Bianca Sorrentino, Mito classico e poeti del ‘900

Da quando ho aperto questo blog sta succedendo qualcosa di nuovo e meraviglioso per me: entro in contatto con ambienti e persone che sono esattamente affini alle mie inclinazioni. Non è una cosa così scontata: al contrario. La quotidianità ci mette perennemente in situazioni che non gradiamo, con persone totalmente distanti dal nostro mondo ma con le quali siano costretti a interagire per le ragioni più disparate.

Invece, qui, accade di guardarmi intorno, sorridere e pensare che quello sia esattamente il luogo dove vorrei essere e che quelle intorno a me siano esattamente le persone con le quali vorrei avere a che fare.

La premessa era doverosa, dovendovi raccontare di una certa persona e di un certo libro.

Prima di tutto, Bianca Sorrentino.

Classe 1988, barese, Bianca vanta già un curriculum d’eccezione. Che non vi riassumerò qui perché vi basta digitare il suo nome su Google per averne contezza. Quello che a me ha colpito di Bianca, e che condivido con Isabella Leardini, è la grazia e la leggiadria con cui padroneggia temi affatto quotidiani.

Sentir parlare Bianca di mito sembra la cosa più naturale possibile. Un dono di pochi, ritengo.

Se poi consideriamo anche la maestria con la quale lei accosta al mito classico la poesia del ‘900, allora viene davvero fuori un profilo di intellettuale che io mi sento davvero onorata di aver conosciuto.

Mito classico e certa poesia novecentesca, vedete, sono temi davvero lontani per la maggior parte delle persone. Io stessa ho spesso penalizzato la poesia a fronte della grande narrativa.

Però oggi leggere, per esempio, il “Monologo per Cassandra” di Wisława Szymborska mi ha aperto un mondo, non ignoto ma sicuramente molto poco conosciuto. Monologo accostato ad una splendida descrizione (forse anche rivalutazione) di Cassandra da parte di Bianca Sorrentino.

E tutto questo splendido libro (“Mito classico e poeti del ‘900”, Stilo Editrice) è costruito così, dando -tra le altre cose- voce a poeti davvero poco letti e di cui è difficile anche trovare traduzioni in italiano.

È un momento storico, il nostro, in cui c’è davvero tanto bisogno di mito classico. Bianca dice che “il mito è la storia che l’uomo racconta a se stesso per dare forma al caos”. Io condivido pienamente questa definizione, vivo ogni giorno sulla mia pelle l’urgenza di ordinare il mio caos. Credo che certe letture, certe riflessioni, possano aiutare tutti noi a creare degli spazi di serenità. Basta solo dare questa possibilità alla poesia.

Ritorno alle radici: “Favole lucane” di Manlio Triggiani

Da quando ho imparato a leggere, fino ad oggi, non ho mai smesso di interessarmi a favole e fiabe. Se da bambina ne coglievo essenzialmente gli aspetti di sogno e di meraviglia, crescendo ho iniziato a cercare di percepire gli aspetti antropologici di questi racconti (complici anche certi studi universitari).

Per questo motivo, quando ho appreso della pubblicazione delle “Fiabe lucane” di Manlio Triggiani, ho pensato che probabilmente l’importanza di preservare certa tradizione culturale è molto più sentita di quello che pensassi.

“Favole lucane” è una raccolta di 60 racconti della tradizione meridionale (e lucana in particolare, appunto) che Manlio Triggiani ha minuziosamente raccolto e selezionato. Il volume è stato pubblicato per i tipi di Progedit, casa editrice barese che da vent’anni dedica molte energie alla Basilicata e ai suoi autori.

Il filone dei racconti orali in Europa è amplissimo; in Italia, in Germania, in Francia. La Basilicata, però, sembra fosse la culla di questa tradizione. Infatti è proprio dalla Basilicata che Giambattista Basile, per il suo “Cunto de li Cunti” attinge la maggior parte del materiale. A partire da Basile, poi, certe fiabe e certe favole (vedi “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco”), hanno avuto una eco enorme in Europa, anche grazie alla rielaborazione di autori successivi, fino a diventare patrimonio letterario comune a livello mondiale.

Le favole sono componimenti brevi e hanno per protagonisti animali antropomorfizzati; nascono con intento morale e allegorico. Si diffondono in origine tra la povera gente: vi si descrivono le credenze e le paure dei più umili, con un linguaggio semplice.

