Bari, Donne per la Cultura #1: Bianca Sorrentino

Apro oggi questa mia rubrica dedicata alle “Donne per la Cultura” di Bari; si tratta di donne che, per vicende o circostanze varie, ho conosciuto personalmente e per le quali provo una sincera ammirazione.

Non vere e proprie interviste, di quelle il web è pieno; direi piuttosto delle piacevoli conversazioni, con cui provo -in punta di piedi- ad entrare nell’universo di queste Artiste/Letterate.

E comincio con qualcuno che, se mi leggete da un po’, conoscete già: Bianca Sorrentino. Di lei avevo già parlato in questo post.

Vi chiedo, da questo punto in poi, di prendere qualche minuto solo per voi e di rilassarvi nella lettura di quanto segue.

Ringrazio Bianca, davvero di cuore, per aver acconsentito a rispondere alle mie domande; un grande regalo per me e per questo mio spazio online che, con questa conversazione, tocca uno dei suoi apici.

Cara Bianca, come sai sono particolarmente legata al tuo “Mito classico e poeti del ’900”, opera con la quale ti ho conosciuta. Mi racconti come, secondo te, il mito classico oggi può parlare? La nostra società è apparentemente chiusa a recepire messaggi su una lunghezza d’onda simile, eppure so che tu una strada l’hai individuata.

Siamo abituati a sentirci dire che lo studio del mondo classico è anacronistico, che la pratica della lettura è desueta e che le vicende narrate millenni fa da poeti forse mai esistiti non ci riguardano più. Eppure nel mio percorso di studi, professionale e umano non ho fatto altro che incontrare persone in grado di smentire queste dicerie, di smontare queste noiose generalizzazioni con l’esperienza della bellezza. Giovanissimi allievi e adulti quanto mai lontani dagli studi umanistici mi hanno dimostrato che esiste un nucleo di resistenza allo squallore e alla sciatteria: nelle presentazioni di Mito classico e poeti del ’900 ho conosciuto anime disposte a mettersi in ascolto per scoprire quanto la classicità abbia ancora da dire. Con loro ho riflettuto sulla capacità del mito di farsi strada nelle pieghe della quotidianità per rivelarsi ancora e sempre attuale: le irrisolte questioni che pone la filosofia, come l’eterno conflitto tra legge dello Stato e legge del cuore – quello tra Creonte e Antigone –, possono forse apparire meno distanti se si prova a ripensarle in relazione ai fatti di cronaca che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica (il testamento biologico e la vicenda di Dj Fabo, l’immigrazione e il caso delle navi Aquarius e Sea Watch, la lotta strenua e devota di Ilaria Cucchi che rivendica giustizia mostrando le immagini impietose del cadavere del fratello Stefano); i crucci che dilaniano gli eroi epici e tragici sembrano meno polverosi e più autentici se si cerca di accostarli ai propri trascorsi personali (il rapporto padri/figli e il nodo Ulisse/Telemaco, il coraggio dell’attesa di Penelope, l’abbandono subito da Arianna, i digiuni di Elettra, la memoria del passato che Enea deve onorare, la verità che Edipo ostinatamente ricerca eppure non vuole vedere). Non è retorico affermare che i miti abitano la nostra memoria poetica e ci restituiscono un sentire che è comune: a me pare sia questa la strada da seguire – un sentiero poco battuto, probabilmente, ma senz’altro in grado di riconnetterci alla radice dell’umano, facendoci sentire meno soli.

In una intervista, hai paragonato il mito ad una periferia. Ad un posto che nessuno considera come degno d’attenzione. In una città, invece, le periferie sono l’essenza autentica, la faccia non contaminata, l’identità senza veli di un luogo, senza abbellimenti. Come vedi il mito in questa “città”? Che tipo di periferia è?

L’intervista cui fai riferimento è stata rilasciata in occasione di una manifestazione fortemente voluta dalla casa editrice che ha pubblicato i miei due libri, Stilo, e alla cui organizzazione ho collaborato. “Chi legge arriva primo”, il festival letterario delle periferie urbane, è stato un’occasione di dialogo con i quartieri lontani dalle vetrine del centro e il teatro ci è sembrato il linguaggio più coinvolgente per tener vivo questo scambio. Il mare di Ulisse ha accarezzato con le sue onde le rive del Teatro di Pulcinella, storico presidio di resistenza culturale a San Cataldo contro l’illegalità, e le ‘voci degli altri’ (dei personaggi secondari, quelli che non sono illuminati dalle luci della ribalta) hanno riempito l’auditorium della Casa delle Culture, spazio di recente apertura al San Paolo. In greco antico la verità è senza veli e il mito con quel drappo non fa che giocare, per nascondere temporaneamente l’essenza e poi di colpo mostrarla senza infingimenti. Se nelle metropoli moderne ci fosse posto per un ipotetico paese della letteratura, il mỹthos sarebbe forse la città vecchia – beninteso, non come quelle che oggi brillano in seguito agli interventi di riqualificazione –, costellata di palazzi diroccati eppure autorevole custode dell’anima del luogo. Un panorama dissonante rispetto a ciò a cui l’uso smodato e improprio della tecnologia ci ha assuefatti, uno scorcio in cui imparare dal silenzio e ascoltare una lingua antica eppure in perenne movimento, una visione tutt’altro che ideale, colma di contraddizioni e per questo oltremodo viva.

