Architettura: con Palazzo Mincuzzi arriva a Bari lo stile Liberty

Quando mi è venuto in mente di dedicare una sezione del blog all’architettura di Bari, ho dovuto tracciare una mappa degli argomenti di cui parlare. E ci doveva essere un punto di partenza, necessariamente; quel punto di partenza è stato subito evidente: Palazzo Mincuzzi.

Questo è il mio blog e parla prima di tutto di me: ebbene, davanti a Palazzo Mincuzzi -da bambina- mi incantavo ad ogni passaggio. Senza aver mai studiato storia dell’arte, senza sapere né come né perchè, lo amavo.

Oggi non è cambiato nulla, semplicemente ne so qualcosa in più.

Per chi non lo conoscesse, Palazzo Mincuzzi si trova al centro del salotto buono di Bari, in via Sparano – angolo via Putignani. È un palazzo maestoso, che svetta tra tutte le costruzioni circostanti.

E dev’essere stato un bel colpo d’occhio per i baresi quando, il 28 ottobre 1928 fu inaugurato in pompa magna, alla presenza di tutte le autorità cittadine e delle più importanti famiglie del circondario.

Il Palazzo fu realizzato con la committenza della famiglia Mincuzzi, commercianti attivi a Bari già da diverso tempo. Decisero di erigere questo vero e proprio tempio del commercio ispirandosi alle Gallerie Lafayette di Parigi; un vero e proprio gioiello di Art Nouveau che faceva di Bari un’altra delle grandi capitali del commercio in Europa.

Passeggiando per via Sparano non si può rimanere indifferenti al cospetto di questo “gigante”: la facciata è un’infiorescenza di decorazioni, marmi, colonne ioniche, capitelli, mascheroni. La cupola che sormonta il palazzo è sontuosamente rivestita di tessere di vetro bagnate nell’oro; il danneggiamento provocato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale fu sanato solo molto tempo dopo: la cupola è tornata al suo splendore originario nel 2001.

L’interno del palazzo è altrettanto sontuoso, lo stile Liberty domina -oggi come allora- con una imponente scalinata illuminata dalla luce della cupola vetrata che la sovrasta.

Oggi la proprietà del palazzo è detenuta ancora dalla famiglia Mincuzzi, ma al suo interno trova spazio una nota catena italiana di abbigliamento.

Le ultime indiscrezioni vogliono, per il prossimo futuro, un raffinato ristorante francese all’interno del palazzo.

 

Da Terra di Bari a Città Metropolitana, Immagini del Territorio

PARADISO-B.-Campo-di-senape-Vi racconto oggi dell’inaugurazione della mostra “Da Terra di Bari a Città Metropolitana. Immagini del territorio”, Pinacoteca Metropolitana di Bari, 12 dicembre 2015-30 aprile 2016.

E provo un’emozione del tutto particolare durante la stesura di questo post: nel corso l’inaugurazione della mostra, in una sala gremita, attenta e interessata, si è parlato di Francesco Netti e della “Sua Santeramo”.

Quella “Sua Santeramo”, dalla bocca di Clara Gelao (monumento vivente per chi ha studiato storia dell’arte negli ultimi anni in Puglia e Basilicata), mi ha resa orgogliosa di essere lì, di poter comprendere fino in fondo cosa fosse “quella” Santeramo; sono stata fiera di essere anche io figlia della comunità che ha espresso Francesco Netti e Bartolomeo Paradiso, sensibilità artistiche pure e rare nel panorama pugliese otto-novecentesco.

Ma partiamo dall’inizio.

La mostra, costituita da 125 opere, si basa su elementi provenienti esclusivamente dalla Pinacoteca Metropolitana, alcuni recuperati da deposito per l’occasione (e quindi non normalmente fruibili).

Prima mostra ufficiale dell’era “Città Metropolitana”, questo evento nasce soprattutto dalla volontà di operare un recupero dell’identità culturale della “Terra di Bari”, depauperata nel corso degli anni, privata di numerose città e territori.

La “Terra di Bari” (con capoluogo Trani), infatti, nasce nel 1584, quando viene “staccata” dalla “Terra d’Otranto”.