Nel nostro mondo contemporaneo, soprattutto in certi contesti, si sta del tutto perdendo l’abitudine all’ascolto e alla lettura di questi testi. Ecco perché sono stata piacevolmente sorpresa dalla pubblicazione di “Favole lucane”, che ci ricongiunge al passato, alle nostre radici. Tramandare alle nuove generazioni questi racconti è un bisogno che la nostra società ancora ha, nonostante una quotidianità completamente diversa rispetto alle storie che queste favole evocano.

Devo dire che, in questo libro, l’intento evocativo è fortemente stimolato anche dalle illustrazioni; opera della barese Clara De Cristo, le immagini -a mio avviso- hanno un che di autentico, di genuino. Non c’è un software di grafica dietro la loro realizzazione, ci sono una mano, una matita e dei pastelli.

Il mio parere è che, con la bulimia di immagini a cui siamo sottoposti nella nostra epoca, illustrazioni come queste appaiono insolite. Ma, riflettendoci, calzano a pennello in questo contesto. Favole della tradizione con disegni realizzati a mano. Sì, il connubio mi è piaciuto molto.

Nel mio piccolo mi complimento con Manlio Triggiani, Clara De Cristo e Progedit per questo importante lavoro di squadra.

Scopro ogni giorno piccoli tasselli di una ricchissima produzione editoriale locale, che chiedo a tutti -ove possibile- di valorizzare.

 

Trame – Realtà Arte Cinema Invenzione

Era da un po’ che qui volevo parlare di “Trame”; ma ho dovuto trovare l’occasione e l’atmosfera giuste per farlo. In questo momento sono chiusa in una stanza molto piccola e ho sù delle cuffiette con musica che favorisce la concentrazione: questo è il mio modo per sentirmi nuovamente proiettata nell’aura della mostra, che ho visitato una settimana fa.

“Trame”. Una mostra che, senza troppe perifrasi, io ho trovato veramente molto difficile. Non è di immediata fruizione, non è una di quelle mostre classiche in cui ti riempi gli occhi di bellezza.

E d’altra parte l’arte contemporanea è questo. Lo esprime molto bene l’assessore Maselli sul suo blog, in un post che ho molto apprezzato e che si intitola “La lunga coda dell’arte contemporanea a Bari“.

“Trame” è la mostra che inaugura il nascente Polo delle Arti Contemporanee di Bari; siamo a Spazio Murat, che insieme al Teatro Margherita e all’ex Mercato del Pesce, rappresenta il fulcro di questo Polo. La mostra arriva Bari, un po’ rivista, dopo essere stata a Shangai nel 2015.

Già il titolo è ambivalente: “Trame” come intreccio di storie e “Trame” come insieme di inganni, di intrighi. Gli artisti ospitati, di chiara fama internazionale, attraverso le opere dialogano tra loro attraverso un filo conduttore comune: la realtà non è sempre quella che vediamo. Anzi, non è quasi mai quella che vediamo.

Questi artisti utilizzano la seduzione visiva per mostrare come certi centri di potere manipolino la realtà per indurne una lettura di parte. Gli strumenti utilizzati a questo scopo sono la fotografia e, soprattutto, la filmografia; molto spesso la materia prima per la realizzazione delle opere sono vecchi archivi.

Ad esempio, Thomas Sauvin lo fa raccogliendo mezzo milione di negativi fotografici cinesi dal 1985 al 2005: così documenta come, inesorabilmente, l’Occidente sia “entrato” in Cina. Colpiscono foto di persone comuni ritratte accanto ad un elettrodomestico, un televisore, un frigorifero, accanto alla scritta “McDonald’s”: un’occidentalizzazione che è per loro uno status symbol.

Di Yto Barrada troviamo in mostra un libro che, provocatoriamente, spiega come curare le strade principali di una città in caso di visita di una delegazione straniera.

Rossella Biscotti, unica italiana della mostra e new entry per Bari, colpisce per la sua serie di foto che ritraggono paesaggi esotici, uomini sognanti… Ma si tratta di foto che le case farmaceutiche utilizzavano per presentare Pentothal, un antidepressivo che è anche un principio attivo delle iniezioni letali.

Altri importantissimi artisti presenti in mostra sono John AkomfrahThe Atlas Group,  Ho Tzu NyenJoão PenalvaWu Tsang.

“Trame” è un’esperienza particolare e totalmente immersiva che vi consiglio di fare, possibilmente con una guida. Abbandonate ogni pensiero fuori da Spazio Murat e, senza alcuna fretta, sintonizzate la vostra mente sulle immagini che vedrete.

Poi, se vi va, raccontatemi quello che avete provato 🙂

Fatelo presto, però. La mostra chiude il 5 febbraio.

