiva: in ognuna delle tre sale, in forme diverse, la luce e il colore formano su dei pannelli delle opere sempre diverse, cambiamenti lentissimi ma costanti ai quali lo spettatore assiste.

Ebbene, la sensazione che personalmente ne ho ricavato è stata esattamente il principio base dell’ambient music: lo stesso “oggetto” può essere degno di attenzione oppure totalmente ignorato; per cui, dopo pochi minuti di sguardo fisso su questi pannelli, inevitabilmente il pensiero volava altrove, come se quel “tutto” dovesse fare da cornice a qualcos’altro… Qualcos’altro che però non c’era. E quindi ne risultava una sensazione di non finito, di tensione verso qualcosa…ma cosa?

Probabilmente è un mio limite, ma sono abituata a concepire l’arte come qualcosa che miri a un obiettivo: illustrare un concetto, raccontare una storia, evocare un episodio. Questo che di “indefinito” di “Light paintings” mi ha colta impreparata e forse anche per questo avrei avuto bisogno, da fruitrice media, di essere un po’ più al centro dell’attenzione di chi ha pensato l’allestimento.

Ho fotografato e filmato alcuni dettagli dell’esposizione, all’interno del Margherita, con l’intenzione di mostrarveli qui. Ma chiedo a chi mi legge e ne avesse la possibilità, di recarsi alla mostra e poi parlarmi delle sue impressioni, sarei curiosa di iniziare un confronto.

Covers Bari

Il primo post è notoriamente il più difficile. Scrivo per me ma scrivo anche per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio. Sono partita con l’idea di scoprire che aria tiri a Bari dal punto di vista culturale, toccando con mano, parlando con le persone, osservando.

Non sapevo, però, da dove e come cominciare.

L’occasione giusta però poi è arrivata e credo possa essere un buon punto di partenza.

Questa occasione si chiama Covers, il nuovo progetto di Marina Leo: artista barese, la Leo opera nel campo artistico da circa 20 anni; ha partecipato a molte mostre collettive di artisti pugliesi e ha tenuto numerose mostre personali di successo.

quadri 3

Questo titolo, “Covers”, mi ha incuriosita dal primo momento in cui ne ho letto notizia. “Covers” si sviluppa all’interno di un progetto più ampio al quale la Leo prende parte, e si chiama “Onehundredthings”: cento cose che ogni artista (che partecipa al progetto) vuole far conoscere di sè, utilizzando il proprio stile, i propri materiali e i propri mezzi.

E le “cento cose” di Marina Leo vengono dal privato della casa paterna: una vecchia collana di classici della letteratura italiana degli anni ’70, volumi rivestiti in pelle rossa, diventa il punto di partenza per l’elaborazione di cento copertine ideali, cento immagini che racchiudono in sé l’essenza di cento opere letterarie (classiche e contemporanee) scelte dall’artista.

E’ stato emozionante per me ripercorrere una per una queste copertine; molti dei libri scelti fanno parte anche del mio personale bagaglio letterario ed emotivo.

copertina

Ciò che caratterizza questo progetto è l’uso del rosso e della foglia oro; cifra stilistica –per la verità- di buona parte dell’opera della Leo, ma nel caso di “Covers” questi elementi valorizzano –senza stravolgerla-  la natura iniziale dei volumi. La foglia oro conferisce (a mio avviso) un tocco di valore, di preziosità a capolavori della letteratura mondiale con copertine che sono una vera e propria piccola opera d’arte contemporanea.

Retaggi di studentessa di storia dell’arte inevitabilmente mi riportano alla mente gli ori di opere di bizantina memoria; certo, il contesto è completamente diverso, in quel caso si tratta esclusivamente di opere sacre: l’oro veniva usato per “astrarre” dal mondo terreno certe figure, per conferire loro a-temporalità e renderle “eterne”. Be’ qualcosa del genere mi ha ricordato l’uso dell’oro in Marina Leo, una sorta di desiderio di rendere eterne opere dell’ingegno letterario umano.

Magari lei, se mai dovesse leggere queste righe, smentirà categoricamente tutto ma questo è ciò che ha suscitato in me.

Nella cornice della Galleria Forma Quattro di via Argiro di Bari ho poi potuto osservare anche altre opere della Leo, esposte lì in una mostra dal titolo “Rooms”. Ogni stanza fisica dell’esposizione rappresenta una parte della personalità della Leo.

rooms

Una stanza in particolare mi ha colpito, e due opere su tutte. Mea culpa non averne memorizzato i titoli ma sono quelle che vi mostro nelle foto qui sotto.

Un uomo e una donna, due bellissime poesie (sempre dell’artista), bellissimi colori, un’atmosfera celeste ed eterna che in qualche modo mi riporta a Chagall. Ho avuto il privilegio di parlarne con Marina Leo (a dire il vero con enorme paura di dire qualcosa di improprio) e ho scoperto che Chagall è uno dei suoi artisti “del cuore”. In quel preciso momento ho percepito ancora una volta la grandiosità dell’arte, di come sia possibile che ci leghi tutti, in qualche modo.

La serata di venerdì mi ha poi dato numerosi altri input, tantissime nuove scoperte. La poesia di Silvana Kuhtz e di Aurelio Donato Giordano, Mimmo Conenna, la Galleria stessa che ci ospitava. Ma ve ne parlerò nei prossimi giorni. Grazie per essere passati da qui. Marilena