Light paintings – Brian Eno

EnoDevo ammetterlo: tutte le mostre che, fino ad ora, ho avuto modo di vedere al Margherita non mi hanno entusiasmato.

Sarà che questo riadattamento del teatro a contenitore di arte contemporanea non mi convince. Così com’è, il Margherita non è accogliente, se per “museo accogliente” intendiamo quello di Giancarlo Dall’Ara: varcando la soglia del teatro, si presenta davanti agli occhi del visitatore un ambiente freddo, asettico, una specie di cantiere mai ultimato. Insomma, si percepisce tutto tranne che empatia col fruitore degli eventi.

Questa prospettiva già mi predispone male nei confronti della mostra che mi accingo a visitare. Mi è successo qualche settimana fa con “A tavola con i santi” e mi è capitato nuovamente due giorni fa con “Light paintings”. Si tratta, tra l’altro, di due tipologie di mostre che, già di per sé, avrebbero avuto bisogno di un “accompagnamento” molto molto efficace per il visitatore: la prima voleva raccontare il patrimonio immateriale della Puglia, la seconda si proponeva di fondere suono e colore in un rapporto che l’autore definisce “musica visiva”.

Invece nulla o quasi, il visitatore è praticamente abbandonato a se stesso in un ambiente buio, senza operatori, senza relazioni. E’ evidente che l’utente non sia il centro dell’interesse di chi allestisce queste mostre. “Questo è, se vi piace. Altrimenti tornatevene a casa”, sembra comunicare l’ambiente.

Sabato pomeriggio, comunque, ho cercato di concentrarmi sulla mostra di Brian Eno, non considerando tutto il resto. Innanzitutto l’autore: Eno è universalmente riconosciuto come il padre della musica ambientale, a proposito della quale egli dice “deve essere capace di conciliare più livelli di attenzione all’ascolto senza forzarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto interessante.” Ecco, devo dire che questo aspetto, anche nella mostra, è molto molto evidente. Nella musica prima di tutto, ma anche in ciò che appartiene alla sfera visiva: in ognuna delle tre sale, in forme diverse, la luce e il colore formano su dei pannelli delle opere sempre diverse, cambiamenti lentissimi ma costanti ai quali lo spettatore assiste.

Ebbene, la sensazione che personalmente ne ho ricavato è stata esattamente il principio base dell’ambient music: lo stesso “oggetto” può essere degno di attenzione oppure totalmente ignorato; per cui, dopo pochi minuti di sguardo fisso su questi pannelli, inevitabilmente il pensiero volava altrove, come se quel “tutto” dovesse fare da cornice a qualcos’altro… Qualcos’altro che però non c’era. E quindi ne risultava una sensazione di non finito, di tensione verso qualcosa…ma cosa?

Probabilmente è un mio limite, ma sono abituata a concepire l’arte come qualcosa che miri a un obiettivo: illustrare un concetto, raccontare una storia, evocare un episodio. Questo che di “indefinito” di “Light paintings” mi ha colta impreparata e forse anche per questo avrei avuto bisogno, da fruitrice media, di essere un po’ più al centro dell’attenzione di chi ha pensato l’allestimento.

Ho fotografato e filmato alcuni dettagli dell’esposizione, all’interno del Margherita, con l’intenzione di mostrarveli qui. Ma chiedo a chi mi legge e ne avesse la possibilità, di recarsi alla mostra e poi parlarmi delle sue impressioni, sarei curiosa di iniziare un confronto.

Progetti innovativi: Challenges Camp & Tou.Play

Quando, in un post su FB, parlavo di Bari come una città vitale e innovativa, mi riferivo anche a iniziative di questo tipo: i Challenges Camp.

Challenges Camp è un progetto che incoraggia l’imprenditoria giovanile, quella dei ragazzi tra i 18 e i 27 anni, e premia le idee a maggior impatto sociale e sostenibilità economica.

Dopo 3 giorni di formazione in laboratori sperimentali e un contest, vengono selezionati 10 progetti che –a loro volta- partecipano poi ad un altro camp, alla fine del quale vengono premiate le 3 idee imprenditoriali migliori.

Ebbene, nell’edizione 2015 dei Challenges Camp, quella che si è conclusa proprio pochi giorni fa, uno dei progetti premiati si chiama “Tou.Play”.

L’idea mi ha particolarmente colpita perché va nella direzione della promozione del territorio attraverso strumenti innovativi. Mi piace l’idea di riuscire a mettere insieme più competenze e più ambiti d’azione allo scopo di rendere maggiormente fruibile il patrimonio.

In un momento storico in cui il turismo culturale è piuttosto snobbato dai più giovani, l’idea di “Tou.Play” non potrà che rendere più accattivante e interattiva la visita dei siti interessati dal progetto.

Ma cos’è “Tou.Play”? Innanzitutto nel nome sono stati fusi due concetti chiave dell’ide, ossia “turismo” e “gioco”: la visita –per esempio- di un centro storico diventa, per i turisti, un gioco di ruolo, basato su situazioni storico-culturali reali, con tanto di attori fissi quali gli abitanti dei luoghi del tour.

Ma “Tou.Play” evoca anche l’espressione barese “a giocare”. E sono proprio baresi le due menti dell’idea imprenditoriale, quelle di Giancarla Trizio, laureata in Economia e Gestione delle Aziende e dei sistemi turistici, e Aldo Campanelli, appassionato di giochi di ruolo. La fusione delle loro professionalità e delle loro passioni ha dato vita a questo progetto che dovrebbe partire da Bari entro fine anno, per poi espandersi a tutta la Puglia nel prossimo futuro.

Per quanto mi riguarda, approfitto di questo spazio per fare i miei complimenti agli ideatori e – se mai dovessero leggere- mi auguro di poter ascoltare direttamente dalla loro voce quali saranno gli sviluppi dell’idea e i modi e i tempi di realizzazione.

Sarò sicuramente una delle prime fruitrici dell’iniziativa e auguro ai ragazzi che “Tou.Play” possa contribuire in modo significativo a rendere Bari un posto da visitare assolutamente.