L’epifania dell’orrore – Giuseppe Ceddìa

La solita ottima Libreria Quintiliano di Bari stupisce ancora con un’altra bella proposta letteraria.  Prima di raccontarvene, vi consiglio di tenere d’occhio tutti gli eventi in programma da Quintiliano prossimamente, perché sono tutti davvero meritevoli d’attenzione. Qui trovate aggiornamenti quotidiani.

L’ultimo evento a cui ho partecipato è stato la presentazione dell’antologia “L’epifania dell’orrore – Novelle gotiche italiane”, a cura di Giuseppe Ceddìa.

Ceddìa per questa raccolta ha svolto un lavoro veramente importante e innovativo: è andato a ritrovare novelle italiane ottocentesche di cui si erano perse le tracce -praticamente da sempre-, le ha selezionate e sistemate in ordine cronologico per restituire dignità alla bistrattata letteratura gotica italiana. Lo stesso Ceddìa ha definito queste opere come appartenenti ad una “letteratura sommersa”, con autori dei quali non c’è traccia nei manuali di letteratura italiana comunemente utilizzati nelle scuole.

Mentre nel mondo anglosassone la letteratura gotica, noir, raggiungeva l’apice con opere come Frankestein di Mary Shelley o Il Vampiro di Polidori, la contemporanea letteratura italiana veniva genericamente ascritta ai filoni della “letteratura fantastica” o del “romanzo storico”. In realtà anche nella produzione italiana sono presenti le tematiche tipiche del gotico nordeuropeo, soprattutto in autori come Manzoni, Guerrazzi ,D’Azeglio… Ma anche, dunque, negli autori -erroneamente definiti minori- dell’antologia di Ceddia: e quindi, per esempio, Balbo, Bazzoni e Papini.

Ci sarebbe moltissimo da dire su questo tema, che io trovo veramente molto molto interessante. Tuttavia questo post ha uno scopo diverso: quello cioè di segnalare la vivacità del panorama culturale barese.

Barese è il curatore di questa raccolta. Il più volte citato Giuseppe Ceddìa è un giovane dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Nella sua bio leggo che si occupa della ricerca di elementi gotici nella letteratura italiana dal Romanticismo in poi.

È barese anche la casa editrice di questa antologia: la Stilo Editrice è nata a Bari nel 1999 e opera principalmente nei settori della letteratura, filosofia e studi sociali; gli autori provengono sia dal mondo universitario – o dalla scuola secondaria superiore ­– sia dal mondo dei protagonisti della cittadinanza attiva.

Ho già iniziato la lettura de “L’epifania dell’orrore”: vi sarò sapere prossimamente le mie impressioni. Intanto buona lettura a chi vorrà farmi compagnia!

“Letti di notte” alla Biblioteca dei Ragazzi di Bari

Così come è successo in tutta Italia, anche a Bari lo scorso sabato 18 giugno si è celebrata la “Notte bianca dei lettori e del libro”. Un appuntamento che, dal 2013, si rinnova dovunque sempre con crescente entusiasmo.

In una città attenta all’infanzia come Bari, non potevano mancare iniziative dedicate ai bambini in questa giornata: ed ecco “Letti di notte”, presso la Biblioteca dei Ragazzi e delle Ragazze di Parco 2 Giugno.

Una serata magica, in cui tanti bambini si sono riuniti per ascoltare storie e costruire una città.

Sì, perché il tema della città è stato il filo conduttore di tutta la serata. La città intesa come luogo di aggregazione, di scambio; ma anche di accoglienza e di rifugio. Un luogo per conoscere la propria e le altrui culture.

La Biblioteca dei Ragazzi di Bari è già di per sé un luogo magico; un’oasi per l’infanzia nella bella cornice di Parco 2 Giugno, dove spessissimo si organizzano letture animate, giochi e spettacoli.

Ma di notte, a lume di candela, l’atmosfera diventa davvero fiabesca.

In giardino, 5 tavoli numerati e illuminati solo da una candela, designavano i 5 punti di lettura. Per cominciare, bambini e genitori venivano smistati per i vari punti.

Al lume di una piccola torcia e dopo aver atteso il suono di una campanella che segnava l’inizio delle letture, ogni narratore iniziava a leggere ai bambini una bellissima storia. Impossibile staccare lo sguardo dai volti dei piccoli: completamente rapiti dalla narrazione e persi in mondi fantastici.