E dal 1584 fino al 2004, cioè alla nascita della provincia di Barletta-Andria-Trani, mantiene praticamente la stessa conformazione. Si tratta perciò di una provincia compatta; ma con una struttura binaria: da una parte le città costiere, demaniali, e dall’altra le città interne, feudali.

L’intera provincia, sin dall’inizio, è caratterizzata da numerosi centri urbani di notevole importanza; a partire dal XVIII secolo, però, questo “policentrismo” inizia a venire meno per la crescita dell’importanza di Bari.

Il cambiamento ufficiale si ha nel 1806: Giuseppe Napoleone è sul trono di Napoli quando viene stabilita la nascita della provincia, e con nuovo capoluogo: Bari. Bari perché è ormai una realtà dinamica, con fiorenti traffici commerciali via mare, tassi di urbanità molto elevati. Su Bari convergono tutte le nuove strade costruite dai Borboni; e le altre città della provincia riconoscono la superiorità della città di San Nicola.

Nel 1860 nasce il Regno d’Italia e Bari deve ri-orientare i suoi rapporti coi centri importanti, con la nuova capitale ma non solo; la Ferrovia Adriatica negli anni ’60 arriva a Bari: il Sud deve essere connesso coi grandi traffici commerciali dell’Italia Settentrionale. Ferrovia significa stazione, significa sviluppo dell’edilizia.

Negli anni ’80 dell’800 il Regno d’Italia comincia a guardare a Est: tocca a Bari essere il fulcro di una serie di iniziative per collegare l’Italia a Levante.

E’ una crescita che non conosce sosta, quella di Bari, che nel 1911 arriva a contare oltre 100.000 abitanti: inizia a porsi come testa della Regione. E sarà a questo punto che si inizierà a parlare di Puglia, piuttosto che di Puglie.

Oggi, invece, assistiamo ad un processo opposto, alla deurbanizzazione della città. Crescono i centri dell’interno, diventano sempre più popolosi; si attua una dematerializzazione operativa, quindi i flussi di lavoro possono allontanarsi dal centro-Bari in favore della provincia; si assiste, insomma, ad una grande inclusione delle aree interne.

Questa mostra, attraverso il patrimonio della Pinacoteca, vuole illustrare i cambiamenti dell’identità del territorio di Bari dal 1860 al 1960.

Come dice Clara Gelao, “ogni paesaggio ha i suoi cantori”.

Fino all’avvento di Giuseppe De Nittis (soprattutto nella sua fase giovanile), un vero e proprio paesaggio pugliese non esiste. Di lui, in questo contesto, possiamo ricordare i dipinti sull’Ofanto, risalenti al 1865-66.

Esistono poi paesaggi che solo anime particolarmente sensibili possono rappresentare. Uno di questi paesaggi è la Murgia. E’ qui che si inserisce Francesco Netti, precursore –insieme a De Nittis- del filone dei paesaggisti pugliesi. Precursore perché nei suoi quadri il paesaggio non è l’oggetto principale della rappresentazione ma ne è lo sfondo. Netti amò molto rappresentare Santeramo e le sue attività agricole, oltre che splendidi scorci cittadini.

Il paesaggio pugliese acquista invece autonomia all’inizio del ‘900 con un pittore che per me è stato una grande scoperta; un artista di una prolificità sterminata, sul quale la mostra sostanzialmente si basa: Damaso Bianchi.

Altro artista che si colloca nel filone è Enrico Castellaneta: nativo di Gioia del Colle, si forma artisticamente a Napoli, con Morelli e Palizzi come insegnanti. Tornato in Puglia nel 1906, in realtà non riuscirà mai a scrollarsi di dosso la formazione napoletana.

Il primo vero paesaggista pugliese, l’inventore vero e proprio di questo genere, è un altro gioiese: Francesco Romano.  Queste le sue parole: “Come vedi, io ho avuto un’idea ardita e bella: creare nella pittura italiana un “paesaggio pugliese”. La dimora forzata in Gioia del Colle mi ha spinto a considerare la nostra campagna e vi ho scoperto tesori d’ispirazione. Per ben sette anni mi sono esercitato a copiare pianure, murge, burroni e sovra tutto mi sono adoperato di chiudere nei miei pastelli la finissima atmosfera dei nostri cieli quasi orientali; i miei quadri devono essere quadri di luce, perchè le nostre Puglie sono il paese della luce.”

