Esperienze condivise: una meravigliosa passeggiata

Torno dopo un po’ di tempo qui con un post diverso da solito, il resoconto di una esperienza che vuole essere un regalo ad un’amica. Buona lettura 🙂

Una ricerca scolastica sui monumenti di Bari è stata l’occasione per una passeggiata madre-figlio per il Borgo Antico e per altre zone significative della città.

Scoprire i luoghi-simbolo della propria città è per i bambini un’esperienza importante, crea radici, crea legame col territorio di provenienza. A maggior ragione, se questa esperienza viene vissuta con una persona importante nella sua vita.

Potrebbe essere un’idea particolare per trascorrere il pomeriggio della Festa della Mamma: una romantica passeggiata, arte, chiacchiere e magari una bella merenda.

Questo il nostro itinerario. Solo una bozza, le idee potrebbero essere davvero molte altre.

Siamo partiti dalla Chiesa Russa, in corso Benedetto Croce. Risale ai primi del XX secolo e fu edificata in un quartiere Carrassi in piena espansione. Di proprietà del Comune di Bari dal 1939, nel 2007 alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e del Presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev fu consegnata alla Russia.

Proseguendo la nostra passeggiata per corso B. Croce, siamo arrivati in via Capruzzi e poi in Corso Cavour: qui siamo in pieno quartiere Murattiano, il centro di Bari, il cuore della vita commerciale della Città. Oltre che una zona pienissima di testimonianze storiche e architettoniche davvero uniche.

Mio figlio aveva fatto una lista di monumenti da fotografare: e senz’altro, su Corso Cavour, siamo partiti dal Teatro Petruzzelli, di cui avevo ampiamente parlato qui.

Ancora avanti, un imperdibile Teatro Margherita: inaugurato nel 1914 con nome di Kursaal Margherita, ha la particolarità di essere stato edificato su pilastri fondati nel mare del vecchio porto (per eludere il patto tra il Comune di Bari e la famiglia Petruzzelli secondo il quale non sarebbero stati edificati altri teatri sul suolo cittadino dopo il Politeama di Corso Cavour).

A questo punto arriviamo in Piazza del Ferrarese: accesso al Borgo Antico per eccellenza, la piazza prende il nome da quello in un mercante di Ferrara, proprietario di numerosi immobili in quella zona. La piazza si affaccia sul Lungomare Imperatore Augusto e proprio da qui parte la rampa per l’accesso a via Venezia, la Muraglia di Bari (altra tappa fondamentale della passeggiata). La vista di Bari dalla Muraglia è qualcosa di indimenticabile: il lungomare, il porto vecchio, la storia della città che si apre agli occhi dello spettatore.

Baluardo della Muraglia è il Fortino di S. Antonio, costruito tra XV e XVI secolo. Dobbiamo il suo aspetto attuale all’opera di Isabella D’Aragona, che lo riportò alle sembianze originali dopo i vari rimaneggiamenti che l’avevano caratterizzato.

Da una stradina che parte dalla Muraglia ci ritroviamo in Piazza Mercantile e, a questo punto, in piena Bari Vecchia, affascinante concentrato di storia, tradizioni, religione, costumi popolari.

Ci dirigiamo direttamente verso le grandi chiese: sono nella nostra lista e dobbiamo fotografarle!

La basilica di San Nicola: se cercate un esempio paradigmatico di romanico pugliese, l’avete trovato. Siamo in piena epoca normanna: la Basilica fu edificata per custodire le reliquie di San Nicola, traslate da sessanta marinai baresi da Myra nel 1087.

Ancora avanti: siamo alla Cattedrale, San Sabino. Abbiamo un meraviglioso rosone da fotografare. Edificata nel XIII secolo sulle rovine di un duomo bizantino, la Cattedrale rappresenta un altro ottimo esempio di romanico pugliese.

La nostra passeggiata sta per concludersi, siamo anche un po’ stanchi di camminare. Però ci manca ancora un monumento molto molto importante, e ci siamo davvero vicini: il Castello Normanno Svevo.