Letture

Dopo 3 minuti, un nuovo suono di campanella segnalava che era arrivato il momento di cambiare tavolo, di ruotare per ascoltare un’altra storia. Non prima, però, di aver preso una lanterna a forma di casetta o di palazzo e averla portata al centro del giardino per formare la città. E questo per 5 volte, al termine di ognuna delle storie.

la città prende forma

Dopo la quinta campanella, ogni bambino -con la guida dei narratori- ha potuto anche costruire e decorare la propria lanterna per arricchire ulteriormente la città che intanto era sorta.

piccoli artigiani

Tutta illuminata, nel buio della luce del parco.

E pronta per accogliere tutti i bambini, tutti insieme, e ascoltare la sesta e ultima storia. Ve la segnalo perché penso che ogni bambino debba ascoltarla: è “La città che sussurrò” di J. Elvgren.

la città

Al termine della serata i bambini erano assonnati ma sereni e appagati. Ed io con loro.

Se mai dovesse giungere loro questo messaggio, ringrazio moltissimo l’Assessorato al Welfare del Comune di Bari per questa e tutte le altre iniziative che promuove in favore dell’infanzia.

Una società che investe sui bambini è una società sana, che crede nel proprio futuro e nelle potenzialità dei cittadini di domani.

bimbi

Un pugliese a New York: Angelo Tangorra

Torno sul blog dopo qualche settimana di assenza e lo faccio con un post che non è, per una volta, il resoconto di una visita; si tratta invece di una riflessione fatta in seguito, questo sì, ad un incontro a Santeramo in Colle.

Ho partecipato, giorni fa, alla presentazione a Santeramo del libro di Christine Farese Sperken “La pittura dell’800 in Puglia”; in realtà vi assistevo per la seconda volta, dato che ero presente anche in Libreria Laterza a Bari e ne parlavo qui (http://studiolobarese.it/la-pittura-dellottocento-in-puglia/).

I pittori santermani hanno contribuito in maniera piuttosto consistente al filone, per cui immaginavo che una presentazione a Santeramo potesse offrire dei guizzi nuovi e delle informazioni aggiuntive. In realtà così non è stato ma uno spunto interessante mi è comunque giunto.

Si è parlato, in sede introduttiva all’evento, di una personalità di artista a tutto tondo che -ahimè- non conoscevo. Si tratta di Angelo Tangorra, altro illustre santermano, che praticò l’arte della pittura, della scultura e persino della letteratura. Incredibile che un intellettuale di questa mole sia finito nell’oblio per decenni; non pubblicazioni, non menzioni pubbliche per lui. Solo negli ultimi mesi qualcuno a Santeramo si sta occupando di riportare alla memoria di tutti questo personaggio. Ringrazio molto sentitamente quel “qualcuno” perché chissà quanti altri anni io avrei trascorso prima di fare la conoscenza di Angelo Tangorra 🙂

Riassumo brevemente la sua biografia: Tangorra nacque a Santeramo nel 1872 in una famiglia piuttosto benestante. La cosa gli permise di potersi dedicare agli studi, tecnici prima e artistici poi, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 1902 lasciò l’Italia e, come molti santermani all’epoca, si stabilì a New York dove, 5 anni dopo, sposò Maria Vitale. Ebbe numerosi figli e, sempre a New York, morì nel 1948 nel quartiere del Bronx dove risiedeva. Negli Stati Uniti esercitò ampiamente la sua attività artistica, realizzò delle tele a tema religioso per delle chiese, scrisse un librò che pubblicò e illustrò.

Le informazioni di cui personalmente dispongo terminano pressappoco qui.

Ma arrivo alla mia riflessione. Quando, dopo l’incontro a Santeramo, sono tornata a casa e ho visto alcune opere di Tangorra sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/Angelo-Tangorra-1872-1948-1006258972738548/?fref=ts) che gli è stata dedicata, ho avuto la sensazione di un dejà vu. Non opere dell’artista in particolare, ma di una maniera artistica che mi era in qualche modo familiare. Una maniera non certamente italiana ma senz’altro già vista.

Dopo qualche attimo di esitazione, ecco il ricordo di una quasi del tutto dimenticata visita al Museo della Città di New York (http://www.mcny.org/) di diversi anni fa. Quella visita, all’epoca, mi sembrò trascurabile e poco interessante, al cospetto di giornate intere tra MoMA e Metropolitan. Eppure oggi mi sottopone un inequivocabile parallelismo tra Tangorra e ciò che ho visto in quel museo. Provate a visitarne il sito web e guardate, anche rapidamente, le tante opere della collezione. Provate, in particolare, a dare uno sguardo alla notevole J. Clarence Davies Collection (http://collections.mcny.org/Explore/Highlights/J.%20Clarence%20Davies%20collection/): questa collezione ricopre un arco temporale che va -più o meno- dall’inizio del XVI secolo fino ai primi del XX. Un arco temporale, quindi, che arriva fino al periodo di Angelo Tangorra a New York.