Romano si sofferma quindi, per la prima volta, sulla rappresentazione della Murgia, vuole introdurla nella storia dell’arte.

La mostra si chiude con tre opere che rappresentano il folklore del territorio di Bari. Tre opere. La prima è una splendida tela di Raffaele Armenise, del 1920, “Ritorno dalla festa di San Nicola a Bari”, in cui luce, colori e festosità raggiungono chi sta guardando il quadro come se l’evento stesse avvenendo in quell’istante davanti ai suoi occhi.

E poi, mi emoziona scriverne, il bellissimo “Venerdì Santo” di Bartolomeo Paradiso e il “Corteo nuziale” di suo figlio Hero. Opere che conosco da sempre, dalla più tenera infanzia, ma al cospetto delle quali, dal vivo, mi sono trovata per la prima volta.

Ed è una cosa completamente diversa: è straordinario ma i colori che, soprattutto Bartolomeo, ha saputo esprimere, sono qualcosa che una stampa non rende nemmeno lontanamente. La brillantezza dei colori è eccezionale, la pennellata pure. Bartolomeo ha viaggiato molto e ha sicuramente visto e studiato Van Gogh, ha visto Corot, Millet. Certamente. Perché in tutte le sue opere esposte a Bari questo è evidente, per chi ha una base di nozioni di storia dell’arte.

E vedere e sentire la MIA Santeramo (mia oltre che di Netti e dei Paradiso) accostata a questi nomi della grande storia dell’arte europea mi ha colpita. Essere circondata da gente ammirata per i colori dei Paradiso e poter dire “Sì, queste sono le strade di Santeramo, queste strade io le conosco, le ho fatte, le ho vissute” mi ha veramente riempita di orgoglio.

 Per quello che vale, chiedo a chi amministra Santeramo e a chi lo farà in futuro di dare a questi grandi artista la visibilità che meritano. E’ incredibile che la loro città natale li dimentichi in questo modo.

Per il resto, consiglio ovviamente a gran voce di visitare questa mostra. Oltre che l’intera Pinacoteca che, forse in pochi lo sanno, custodisce opere di artisti del calibro di Tintoretto, Paris Bordon, Luca Giordano, Paolo Veronese, Giovanni Bellini, Bartolomeo Vivarini, Telemaco Signorini, Vincenzo Irolli, Domenico Morelli… Siateci, osservate, partecipate. “La bellezza salverà il mondo”.

Né padroni né padrini – Martino Cassano

Abstract cartaceo
Abstract cartaceo

Un altro piacevole pomeriggio, il 4 dicembre, trascorso alla Libreria Quintiliano: questa volta per parlare di Martino Cassano.

Il post odierno potrebbe tranquillamente essere soltanto un lungo elenco di complimenti alle persone che organizzano questo genere di eventi, persone per le quali io provo una sincera e incommensurabile ammirazione; dalla Libreria nella persona di Marina Leo, a Luigi Bramato, a Felice Giovine che –ahimè- non conoscevo e che per me è stato una scoperta stupefacente.

E ne parlo davvero con entusiasmo perché trovo conferma, ogni giorno di più, del fatto che Bari sia una città di una ricchezza culturale immensa, una ricchezza inspiegabilmente poco nota e spesso poco valorizzata.

La Libreria Quintiliano, che ospita e promuove questi eventi, svolge egregiamente un ruolo di divulgazione culturale che –ho l’impressione- librerie di ben altra fama non svolgano. Mi piace soprattutto l’idea di sostenere chi si interessa di recuperare la storia locale, i personaggi che hanno reso grande la città.

E, a questo proposito, non posso non parlare di LB Edizioni e di Luigi Bramato, in particolare. Questa giovanissima casa editrice nasce col progetto di recuperare –nella forma dell’e-book- testi antichi custoditi presso biblioteche, archivi e depositi. La linea editoriale prevede la ricostruzione di una storia locale poco nota ai più tramite i tanti piccoli tasselli che ognuna delle pubblicazioni rappresenta.

A me sembra un progetto meraviglioso, non trovo altre parole per definirlo. Sarà che mi appassiona la storia locale da sempre (quella di Bari da meno tempo dato che non è la città in cui sono nata), sarà che trovo fondamentale che ognuno di noi conosca le proprie radici, sarà che è indispensabile sapere da dove veniamo per capire dove andare… Sarà tutto questo ma il progetto per me è bellissimo e va assolutamente portato avanti nel migliore dei modi possibile.