Voluto dal re normanno Ruggero II, fu edificato durante la prima metà del 1100. Distrutto, fu ricostruito e ampliato da Federico II nel 1233. Ha chiaramente subito numerosissimi rimaneggiamenti del corso dei secoli, tuttavia conserva tutto il fascino delle origini.

Che lunga e bellissima passeggiata! Storia, arte e architettura con mio figlio curioso e rapito. Che meraviglia! Ci meritiamo un bel gelato ora 😊

Tracce di storia nel dialetto

Premessa.
Quando avevo 15 anni, e mi trovavo a Londra durante il mio primo viaggio da sola, una mia coetanea in vacanza-studio con me mi disse “A te interessano cose di cui non frega niente a nessuno”. Con evidente disprezzo.
 
Bene. Mi piacevano cose di cui non interessava niente a nessuno. A distanza di 17 anni devo constatare che nulla è cambiato. 
Ma va bene, questo blog esiste anche per questo 🙂
 
Fatta questa prima -doverosa- premessa, continuo dicendo che fin da bambina mi diletto in questa strana attività: ricerco nel dialetto (quello che conosco, murgiano prima e barese poi) tracce di lingue passate, di dominazioni subite, di termini desueti. Insomma, cose così. E questo mi ha sempre appassionato tantissimo, quasi inspiegabilmente direi.
 
Facile ritrovare nel mio dialetto termini spagnoli e francesi, siamo stati dominati per secoli. Facile pure ritrovarvi il latino, spesso anche in forme inesistenti in italiano.
 
Ma pochi giorni fa ho scoperto un filone (per me) nuovo.
 
Il tutto è partito dalla lettura di una parola del dialetto foggiano per indicare il nonno: papanonno. Quel “papa” sembra quasi un rafforzativo: ebbene potrebbe derivare dal termine greco per nonno, pappos.
 
Per indicare il papà, invece, i Greci utilizzavano confidenzialmente “ATTA“.
 
Non vi dice niente “atta“? Certo che sì, in dialetto barese il papà è “u attàn“. Che niente ha a che vedere col latino pater.
 
Quindi in questo caso il greco arriva dritto dritto a influenzare la lingua delle origini.
 
Atta” è anche interessante in quanto forma particolare di “tata“: so che tata si usa a Roma e in altre zone d’Italia nel linguaggio infantile. Ma tata è in realtà diffuso in quasi tutte le lingue indoeuropee: basti pensare alla forma inglese confidenziale per papà, daddy. O dada in gallese o tata in indiano.
 
E tatà, so per certo perchè l’ho sentito direttamente, veniva usato anche a Santeramo tanto tempo fa per indicare il papà.
 
Dicevo che atta è una forma particolare di tata perchè invece di ripetere la sillaba “ta”, questa viene raddoppiata nel suono consonantico e preceduta da a-.
 
Comunque atta dovrebbe essere il termine originario, di diretta provenienza indoeuropea. Passato poi per la lingua ittita, greca e latina. Un lungo percorso.
Il dialetto si rivela ancora una volta un giacimento incredibile di informazioni sulla nostra storia. Probabilmente dovrei pensare di leggiucchiare qualcosa in più di dialettologia 🙂

La rete dei bloggers meridionali e il Blog In Town

Del Blog In Town ormai hanno parlato un po’ tutti quelli che vi hanno partecipato. Non vi farò un ulteriore resoconto della giornata perché è già stato fatto ampiamente.

Io ne parlo qui perché vorrei, invece, sottolineare l’unicità dell’evento dalle nostre parti. Al Blog In Town, infatti, per una giornata i blogger hanno avuto la possibilità di formarsi (su tematiche quali SEO, fotografia, gestione dei contenuti, ecc.) e di incontrare colleghi per conoscersi, per fare rete e anche per collaborare.