J. Clarence Davies era un magnate immobiliare (proprio del Bronx) che raccolse, in circa 40 anni, dipinti, stampe, mappe, illustrazioni di libri che raccontavano la storia di New York. Nel 1929 ha donato la sua collezione al Museo della Città di New York, collezione che oggi ha un valore valutato in 500.000 dollari.

Tangorra deve avere frequentato, una volta negli Stati Uniti, salotti culturali, artistici, letterari dai quali deve aver mutuato uno stile che poi ha fuso con i suoi studi accademici italiani. Potrebbe essere molto interessante approfondire quale sia stato il suo percorso artistico a New York, con quali personalità venne in contatto, quali commissioni ottenne ecc. So che sono stati avviati dei contatti con la nipote di Angelo Tangorra, oggi custode di buona parte della collezione pittorica e scultorea. Chissà che la stessa nipote non disponga di informazioni più precise sulla vita di suo nonno a New York.

Intanto se ci fosse qualcuno che, leggendo questo post, riesca a darmi qualche informazione in più, sappia che io sono qui e sono avida di conoscenza 🙂

A riaggiornarci sul tema!

Il teatro Petruzzelli

Qualche giorno fa, per un caso del tutto fortuito, mi sono imbattuta su Facebook in un link tramite il quale ci si sarebbe potuti prenotare a degli eventi targati “Il Gioco del Lotto”. Non sapevo di cosa si trattasse, nel dubbio ho fatto delle prenotazioni non sapendo di essere poi una delle poche fortunate ad esserci riuscita.

“Il Gioco del Lotto” da qualche anno ha avviato un piano di sostegno alla vita culturale in varie città italiane. E lo fa avvicinando la gente alla cultura con eventi gratuiti.

Addirittura dal 1700 il Gioco sostiene l’arte: non sapevo che, per esempio, la Fontana di Trevi fu realizzata grazie ai proventi del Gioco del Lotto.

A Bari, il Lotto ha contribuito con alcuni fondi al restauro del Teatro Petruzzelli dopo l’incendio; non solo, anche il Teatro Margherita e il Castello Svevo hanno ricevuto questo sostegno.

Il 18 febbraio ho partecipato ad un incontro col giornalista Roberto Giacobbo, il quale ci ha deliziati con un bellissimo racconto sulla storia del Petruzzelli. Teatro che io, come moltissimi, amo profondamente sia per la sua bellezza mozzafiato sia per la storia triste che lo ha riguardato.

Nel 1854 venne inaugurato il Teatro Piccinni che fu, per tutta la seconda metà dell’800, il principale teatro di Bari. La sua capienza di soli 1000 posti, però, ben presto non fu più in grado di soddisfare le esigenze dei baresi, che desideravano un teatro più grande, per tutti. Nel 1890, poi, l’impossibilità di ospitare a Bari un grandissimo successo quale la “Cavalleria Rusticana” di Mascagni, rese l’esigenza di un nuovo teatro ormai irrimandabile.

Già nel 1877 il Consiglio Comunale di Bari si era impegnato ad assegnare la cifra di 12.000 lire ed un terreno in uso gratuito all’impresa che si fosse impegnata a costruire un nuovo teatro. Ma solo nel 1895 si giunse a una svolta: i fratelli Onofrio e Antonio Petruzzelli, commercianti di stoffe di origine triestina, presentarono un progetto del cognato, l’ingegnere barese Angelo Cicciomessere (poi Messeni, marito della sorella Maria Petruzzelli), che fu approvato.

La posa della prima pietra ebbe luogo il 23 maggio 1898 e l’inaugurazione anni dopo, il 14 febbraio 1903, con “Gli Ugonotti” di Meyerbeer. La costruzione fu finanziata interamente dalla famiglia Petruzzelli. Tutto il teatro fu affrescato da Raffaele Armenise, grandissimo artista barese. Oggi gran parte di questi affreschi non è più visibile a causa del terribile rogo del 1991. Vi erano, inoltre, decorazioni in oro zecchino, riscaldamento e luce elettrica (e nel 1903 non era affatto una cosa usuale). Il teatro era davvero enorme per l’epoca, poteva ospitare fino a 3500 persone (contro le 1200 di oggi, riduzione frutto delle varie leggi sulla sicurezza degli ultimi anni).