Ancora, so di te che un’esperienza di vita in Irlanda e l’allontanamento dalla “culla” mediterranea ha acceso la tua fiamma per il mito. Distanza più incontro col mondo celtico. Mi piace molto. E mi ha incuriosita. Ti va di parlarmene meglio?

La prima poesia antologizzata nel libro è dedicata a Cassandra, la profetessa inascoltata del mito classico.  Si tratta anche del primo personaggio che mi ha ‘parlato’ durante il mio anno irlandese, forse perché, in quella rilettura speciale di Wisława Szymborska, quella principessa così estranea alla vita esorta gli altri – gli umani, coi loro effimeri nomi, permeati da un grande vento – a guardarsi dall’alto delle stelle. L’esperienza nell’isola color smeraldo ha innescato una specie di corto circuito tra i miei rigorosi studi classici e la vocazione ribelle a superare i limiti dell’antico, sconfinando nelle più disparate possibilità del moderno e addirittura del contemporaneo. Quel passo indietro mi ha permesso di intravedere più distintamente un percorso che fosse tutto mio, proprio come i fiori e i pensieri di Euridice che nessun dio potrà strapparle via. Per una felice coincidenza mi sono imbattuta in una riscrittura del mito di Persefone ad opera di una poetessa irlandese vivente e l’idea che una figura così profondamente mediterranea potesse respirare gli inverni celtici mi ha incantato; nel segno di quell’alchimia ho scoperto poi una Didone che rivive nelle fredde terre di Russia, una Nausicaa che sussurra il suo amore a Odisseo addirittura in Lituania, una Ecuba che scrive il suo testamento come una matriarca messicana. Tutti quei personaggi, pur lontani dal luogo d’origine, stavano riscrivendo la loro storia – proprio come stavo facendo io, spaurita e per la prima volta davvero distante da casa. Solo infrangendo la mia campana di vetro e talvolta facendomi male con le sue schegge taglienti, ho ricomposto il senso di quel sapere e a passo di tango ho scelto un ritmo che fosse, stavolta sì, davvero mio.

Un’altra delle tue peculiarità è che hai tradotto personalmente delle opere di grandi poeti del ‘900 (penso a Hilda Doolittle, Pamela Spiro Wagner, Eugenio de Andrade ecc.) e da lingue diverse. Quella di saper traslare l’essenza poetica da una lingua ad un’altra è un’impresa davvero ardua, eppure ce l’hai fatta. E ce l’hai fatta allo scopo di raccontarci come il mito attraversi i millenni e le distanze geografiche. Per me grandioso. Quello che mi piacerebbe sapere è come sei “entrata” in queste opere, provenienti da contesti così diversi tra loro, e con quale spirito ce ne hai regalato la traduzione.

Ho avuto la fortuna di seguire all’Università le lezioni della professoressa Rosalba De Giosa, il cui insegnamento – Lingua e Traduzione Inglese – è stato per me foriero di indicibile ricchezza. Per una studentessa di periferia poco incline ad accettare le gabbie che a volte i dipartimenti impongono, avere l’opportunità di confrontarsi con una docente scrupolosa e profonda, non solo durante le ricerche per la tesi di laurea, ma anche e soprattutto dopo, significa accogliere la rara benedizione di un dialogo stimolante e fertile. E se è vero che tradurre vuol dire sempre, inesorabilmente tradire l’originale, è anche vero che al cospetto quell’originale ci si può inchinare con onestà intellettuale, mettendo la propria sensibilità al servizio di quella dell’autore. Mentre traducevo Sylvia Plath, ero io che stavo scrivendo una lettera a mio padre, io, Elettra, piccola nel mio vestito di innocenza, gli chiedevo perdono. Quando cercavo disperatamente una versione italiana di Hilda Doolittle, senza trovarla, ero io che sceglievo di divenire una rosa rossa, per far passare le parole di quella Euridice femminista, finalmente affrancata dalla passività. Quelle traduzioni, imperfette e passibili di mille revisioni, sono impregnate della mia passione viscerale per un mondo antico il cui immaginario non smette di riattivarsi nel mosaico variopinto della poesia.

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