È sicuramente un buon momento questo, in Puglia, per il mondo del blogging: proprio quest’anno, infatti, la Regione ha stanziato 500mila euro al fine di ospitare blogger e influencer che contribuissero alla promozione di territorio e di eventi culturali sul web.

Era inevitabile, quindi, avvertire a livello locale una necessità di aggregazione da parte di chi si occupa di blogging. Un plauso va dunque a Giusi Tandoi, coratina doc, che ha deciso -a dispetto di tutte le difficoltà logistiche- di concretizzare questa necessità e organizzare un bell’evento, ricco e compatto.

Il Blog in Town, però, non si è concluso il pomeriggio del 7 ottobre. A partire da quel momento, si è messa in moto la macchina della collaborazione e della rete, che proprio in questi giorni sta dando i suoi primi frutti: mi riferisco a interazioni tra blog con argomenti simili, o complementari, o anche completamente diversi. La costruzione di questa rete è in itinere: non escludo che nel prossimo futuro potremo assistere a interessanti nuove iniziative. Penso a incontri, dibattiti, post collaborativi, eventi formativi.

È tutto un fermento che consiglio di seguire, perché potrebbe portare ad esiti veramente nuovi.

Il contagio: mie impressioni

Questo doveva essere un post per Facebook; avrebbe dovuto avere l’obiettivo di condividere coi miei amici le impressioni su questo film.

Poi ho iniziato a pensarci sù e ho realizzato che forse si prestava di più ad essere su un blog.

Ebbene, volevo raccontarvi di questo film che ho visto ieri al cinema Showville di Bari: “Il contagio”, uscito giusto da un paio di giorni.

Sulla carta non era il mio genere: un racconto di criminali, affaristi e palazzinari della Roma contemporanea. Nulla di particolarmente coinvolgente, di emotivamente interessante.

E invece… Invece quello è solo “l’involucro” del film, che invece si è rivelato ben altro.

Una storia ambientata nella periferia romana, al quartiere Laurentino per la precisione. Il film comincia con la presentazione di tutti i personaggi, tutti inquilini di una palazzina popolare enorme e fatiscente. Be’, già questa prima parte, così bella e corale, mi ha molto piacevolmente sorpresa; la scena più incisiva è l’inquadratura finale della facciata, una sorta di riassunto di tutta l’umanità appena presentata al pubblico.

Non riesco a trovarne un fotogramma su Internet, avrei voluto mostrarvi l’effetto. Vi toccherà andare al cinema 😉

Però quell’inquadratura mi ha subito portato alla mente qualcosa; non sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa fino a pochi minuti fa, quando finalmente ho capito: Hieronymus Bosch e uno dei suoi quadri. Potrei citarne tanti, però diciamo “I sette peccati capitali”. Anche Bosch maestro di opere corali, di raffigurazioni collettive e potenti.

Intensissime, poi, tutte le vite e le storie del film. Inutile raccontarle tutte perché altrimenti non avrebbe più senso andare al cinema; ma voglio soltanto dirvi di Vincenzo Salemme: alla prova del film drammatico lui è stra-promosso. Dimenticate il napoletano caciarone e immaginate uno scrittore sensibile e innamorato, che conferisce al film un tocco di grazia, di classe e leggiadria senza il qualche la pellicola non sarebbe stata la stessa. Una prova attoriale introspettiva e inaspettata; vi consiglio di non perderla.

Ottimo anche Maurizio Tesei, attore che non conoscevo (mea culpa) che interpreta straordinariamente il personaggio più “contagiato” (da qui il titolo) del film, quello su cui si incentrerà tutta la seconda parte.

Un cenno anche alla mia adorata Anna Foglietta, a mio parere una delle più grandi attrici italiane in circolazione.

Credo che il cinema nostrano, contrariamente a quanto spesso leggo, sia ancora assolutamente in grado di proporre ottimi prodotti. Frequentate le sale, ne vale la pena.