Tutti i più grandi artisti hanno calcato il palco del Petruzzelli.

Fino ad arrivare al fatidico 27 ottobre 1991, quando un terribile incendio doloso ha spento per 18 lunghi anni i riflettori su uno dei più importanti teatri italiani. Il rogo distrusse quasi completamente il teatro, provocò il collasso della grande cupola che crollò rovinosamente. Gli affreschi di Raffaele Armenise sono persi per sempre. Ne rimane solo uno nel meraviglioso foyer, meno toccato dall’incendio, che però è irrimediabilmente annerito: l’enorme calore che si sprigionò dall’interno ha letteralmente cotto i pigmenti di colore, che non sono in nessun modo recuperabili. Il pavimento attuale del foyer, però, è quello originale.

Il teatro fu restituito alla città domenica 4 ottobre 2009 sulle note della Nona Sinfonia di Beethoven eseguita dall’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari e dal Coro della Fondazione Petruzzelli, che intonò l’Inno alla Gioia. Immediatamente il palco del Petruzzelli è tornato ad essere uno dei più importanti ed ambiti in Italia.

Roberto Giacobbo, durante l’incontro, ha mostrato molte immagini d’epoca, alcune dei primi del ‘900, altre del rogo, altre ancora di luoghi non noti e nascosti del teatro. Ha mostrato poi un video, che andrà prossimamente su Voyager, che documentava tutti i meccanismi nascosti del teatro, le macchine che reggono e muovono le scenografie, il lavoro di chi è dietro le quinte, degli artigiani, degli operai… Davvero un microcosmo nel teatro.

Una bella immersione per me, quella sera. Molte delle cose che sono state dette le sapevo ma molte altre no. Mi è piaciuto vedere tanta partecipazione, una lunga fila per l’ingresso. Ulteriore dimostrazione di quello che sostengo da tempo: Bari è una città culturalmente molto viva, eclettica, curiosa e per certi versi poetica.

La Pittura dell’Ottocento in Puglia

Il pubblico era quello delle grandi occasioni, venerdì scorso, per la presentazione della seconda edizione de “La Pittura dell’Ottocento in Puglia”, Mario Adda Editore, alla Libreria Laterza.

Christine Farese Sperken ritorna, dopo vent’anni, sulle tracce dell’Ottocento pugliese e lo fa sulla scia di eventi che, in questi anni, hanno contribuito a restituire alle rispettive comunità la memoria di alcuni illustri figli.

Ad esempio, nel 2007 a Barletta è stata inaugurata, a Palazzo della Marra, la Pinacoteca dedicata a Giuseppe De Nittis, che contiene oltre 200 pezzi.

Sempre nel 2007, si registra il corposo arricchimento di ben 10 opere di Francesco Netti da parte del Polo museale di Conversano, ad opera di Nicola Accolti Gil Vitale, parente del pittore santermano.

Ancora, nel 2010 a Terlizzi è stata riaperta la casa-museo di Michele De Napoli.

Tutti segnali confortanti in una regione, come la Puglia, così povera di istituzioni museali che riguardano l’arte moderna e contemporanea.

L’uscita di questo libro e la contemporanea mostra presso la Pinacoteca della Città Metropolitana sui paesaggisti pugliesi mi dà l’impressione che ci sia una certa attenzione, in questo periodo, nei confronti di un dato filone artistico pugliese; per lungo tempo, infatti, ci si è limitati a considerare la pittura pugliese (ma meridionale in genere) “costola” di quella napoletana. E’ evidente che dal punto di vista artistico –ma non solo- Napoli fosse il cuore pulsante di tutta l’Italia meridionale; a Napoli aveva sede un prestigioso Istituto di Belle Arti che attirava tutti i giovani e promettenti artisti del Sud.

Tuttavia molti studi hanno dimostrato che, sul finire del XIX secolo, si avvia un processo di emancipazione della pittura pugliese rispetto a quelle delle accademie napoletane e in particolare ciò avviene nell’ambito della pittura di paesaggio. Il processo prende le mosse da personalità quali De Nittis e Netti che –pur non potendo essere definiti propriamente “paesaggisti”- sono senza dubbio dei grandi precursori.

Questi due artisti hanno il merito di “svecchiare” la pittura pugliese ma entrambi lo fanno fuori dalla Puglia.

