Passione ‘900 – Dal Futurismo al Nuovo Millennio

Passione ‘900 – Dal Futurismo al Nuovo Millennio

9 Giugno 2022 1 Di studiolobarese

Molto interessante e molto preziosa la mostra in corso a Conversano, presso il Castello Aragonese.

Preziosa per un territorio come quello pugliese che è decisamente periferico rispetto ai grandi eventi culturali: si tratta di “Passione ‘900 – La collezione Giuliani dal Futurismo al Nuovo Millennio”, organizzata dalla Cooperativa Armida di Conversano, in collaborazione con il Comune di Conversano e il Teatro Pubblico Pugliese, a cura di Giacomo Lanzilotta e Massimo Guastella.

Una mostra preziosa anche per l’occasione unica di poter fruire di opere normalmente non esposte; appartengono infatti ad una collezione privata, quella dell’avvocato martinese Franco Giuliani, che in 50 anni ha raccolto opere che sintetizzano una buona fetta della vicenda artistica del ‘900.

La mostra è visitabile ancora per qualche giorno, fino al 15 giugno, e il consiglio sincero è quello di non perderla. Se siete appassionati d’arte contemporanea non potete lasciarvi sfuggire l’occasione di osservare dal vero Michelangelo Pistoletto, Giorgio De Chirico, Carlo Levi, Giorgio Morandi, Ottone Rosai, Mario Sironi, Giacomo Balla e molti altri per un totale di 46 maestri e 58 opere, suddivise per temi in 7 sale.

 

Nella prima sala, i ritratti epidermicamente dettagliati del contemporaneo Andrea Martinelli (tra i quali uno dello stesso avvocato Giuliani) e, per esempio, la grande “Luna Rossa” di Paola Romano riconducono a dinamiche introspettive, legate a riflessioni di natura psicologica ed esistenziale.

Nella seconda sala, gli artisti esposti conducono il visitatore in atmosfere d’Arte Pop, Concettuale, Nucleare: Luca Alinari e il suo surrealismo magico fatto di personaggi e luoghi immaginari; Michelangelo Pistoletto con uno dei suoi famosi quadri specchianti e la sua Arte Concettuale; ugualmente con Emilio Isgrò, ancora Concettuale nella cancellazione della parola scritta che intende esaltarne il silenzio eloquente.

La terza sala è quella dei figurativi dal Dopoguerra agli anni ’60: tra le opere qui esposte, splendido il paesaggio rurale morbido e trasognato di Ottone Rosai (Paesaggio, strada in curva, 1950). Significativa la donna seduta al bar di Giuseppe Migneco (Donna al bar, anni ’60), simbolo della contraddizione di quel tempo: rinascita postbellica insieme a nuove forme di solitudine.

 

Sempre relativa al periodo compreso tra il secondo Dopoguerra e gli anni ’60 la quarta sala, però dedicata alle ricerche aniconiche. Per preferenze personali, cito tra tutti Carlo Levi, Renato Birolli e Mario Tozzi: gli ultimi due rileggono in chiave contemporanea il tema della natura morta e lo fanno tramite l’utilizzo di figure solide e geometriche; Carlo Levi, invece, oltrepassa la forma con la sua consueta pittura intensamente materica.

Si prosegue, nella sala successiva (la quinta), col periodo compreso tra gli anni ’70 e il 2000 ed una grande varietà di proposte: si va da suggestioni Astrattiste e Surrealiste con Casarin al Neodinamismo (inteso come scambio tra vuoto e materia) di Muriotto; e ancora Minimalismo e Neodadaismo con Montanaro e Chiari.

Le ultime due sale sono quelle i cui nomi in mostra sono certamente molto più noti al grande pubblico. La sesta sala è infatti dedicata ai Maestri della prima metà nel Novecento, e quindi Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis, Massimo Campigli ed altri; li accomuna una pittura innovativa che però convive con richiami classici. Campigli strizza l’occhio alla pittura etrusca; e due opere metafisiche di De Chirico sono sospese tra sogno e realtà, in un paesaggio che evoca silenzio e mistero.

 

La settima ed ultima sala è quella dedicata a due grandi della prima metà del ‘900: Giacomo Balla e Mario Sironi. Al centro della sala campeggia un’opera di Balla dipinta su entrambe le facciate; particolarmente significativa quella dedicata al “Ritratto Futurista di Lady Ottoline Moller” del 1918: una scomposizione dinamica dei volumi tipica del linguaggio visivo futurista.

Infine tre opere degli anni ’40 di Mario Sironi: si tratta della sua produzione matura. Drammaticità e inquietudine sono i tratti più evidenti in queste opere. Pennellate materiche, toni cupi: tutto lascia presagire l’incombere di qualcosa di drammatico. E infatti sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale, si avvicina la caduta del regime fascista al quale Sironi aveva apertamente aderito. Aderì persino alla Repubblica di Salò e rischiò la fucilazione. Se non gli fosse capitato, proprio in extremis, un enorme colpo di fortuna: fuggendo dalla Milano liberata dagli Alleati, Sironi incappò in un posto di blocco. Il caso volle che uno dei componenti della pattuglia partigiana fosse un giovanissimo Gianni Rodari, scrittore in erba, che riconobbe il grande pittore. Disse Rodari, anni dopo, e così viene riportato in una sua biografia: “Non so se posso vantarmene: gli firmai un lasciapassare in nome dell’arte.