Un altro gioiello nel cuore della città: il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese

Dedicare una rubrica di questo blog all’architettura di Bari non è altro che dare un ordine alla mia personale scoperta della città. Come ho avuto più volte modo di raccontare, sono originaria nella provincia ed esplorare Bari negli aspetti che mi appassionano mi fa sentire -giorno dopo giorno- parte integrante di ciò che mi circonda.

Ebbene, una delle cose belle che ho scoperto è che Bari -durante i primi del ‘900- ebbe un exploit architettonico, il più grande dopo lo splendore del periodo romanico. Siamo in pieno periodo Liberty e Bari fu la città meridionale che più di tutte vide concretizzarsi questo slancio architettonico.

A proposito di questo periodo, vi avevo già parlato di Palazzo Mincuzzi. Sulla stessa scia si inserisce un altro bellissimo, imponente edificio; oso definirlo un grande capolavoro del ‘900: il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese.

La costruzione di questo palazzo ha avuto per Bari un grande significato simbolico; la sua imponenza doveva simboleggiare un avvenimento storico: la conquista dell’acqua, in una terra cronicamente assetata come la Puglia. Un monumento alla civiltà e alla conquista tecnologica, oltre che la nuova sede degli uffici amministrativi dell’Ente Acquedotto Pugliese.

Nel 1924 l’ing. Gaetano Postiglione, Regio Commissario dell’Ente, affidò al giovane Cesare Brunetti il progetto del nuovo palazzo nel quartiere murattiano.

Nel 1930 la struttura era pronta, per un totale di 8000 mq coperti e 200 ambienti. L’esterno del palazzo ha uno stile classico, perfettamente integrato nel contesto cittadino sia per lo stile che per la scelta dei materiali, quali la pietra di Trani.

L’interno, invece, ha un’altra storia, non più classica ma pienamente Liberty, tutta ascrivibile all’estro creativo di Duilio Cambellotti.

Cambellotti fu decoratore vero e proprio: tutto, all’interno del palazzo, doveva ricondurre al tema dell’acqua. Le maniglie delle porte, i dipinti, le sculture, gli intarsi… Un’opera ciclopica che il Cambellotti completò in soli 20 mesi. Una curiosità: Duilio Cambellotti aveva sposato la cugina di un altro grande artista, il futurista Umberto Boccioni; e la sua influenza è chiara.

Operare in piena età fascista, però, non aiutò il nostro artista: la libertà di espressione di cui disponeva all’interno del palazzo non era vista di buon occhio dal regime, che quindi cercò di cancellarne la memoria.

Sembra incredibile ma solo nel 1989 venne riscoperto il nome del grande artista che aveva decorato il Palazzo dell’Acquedotto.

Questa città ci riserva davvero grandi sorprese 😊

Vi aspetto sabato prossimo per un’altra tappa del viaggio nell’architettura barese: questa volta non vi racconterò di un palazzo, ma di una importante piazza. Ciao, buon weekend!

Una grande scoperta: un antico molo a Bari Vecchia

Ebbene sì: i lavori di riqualificazione dell’ex Mercato del Pesce per il nuovo Polo del Contemporaneo dovranno subire una repentina e necessaria modifica. Lo avrete letto, una scoperta del tutto inaspettata ha lasciato i responsabili dei lavori a bocca aperta: eliminata la pavimentazione dell’edificio, è riemerso un antico molo cittadino con tanto di bitte per l’attracco delle imbarcazioni.

Questa banchina ha una struttura costituita da enormi blocchi di calcare perfettamente squadrati e apparecchiati. La scoperta è appena avvenuta, pertanto la datazione precisa non è ancora nota: mancano infatti riscontri quali ceramiche o altri fossili-guida. L’unico dato certo antepone la struttura alla prima costruzione del Mercato del Pesce, documentata al 1837: il Mercato, infatti, andò a sovrapporsi esattamente alla banchina.