Durante l’incontro in libreria, mi si è aperto un mondo rispetto alla storia dell’editoria barese all’inizio del ‘900, grazie a Martino Cassano e tutti i personaggi che gli ruotavano intorno.

Siamo in un’epoca in cui grandi eventi scuotevano la vita economica e culturale di Bari: l’approdo in città di imprenditori svizzeri, la costruzione del Petruzzelli e dei primi tronconi dell’Acquedotto Pugliese.

E poi il primo sciopero per l’aumento della farina, l’inaugurazione della prima stazione radiotelegrafica con Marconi, la costituzione della Società Elettrica Barese, il centenario della venuta di Gioacchino Murat…

In questo contesto, la città di Bari sentiva l’esigenza di un giornale che non fosse espressione di un partito o di una élite circoscritta. Al rientro a Bari da Roma, Martino Cassano fonda –insieme ad alcuni collaboratori- “La Settimana”, apparso per la prima volta il 15 novembre 1885. “La Settimana” superò quasi subito la media dell’epoca di 500 copie; questo successo spinge Cassano a compiere il grande passo e fondare un giornale quotidiano: il “Corriere delle Puglie” vede la luce il 1° novembre 1887.

Nonostante lo scarso livello di alfabetizzazione della popolazione dell’epoca, il giornale ottiene subito enorme successo, tanto da attirare le ire dei concorrenti: da “Il Mattino” di Napoli, per esempio, che accusa Cassano di avere dei protettori. E la sua risposta è emblematica: “né padroni né padrini”. In effetti il Corriere delle Puglie è un giornale libero, senza alcun aggancio politico. Che riesce a creare una reale opinione pubblica.

Cassano resterà alla guida del giornale fino al 1921, quando lascerà la direzione a Raffaele Gorjux (altro importantissimo personaggio del giornalismo barese) insieme a Leonardo Azzarita.

Morirà a Roma sei anni dopo.

E’ curioso come la Città di Bari non abbia mai omaggiato Martino Cassano dopo la sua morte. Mi auguro che, soprattutto dopo la spinta da parte di LB edizioni, il ricordo di un tale modello di rettitudine morale, onestà e intelligenza ritorni ad essere vivo. Nel mondo del giornalismo ma non solo.

Light paintings – Brian Eno

EnoDevo ammetterlo: tutte le mostre che, fino ad ora, ho avuto modo di vedere al Margherita non mi hanno entusiasmato.

Sarà che questo riadattamento del teatro a contenitore di arte contemporanea non mi convince. Così com’è, il Margherita non è accogliente, se per “museo accogliente” intendiamo quello di Giancarlo Dall’Ara: varcando la soglia del teatro, si presenta davanti agli occhi del visitatore un ambiente freddo, asettico, una specie di cantiere mai ultimato. Insomma, si percepisce tutto tranne che empatia col fruitore degli eventi.

Questa prospettiva già mi predispone male nei confronti della mostra che mi accingo a visitare. Mi è successo qualche settimana fa con “A tavola con i santi” e mi è capitato nuovamente due giorni fa con “Light paintings”. Si tratta, tra l’altro, di due tipologie di mostre che, già di per sé, avrebbero avuto bisogno di un “accompagnamento” molto molto efficace per il visitatore: la prima voleva raccontare il patrimonio immateriale della Puglia, la seconda si proponeva di fondere suono e colore in un rapporto che l’autore definisce “musica visiva”.

Invece nulla o quasi, il visitatore è praticamente abbandonato a se stesso in un ambiente buio, senza operatori, senza relazioni. E’ evidente che l’utente non sia il centro dell’interesse di chi allestisce queste mostre. “Questo è, se vi piace. Altrimenti tornatevene a casa”, sembra comunicare l’ambiente.

