Luce levantina, oro ionico: riflessioni sul tramonto pugliese

Luce levantina, oro ionico: riflessioni sul tramonto pugliese

29 Settembre 2026 0 Di studiolobarese

Nell’ultimo annetto, causa una notevole curiosità, ho avuto occasione di visitare molti comuni del tarantino; alcuni sulla costa ed altri a qualche km nell’entroterra.
Ho allenato lo sguardo all’architettura di questi luoghi, alla pietra, alla storia. Ho osservato le forme, la luce, i riflessi sul mare. Ho scoperto vicende inimmaginabili legate all’origine delle città.


Poi, di recente, mi è capitato di passeggiare per il centro storico di Molfetta.
Molfetta è una città che non avevo frequentato, il suo centro storico mi era completamente ignoto. Quando, però, mi sono immersa nei vicoli ho subito percepito una grande affinità con un altro centro storico che invece conosco un po’ di più, che è quello di Giovinazzo.


Di lì, una riflessione immediata: c’è una struttura simile tra borghi costieri del nord barese, dunque adriatici, e una struttura simile tra borghi del versante tarantino, sullo Ionio o nell’immediato entroterra (Pulsano, Maruggio, Grottaglie, Oria, Manduria, San Pietro in Bevagna, nella mia personale esperienza).
Le diverse impostazioni architettoniche, ho poi riflettuto, sono il segno delle diverse vocazioni storiche, marittime ed anche geologiche dei due territori.
I centri storici di città come Molfetta e Giovinazzo sono austeri, monolitici, squadrati. Sono vere e proprie cittadelle fortificate protese sull’acqua; sono sentinelle del Mare Adriatico dominate dai volumi rigorosi del Romanico pugliese.
Il loro tessuto è denso, pietrificato: i vicoli sono lastricati in chianche calcaree; ai lati, sono tanti i palazzotti cinque/seicenteschi con conci squadrati e bugnati a vista (è la pietra di Trani). L’aspetto generale è severo, stretto. Anche per resistere alle sferzate dei venti di tramontana.


Lo spazio pubblico è quello del bacino portuale, la cerniera tra la terraferma ed il mare che porta a Oriente.
I centri storici del tarantino e della costa ionica, invece, mostrano tutt’altra impostazione. Quasi sempre questi paesi non si affacciano a picco sul porto; spesso nascono come borghi rurali sviluppatisi intorno a una residenza feudale o difensiva; è il caso del castello De Falconibus a Pulsano, del Castello Episcopio a Grottaglie o del Castello Svevo di Oria arroccato in quota.
La trama urbana è molto diversa: intonaci a calce viva invece che bugnati aristocratici, insieme alla morbidezza del carparo, la pietra dorata locale. Le facciate delle case presentano caratteri molto più decorativi, con ballatoi, balconi in ferro battuto, cornici barocche scolpite nella pietra. Non c’è l’austerità verticale del Romanico ma una volumetria più bassa che quindi prevede spazi pubblici come cortili e piazzette. Nei vicoli dell’entroterra tarantino la spazialità è legata alla terra e all’artigianato (pensiamo al quartiere delle ceramiche di Grottaglie scavato nella gravina).
Due tipi di pietra, dunque: una pietra-terra che dialoga con la campagna prima che con il mare, a sud, e una pietra-scoglio che dialoga con il mare, a nord.


Ed è proprio questo dialogo, e questa luce, che più mi hanno colpito, a Molfetta, davanti al duomo di San Corrado e al Palazzo della Dogana Vecchia.


Appena arrivata lì, nel tardo pomeriggio, la luce e la pietra mi hanno immediatamente portato alla mente una tela conservata nella Pinacoteca della Città Metropolitana di Bari,  “La festa di San Nicola” di Raffaele Armenise. Mi sembrava di essere lì, dentro la tela.


E in effetti Armenise ci racconta la stessa pietra che vedevo in quel momento su San Corrado e sulla Dogana Vecchia. Non un elemento neutro a fare da sfondo ma un corpo vivo che riflette la luce e partecipa alla scena. Armenise cattura l’atmosfera tipica delle città adriatiche di mare; la sua luce non è pulviscolare ma tersa, con una brillantezza amplificata dalla vicinanza del porto e dello specchio d’acqua. Esattamente come ciò che avevo davanti a me a Molfetta, dove la pietra trattiene il chiarore fino al tramonto. Sia La Festa di San Nicola che il Duomo di Molfetta raccontano la devozione legata al mare: Armenise mette in scena il clou della festa del patrono, il Duomo di Molfetta si staglia sul mare. In entrambi i casi la pietra guarda all’Adriatico e agisce da specchio: non assorbe la luce, la respinge con bagliori metallici. Il mare del porto funge da riflettore secondario, creando una vibrazione fredda, argentea e tagliente: levantina.


Sullo Ionio, invece, le cose cambiano completamente: a Grottaglie, Pulsano, Manduria, Oria domina la calcarenite (il tufo o carparo salentino). È una pietra morbida, terrosa, calda e porosa, che “beve” il tramonto trasformandolo in ocra, sabbia, oro polveroso e ruggine. La luce non schiaffeggia la superficie; vi affonda dentro. A Pulsano o San Pietro in Bevagna il sole tramonta sul mare. La luce è frontale, diretta, satura, carica di vaporosità marina che vira ai rossi e agli aranci densi della macchia mediterranea.


Inoltre la costa adriatica centrale è spesso spazzata da venti come tramontana, maestrale, grecale, più secchi e freschi, che abbassano l’umidità relativa e aumentano la trasparenza ottica dell’aria: la luce appare tagliente.
Il golfo di Taranto e la fascia ionica tendono a trattenere una foschia calda e umida che crea quell’effetto velato, ovattato e dorato tipico delle coste ioniche al tramonto.
 
Sono molto grata di aver potuto fare queste visite; diversamente, difficilmente avrei riflettuto su queste diverse “anime” luminose della Puglia. Da una parte la tensione verso Oriente, che storicamente ha caratterizzato le città del versante Adriatico, dall’altra parte il rifugio dorato, il riposo.
È una gran ricchezza viaggiare a pochi chilometri da casa: si educano gli occhi a cercare le differenze e a non appiattirsi su un unico modo di vedere le cose.