In ogni caso la tecnica costruttiva, le informazioni bibliografiche oggi disponibili ed altri elementi stratigrafici permettono di collocare la struttura in un periodo compreso tra l’età rinascimentale e quella borbonica (ricordiamo che i Borbone di Spagna si attestano a Bari tra il 1734 e il 1798).

Sarà un bellissimo “dialogo”, quindi, quello tra antico e moderno nella struttura dell’ex Mercato del Pesce: il progetto sarà modificato proprio per far sì che l’antico molo resti visibile ai visitatori ed in continuità con i percorsi (già molto apprezzati attualmente) della Bari Sotterranea.

Questa modifica, comunque, non ritarderà il termine dei lavori e quindi la consegna del Polo del Contemporaneo alla città, prevista per febbraio 2019.

Ricordo che il nuovo Polo del Contemporaneo comprende la già attiva Sala Murat, l’ex Mercato del Pesce e il meraviglioso Teatro Margherita.

Architettura: con Palazzo Mincuzzi arriva a Bari lo stile Liberty

Quando mi è venuto in mente di dedicare una sezione del blog all’architettura di Bari, ho dovuto tracciare una mappa degli argomenti di cui parlare. E ci doveva essere un punto di partenza, necessariamente; quel punto di partenza è stato subito evidente: Palazzo Mincuzzi.

Questo è il mio blog e parla prima di tutto di me: ebbene, davanti a Palazzo Mincuzzi -da bambina- mi incantavo ad ogni passaggio. Senza aver mai studiato storia dell’arte, senza sapere né come né perchè, lo amavo.

Oggi non è cambiato nulla, semplicemente ne so qualcosa in più.

Per chi non lo conoscesse, Palazzo Mincuzzi si trova al centro del salotto buono di Bari, in via Sparano – angolo via Putignani. È un palazzo maestoso, che svetta tra tutte le costruzioni circostanti.

E dev’essere stato un bel colpo d’occhio per i baresi quando, il 28 ottobre 1928 fu inaugurato in pompa magna, alla presenza di tutte le autorità cittadine e delle più importanti famiglie del circondario.

Il Palazzo fu realizzato con la committenza della famiglia Mincuzzi, commercianti attivi a Bari già da diverso tempo. Decisero di erigere questo vero e proprio tempio del commercio ispirandosi alle Gallerie Lafayette di Parigi; un vero e proprio gioiello di Art Nouveau che faceva di Bari un’altra delle grandi capitali del commercio in Europa.

Passeggiando per via Sparano non si può rimanere indifferenti al cospetto di questo “gigante”: la facciata è un’infiorescenza di decorazioni, marmi, colonne ioniche, capitelli, mascheroni. La cupola che sormonta il palazzo è sontuosamente rivestita di tessere di vetro bagnate nell’oro; il danneggiamento provocato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale fu sanato solo molto tempo dopo: la cupola è tornata al suo splendore originario nel 2001.

L’interno del palazzo è altrettanto sontuoso, lo stile Liberty domina -oggi come allora- con una imponente scalinata illuminata dalla luce della cupola vetrata che la sovrasta.

Oggi la proprietà del palazzo è detenuta ancora dalla famiglia Mincuzzi, ma al suo interno trova spazio una nota catena italiana di abbigliamento.

Le ultime indiscrezioni vogliono, per il prossimo futuro, un raffinato ristorante francese all’interno del palazzo.

 

Bari guarda al futuro: logo e brand identity

Il logo presentato ieri, primo passo verso la costruzione della brand identity del capoluogo, ai baresi non è piaciuto molto. Facebook pullula di critiche e di invettive contro chi ne ha commissionato l’ideazione e realizzazione.

C’è chi ne fa una questione di pecunia, chi di poca trasparenza nella gestione della gara, chi di scarsa efficacia comunicativa del risultato.

Bene, devo dire che io faccio parte di quest’ultima categoria. Molto molto interessante l’idea di partenza: realizzare un piano di comunicazione e promozione della città che si rivolga soprattutto all’estero, a partire da un logo che rappresenti le tante anime di Bari.

