Franco Arminio: poesie di carne e di pietre

Ho letto la prima raccolta intera di poesie di Franco Arminio, “L’infinito senza farci caso”. Per essere più precisi, l’ho ascoltata in versione audiolibro su Storytel.

(Da qualche mese ho scoperto che lo strumento “audiolibro” mi è congeniale: evitare l’atto tecnico del leggere mi libera completamente la mente e mi rende molto più ricettiva)

Bene. Di Franco Arminio avevo letto, negli anni, parecchie cose sparse. Lo avevo conosciuto per la sua attività di Paesologo, per il Festival “La Luna e I Calanchi” di Aliano. E mi aveva incuriosito questo suo essere completamente controcorrente in un tempo fluido e violentemente accentratore.

Mentre il mondo scorre veloce sui social lui rallenta. Mentre poche grandi città accentrano l’economia, lui racconta i piccoli borghi.

Ed in questa raccolta di poesie si percepisce in maniera evidente la realtà del paese. Il paese io l’ho vissuto, lo avverto in queste parole.

Questa poesia sa di carne e di pietre. Sa di avi e di entroterra. Mi riporta a sensazioni antiche che sono in disordine nella mia testa; attraverso queste parole la nebbia si dirada un po’ e intravedo Murge e campi verdi, ferule, muretti a secco e animali al pascolo.

Temi come il sesso, l’amore, la vecchiaia, la solitudine, la morte sono affrontati in maniera diretta, semplice ma intensissima. Poche parole, poche -perfette- pennellate.

Come un quadro di Cèzanne: “tre tocchi e c’è tutto: il colore, peso e la polpa”, diceva Simenon.

Buona lettura. O, se come me lo preferite, buon ascolto.

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