Sabato pomeriggio, comunque, ho cercato di concentrarmi sulla mostra di Brian Eno, non considerando tutto il resto. Innanzitutto l’autore: Eno è universalmente riconosciuto come il padre della musica ambientale, a proposito della quale egli dice “deve essere capace di conciliare più livelli di attenzione all’ascolto senza forzarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto interessante.” Ecco, devo dire che questo aspetto, anche nella mostra, è molto molto evidente. Nella musica prima di tutto, ma anche in ciò che appartiene alla sfera visiva: in ognuna delle tre sale, in forme diverse, la luce e il colore formano su dei pannelli delle opere sempre diverse, cambiamenti lentissimi ma costanti ai quali lo spettatore assiste.

Ebbene, la sensazione che personalmente ne ho ricavato è stata esattamente il principio base dell’ambient music: lo stesso “oggetto” può essere degno di attenzione oppure totalmente ignorato; per cui, dopo pochi minuti di sguardo fisso su questi pannelli, inevitabilmente il pensiero volava altrove, come se quel “tutto” dovesse fare da cornice a qualcos’altro… Qualcos’altro che però non c’era. E quindi ne risultava una sensazione di non finito, di tensione verso qualcosa…ma cosa?

Probabilmente è un mio limite, ma sono abituata a concepire l’arte come qualcosa che miri a un obiettivo: illustrare un concetto, raccontare una storia, evocare un episodio. Questo che di “indefinito” di “Light paintings” mi ha colta impreparata e forse anche per questo avrei avuto bisogno, da fruitrice media, di essere un po’ più al centro dell’attenzione di chi ha pensato l’allestimento.

Ho fotografato e filmato alcuni dettagli dell’esposizione, all’interno del Margherita, con l’intenzione di mostrarveli qui. Ma chiedo a chi mi legge e ne avesse la possibilità, di recarsi alla mostra e poi parlarmi delle sue impressioni, sarei curiosa di iniziare un confronto.

Progetti innovativi: Challenges Camp & Tou.Play

Quando, in un post su FB, parlavo di Bari come una città vitale e innovativa, mi riferivo anche a iniziative di questo tipo: i Challenges Camp.

Challenges Camp è un progetto che incoraggia l’imprenditoria giovanile, quella dei ragazzi tra i 18 e i 27 anni, e premia le idee a maggior impatto sociale e sostenibilità economica.

Dopo 3 giorni di formazione in laboratori sperimentali e un contest, vengono selezionati 10 progetti che –a loro volta- partecipano poi ad un altro camp, alla fine del quale vengono premiate le 3 idee imprenditoriali migliori.

Ebbene, nell’edizione 2015 dei Challenges Camp, quella che si è conclusa proprio pochi giorni fa, uno dei progetti premiati si chiama “Tou.Play”.

L’idea mi ha particolarmente colpita perché va nella direzione della promozione del territorio attraverso strumenti innovativi. Mi piace l’idea di riuscire a mettere insieme più competenze e più ambiti d’azione allo scopo di rendere maggiormente fruibile il patrimonio.

In un momento storico in cui il turismo culturale è piuttosto snobbato dai più giovani, l’idea di “Tou.Play” non potrà che rendere più accattivante e interattiva la visita dei siti interessati dal progetto.

Ma cos’è “Tou.Play”? Innanzitutto nel nome sono stati fusi due concetti chiave dell’ide, ossia “turismo” e “gioco”: la visita –per esempio- di un centro storico diventa, per i turisti, un gioco di ruolo, basato su situazioni storico-culturali reali, con tanto di attori fissi quali gli abitanti dei luoghi del tour.

Ma “Tou.Play” evoca anche l’espressione barese “a giocare”. E sono proprio baresi le due menti dell’idea imprenditoriale, quelle di Giancarla Trizio, laureata in Economia e Gestione delle Aziende e dei sistemi turistici, e Aldo Campanelli, appassionato di giochi di ruolo. La fusione delle loro professionalità e delle loro passioni ha dato vita a questo progetto che dovrebbe partire da Bari entro fine anno, per poi espandersi a tutta la Puglia nel prossimo futuro.

Per quanto mi riguarda, approfitto di questo spazio per fare i miei complimenti agli ideatori e – se mai dovessero leggere- mi auguro di poter ascoltare direttamente dalla loro voce quali saranno gli sviluppi dell’idea e i modi e i tempi di realizzazione.

Sarò sicuramente una delle prime fruitrici dell’iniziativa e auguro ai ragazzi che “Tou.Play” possa contribuire in modo significativo a rendere Bari un posto da visitare assolutamente.