Ecco: il logo. Il logo è l’elemento primo di una campagna di brand identity e dovrebbe immediatamente comunicare la mission di quello che rappresenta. Questo nostro logo “parla”, nelle quattro lettere, di alcuni degli elementi distintivi di Bari: la storia e l’architettura, il mare, la gastronomia e le infrastrutture innovative. Ma non in maniera immediata; temo che la maggior parte delle persone che lo hanno visto non abbiano affatto – di prim’acchito- riconosciuto questi elementi. Occorre che ognuno di questi venga chiarito, affinchè “comunichi”. Probabilmente esperti di marketing potrebbero smentirmi, ma temo che un logo così non c’entri l’obiettivo per il quale era stato pensato.

Pioggia di critiche anche per il payoff, che recita “Never ends”: non convince, in particolare, la scelta dell’inglese. Scelta che invece mi sembra ovvia, se il target dev’essere quello dei turisti stranieri. Più che altro il significato non mi è chiarissimo: non finisce mai che cosa? La storia? Le tradizioni? L’innovazione? O forse tutto questo messo insieme? Potrebbe anche essere e non sarebbe nemmeno male come intenzione, ma anche qui forse si pecca di poca immediatezza.

Devo però ripetere che la strada intrapresa mi sembra molto buona; va in una direzione innovativa, e in qualche modo obbligata.

Sì, perchè il settore del turismo è completamente cambiato: il web ha reso le città di tutto il mondo dei prodotti su un immenso scaffale, di fronte al quale il turista-acquirente si ferma e osserva. Si lascia catturare da ciò che gli sembra più interessante, più conveniente, più attrattivo.

In questo contesto una città non può stare ferma a guardare: deve attivarsi, deve dotarsi di un piano di marketing e di comunicazione affinchè l’immagine “sullo scaffale” attiri il turista e prevalga sulle altre.

Dunque auguro buon lavoro a chi sta intraprendendo questa sfida: che il brand “Bari” diventi presto un’altra delle eccellenze pugliesi.

Bianca Sorrentino, Mito classico e poeti del ‘900

Da quando ho aperto questo blog sta succedendo qualcosa di nuovo e meraviglioso per me: entro in contatto con ambienti e persone che sono esattamente affini alle mie inclinazioni. Non è una cosa così scontata: al contrario. La quotidianità ci mette perennemente in situazioni che non gradiamo, con persone totalmente distanti dal nostro mondo ma con le quali siano costretti a interagire per le ragioni più disparate.

Invece, qui, accade di guardarmi intorno, sorridere e pensare che quello sia esattamente il luogo dove vorrei essere e che quelle intorno a me siano esattamente le persone con le quali vorrei avere a che fare.

La premessa era doverosa, dovendovi raccontare di una certa persona e di un certo libro.

Prima di tutto, Bianca Sorrentino.

Classe 1988, barese, Bianca vanta già un curriculum d’eccezione. Che non vi riassumerò qui perché vi basta digitare il suo nome su Google per averne contezza. Quello che a me ha colpito di Bianca, e che condivido con Isabella Leardini, è la grazia e la leggiadria con cui padroneggia temi affatto quotidiani.

Sentir parlare Bianca di mito sembra la cosa più naturale possibile. Un dono di pochi, ritengo.

Se poi consideriamo anche la maestria con la quale lei accosta al mito classico la poesia del ‘900, allora viene davvero fuori un profilo di intellettuale che io mi sento davvero onorata di aver conosciuto.

Mito classico e certa poesia novecentesca, vedete, sono temi davvero lontani per la maggior parte delle persone. Io stessa ho spesso penalizzato la poesia a fronte della grande narrativa.

Però oggi leggere, per esempio, il “Monologo per Cassandra” di Wisława Szymborska mi ha aperto un mondo, non ignoto ma sicuramente molto poco conosciuto. Monologo accostato ad una splendida descrizione (forse anche rivalutazione) di Cassandra da parte di Bianca Sorrentino.