Soprattutto nelle prime loro fasi artistiche è ancora molto evidente l’imprinting accademico partenopeo, ma successivamente, sebbene tramite percorsi diversi, entrambi giungono ad un esito simile: con un linguaggio nuovo, si cerca un’altra identità del paesaggio. Un paesaggio che si svincoli dai linguaggi accademici e che diventa quasi una nuova “questione meridionale”. Rappresentare il paesaggio è senz’altro sintomo di rinnovamento, ma in qualche modo anche di emarginazione. E’ un paesaggio che, lentamente, si trasforma da verista a impressionista. In Puglia, si apre uno squarcio sulla grande pittura europea del periodo.

Certo giungere a questi esiti non è semplice. Francesco Netti, per esempio, si forma con Domenico Morelli a Napoli, ma nei suoi viaggi in Francia conosce Gustave Courbet. Attraversa anche una fase “orientalista” dopo i suoi viaggi in Turchia, fino a tornare in Puglia, a Santeramo, dove si dedica alla rappresentazione della vita contadina con occhi completamente nuovi. Un risultato a cui nemmeno Giuseppe De Nittis giungerà mai. Non dimentichiamo che Francesco Netti fu anche fotografo, critico d’arte e scrittore; insomma, una figura d’intellettuale a tutto tondo che è raro trovare nell’Italia meridionale del tardo Ottocento.

Il libro della professoressa Sperken, poi, approfondisce gli studi su altri grandi pittori pugliesi del periodo; Gioacchino Toma, ad esempio, che cerca di superare il dualismo tra pittura verista e pittura romantica (sempre risultato della formazione napoletana).

Oppure Raffaele Armenise, che riedita la sua pittura realista in una forma nuova.

Viene fuori, insomma, una immagine diversa dell’arte italiana del periodo. Ogni regione stava tracciando la propria strada; è il momento del “Paesaggismo” in tutta Italia, e anche in tutta Europa. Un momento florido, ad esempio, lo attraversa anche la Toscana: è la grande stagione dei Macchiaioli.

Un’altra importante finestra, in questo libro, è quella dedicata alle donne, a Francesca Forleo Brajda, a Maria Rachele Lillo, ad Anna Rolli, a Maria Mundo. Queste figure femminili stanno solo negli ultimi anni abbandonando l’oblio nel quale erano state relegate, grazie anche agli studi di Christine Farese Sperken.

Il libro è molto bello; ricchissimo di immagini e di informazioni. Oltre che di grandi lezioni di storia dell’arte. Un piccolo gioiello che dovrebbe essere nelle biblioteche di tutti i pugliesi. Gli artisti che abbiamo dimenticato sono tanti e aspettano solo essere riscoperti. Per quanto mi riguarda, un legame speciale mi porta a soffermarmi sempre maggiormente su Francesco Netti ma il panorama è davvero vastissimo.

So che c’è un entourage di giovani storici dell’arte che sta proseguendo gli studi di Christine Farese Sperken e spero di leggerne gli esiti al più presto.

Intanto io mi complimento con la professoressa per il grande lavoro svolto per questo libro e invito tutti anche solo a sfogliarlo. Nutrirsi d’arte è sicuramente un buon viatico per la felicità 🙂

 

La poesia della tavola, da De Nittis a Casorati

Se pensavate che il Petruzzelli fosse “solo” un teatro, vi sbagliavate: dallo scorso novembre, il suo meraviglioso foyer è diventato una maestosa sala espositiva per una mostra bella e importante. “La poesia della tavola” mette in scena 15 opere provenienti da importanti musei italiani, che raccontano –in modi diversi- il rito della tavola, dei pasti, del ritrovo nell’intimità domestica e in altri luoghi, tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il foyer di un teatro come sede espositiva è una novità assoluta: a volerlo, è stato il presidente della Fondazione Petruzzelli, Gianrico Carofiglio. Se il teatro è il luogo delle arti, per antonomasia, allora può diventare contenitore di tutte le arti; è proprio l’etimologia della parola che rende vera questa idea: “teatro” deriva dal verbo greco théaomai, cioè “vedo”.

Devo dire che questa scelta mi sembra quantomai azzeccata: gli stucchi del foyer fanno da cornice perfetta alla mostra, perché coevi –come stile- alle opere esposte.

Il ritrovo conviviale è qualcosa di estremamente teatrale, specialmente –tra le tele del Petruzzelli- in De Nittis: il suo “Pranzo a Posillipo” invita lo spettatore ad unirsi alle festa del pranzo, tra le risate dei commensali e il concerto dei cantanti.