E tutto questo splendido libro (“Mito classico e poeti del ‘900”, Stilo Editrice) è costruito così, dando -tra le altre cose- voce a poeti davvero poco letti e di cui è difficile anche trovare traduzioni in italiano.

È un momento storico, il nostro, in cui c’è davvero tanto bisogno di mito classico. Bianca dice che “il mito è la storia che l’uomo racconta a se stesso per dare forma al caos”. Io condivido pienamente questa definizione, vivo ogni giorno sulla mia pelle l’urgenza di ordinare il mio caos. Credo che certe letture, certe riflessioni, possano aiutare tutti noi a creare degli spazi di serenità. Basta solo dare questa possibilità alla poesia.

Ritorno alle radici: “Favole lucane” di Manlio Triggiani

Da quando ho imparato a leggere, fino ad oggi, non ho mai smesso di interessarmi a favole e fiabe. Se da bambina ne coglievo essenzialmente gli aspetti di sogno e di meraviglia, crescendo ho iniziato a cercare di percepire gli aspetti antropologici di questi racconti (complici anche certi studi universitari).

Per questo motivo, quando ho appreso della pubblicazione delle “Fiabe lucane” di Manlio Triggiani, ho pensato che probabilmente l’importanza di preservare certa tradizione culturale è molto più sentita di quello che pensassi.

“Favole lucane” è una raccolta di 60 racconti della tradizione meridionale (e lucana in particolare, appunto) che Manlio Triggiani ha minuziosamente raccolto e selezionato. Il volume è stato pubblicato per i tipi di Progedit, casa editrice barese che da vent’anni dedica molte energie alla Basilicata e ai suoi autori.

Il filone dei racconti orali in Europa è amplissimo; in Italia, in Germania, in Francia. La Basilicata, però, sembra fosse la culla di questa tradizione. Infatti è proprio dalla Basilicata che Giambattista Basile, per il suo “Cunto de li Cunti” attinge la maggior parte del materiale. A partire da Basile, poi, certe fiabe e certe favole (vedi “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco”), hanno avuto una eco enorme in Europa, anche grazie alla rielaborazione di autori successivi, fino a diventare patrimonio letterario comune a livello mondiale.

Le favole sono componimenti brevi e hanno per protagonisti animali antropomorfizzati; nascono con intento morale e allegorico. Si diffondono in origine tra la povera gente: vi si descrivono le credenze e le paure dei più umili, con un linguaggio semplice.

Nel nostro mondo contemporaneo, soprattutto in certi contesti, si sta del tutto perdendo l’abitudine all’ascolto e alla lettura di questi testi. Ecco perché sono stata piacevolmente sorpresa dalla pubblicazione di “Favole lucane”, che ci ricongiunge al passato, alle nostre radici. Tramandare alle nuove generazioni questi racconti è un bisogno che la nostra società ancora ha, nonostante una quotidianità completamente diversa rispetto alle storie che queste favole evocano.

Devo dire che, in questo libro, l’intento evocativo è fortemente stimolato anche dalle illustrazioni; opera della barese Clara De Cristo, le immagini -a mio avviso- hanno un che di autentico, di genuino. Non c’è un software di grafica dietro la loro realizzazione, ci sono una mano, una matita e dei pastelli.

Il mio parere è che, con la bulimia di immagini a cui siamo sottoposti nella nostra epoca, illustrazioni come queste appaiono insolite. Ma, riflettendoci, calzano a pennello in questo contesto. Favole della tradizione con disegni realizzati a mano. Sì, il connubio mi è piaciuto molto.

Nel mio piccolo mi complimento con Manlio Triggiani, Clara De Cristo e Progedit per questo importante lavoro di squadra.

Scopro ogni giorno piccoli tasselli di una ricchissima produzione editoriale locale, che chiedo a tutti -ove possibile- di valorizzare.