Tornato da Parigi, e abbandonate le avanguardie delle arti figurative, De Nittis ritorna ad un linguaggio realista, ad una raffigurazione precisa della realtà. Siamo negli anni dell’affermazione del fascismo e tanti altri artisti, qua esposti, sono destinati a seguire lo stesso percorso di De Nittis: Carena, Casorati, Bocchi. E poi come non citare Carlo Levi (a sua volta allievo di Casorati a Torino), col suo “Padre a tavola” del 1926: una figura ieratica, sospesa tra realtà e finzione; negli oggetti semplici della quotidianità si coglie netto un sentimento di inquietudine, frutto senza dubbio della difficile situazione di Carlo Levi, antifascista convinto.

Mi viene a questo naturale una riflessione. Penso cioè a come delle opere d’arte riescano, allo stesso tempo, ad essere lo specchio dell’artista, della sua biografia e del periodo in cui vedono la luce.

Consideravo due artisti contemporanei e così legati come Levi e Casorati: Carlo Levi, apertamente antifascista tanto da subire la condanna all’esilio ad Aliano, trasmette nella sua pittura un sentimento di ribellione, anche alla stessa arte di regime, in quel momento dominata dal futurismo di Marinetti.

Casorati, invece, benchè grande amico di Levi, dopo un episodio di arresto per alcuni giorni a causa della sua amicizia con l’antifascista Piero Gobetti, decise di evitare di entrare in aperto conflitto col Fascismo. Aderisce perciò alla corrente cosiddetta del “Realismo magico”, di cui fu uno dei maggiori esponenti. Questa corrente rifiutava le avanguardie per rifarsi ad una tradizione nazionale, una tradizione che guardava all’arte italiana del Tre e Quattrocento, probabilmente più in linea col clima del periodo.

Come dicevo, le opere esposte in questa mostra provengono da prestigiosi musei quali la GAM di Torino (Galleria di Arte Moderna e Contemporanea), la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, la Fondazione Carlo Levi di Roma, la Galleria di Arte Moderna di Milano: insomma, vedere queste opere tutte insieme in futuro sarà quasi impossibile. Vi consiglio, quindi, di non perdere la mostra al Petruzzelli: avete tempo fino a domenica 21 febbraio.

Il Piccolo Principe tra le stelle del planetario

Forse questo post apparirà un po’ meno in linea con gli argomenti soliti di cui parlo.

Ma se il mio obiettivo è esplorare la vita culturale di Bari nel suo senso più generale, be’, occuparsi dei bambini non è certo secondario. Anzi, i bambini invitati a conoscere, a esplorare, a incuriosirsi sono i futuri adulti di cui abbiamo bisogno. E devo dire che Bari è ricchissima di iniziative per l’infanzia, iniziative di ogni genere, siano esse sportive, ludiche, culturali, ricreative ecc.

Sabato 16 gennaio ho assistito allo spettacolo “Il Piccolo Principe tra le stelle del planetario” nella suggestiva cornice, appunto, del planetario Sky-Skan di Bari.

Si è trattato di uno spettacolo di teatro-scienza, una rappresentazione –quindi- che univa alla narrazione della storia una importante componente didattica.

Scritto da Gianluigi Belsito e Pierluigi Catizone, lo spettacolo è stato realizzato grazie all’unione di forze tra la compagnia “Il teatro del viaggio” e il Planetario Sky-Skan.

Seguendo la trama del capolavoro di Saint-Exupery, i bambini osservavano il Piccolo Principe nel suo passaggio da un pianeta all’altro, nei suoi incontri con strampalati personaggi che altro non sono se non l’allegoria dell’uomo moderno. Allo stesso tempo, l’occasione era utile al narratore per parlare della struttura dell’universo, delle galassie, del sistema solare, ecc.

Le proiezioni sulle nostre teste erano davvero suggestive, i bambini rapiti dal racconto e dall’osservazione dell’universo.

Lo spettacolo è stato assolutamente coinvolgente anche per gli adulti, oltre che didatticamente molto valido, snello e diretto.

Unica pecca, a mio avviso: per il futuro, non pubblicizzerei l’evento come adatto a bambini a partire dai 4 anni. Fermo restando tutto quello che ho appena detto, lo spettacolo andrebbe destinato ad una fascia d’età che parte come minimo dai 6 anni.

Per il resto, tutto perfetto. Auspico, anzi, che iniziative così si ripetano sempre più spesso ed in tutti gli ambiti della conoscenza.

A partire da metà febbraio, questo spettacolo sarà nuovamente in replica al Planetario. Tutte le info su: https://www.facebook.com/planetarioskyskan/?fref=ts.